«Se lavoro solo con l’individuo ignorando le strutture che generano la sofferenza, rischio di trasformare una risposta all’oppressione in una patologia individuale. Tuttavia, se parlo soltanto di strutture politiche, potrei perdere di vista l’essere umano che ho di fronte, con la sua storia, le sue relazioni, le sue paure, le sue perdite e le sue speranze. È qui che figure come Frantz Fanon, Paulo Freire e Ignacio Martín-Baró sono state fondamentali: mi hanno aiutato a comprendere che la sofferenza psicologica non può sempre essere scissa dai rapporti di potere e che la liberazione possiede anche una dimensione psicologica».
È con poche parole che Samah Jabr, durante l’intervista con Chiara Cruciati, racchiude il senso del percorso professionale e politico che l’ha condotta a elaborare una pratica clinica capace di spiegare la Palestina. Spiegarla in modo diverso, come farebbe una psicoterapeuta e una psichiatra. Palestinese di Gerusalemme est, Jabr è un punto di riferimento per chi si occupa di quella terra, capace di legare l’antica sete di giustizia collettiva al trauma individuale e al suo possibile superamento, insieme.
Di questa lunga attività, tratta nel libro Trauma infinito. Una psichiatra palestinese racconta (pp. 320, euro 20), edito da Feltrinelli. Lo fa insieme a Maria Nadotti e a un dialogo che si dispiega nel corso degli ultimi anni, qualcosa di più di una semplice intervista: è una conversazione che scava nella vita di Jabr e in quella della sua famiglia, dei luoghi conosciuti e dei pazienti che di più l’hanno segnata, dei suoi e dei loro sogni
Intervista alla psichiatra palestinese Samah Jabr
il manifesto, 27 settembre 2026
