India. Tornano gli “scarafaggi” contro i ladri del voto …di Matteo Miavaldi

L’avvertimento della Gen Z era arrivato a fine settembre: se il commissario capo della Election commission Gyanesh Kumar non si dimette, noi torniamo in piazza. Kumar non si è dimesso e venerdì 2 ottobre, come annunciato, migliaia di persone hanno manifestato nelle principali città indiane per chiedere la rimozione dell’uomo diventato simbolo dei brogli elettorali che dal 2025 avrebbero favorito il Bharatiya janata party (Bjp), il partito di destra hindu guidato dal premier Narendra Modi. Lo stesso partito che aveva nominato Kumar a capo della commissione incaricata di sovrintendere le operazioni di voto nella più grande democrazia del mondo.

Un’inchiesta pubblicata dal quotidiano Indian Express lo scorso 23 settembre aveva documentato irregolarità e divergenze d’opinione all’interno della commissione, proprio mentre in tutto il Paese procedeva la revisione dei registri elettorali, cancellando almeno 130 milioni di nomi dagli elenchi degli aventi diritto di voto: soprattutto donne, poveri urbani, persone appartenenti alle minoranze tribali o di fede musulmana. Rivelazioni che immediatamente hanno alimentato un’indignazione nazionale veicolata attraverso i social network, il campo di battaglia prediletto dal movimento degli «scarafaggi» che solo qualche mese fa, passando dall’attivismo online a quello offline delle piazze e delle manganellate, era riuscito a ottenere le dimissioni del ministro dell’educazione Dharmendra Pradhan.
Forti di questo precedente, i leader degli «scarafaggi» hanno suonato la carica con parole d’ordine nuove e perentorie: torniamo a protestare contro i «ladri del voto», contro il «traditore» Kumar e per «salvare la democrazia». Il resto delle opposizioni (parlamentari e non) ha seguito, dandosi appuntamento in una giornata già carica di simbolismo: venerdì 2 ottobre, anniversario della nascita del Mahatma Gandhi, il padre della patria e della protesta non violenta.

Per impedire ai manifestanti di raggiungere Jantar Mantar, spiazzo al centro del quartiere amministrativo di New Delhi che già aveva ospitato le manifestazioni oceaniche degli «scarafaggi», la polizia ha chiuso undici fermate della metropolitana, ha sospeso la rete internet nei pressi del centro e ha sigillato lo slargo con centri concentrici di barricate di metallo presidiate da centinaia di agenti. In questo contesto di militarizzazione urbana hanno manifestato i collettivi studenteschi, attivisti di lungo corso come Yogendra Yadav e alcuni politici dell’Aam aadmi party (Aap): in tutto qualche centinaio di persone, puntualmente arrestate e trascinate via dagli agenti. Per tutta la giornata di ieri i video di manifestanti pacifici rimossi di peso dalla polizia della capitale hanno ingolfato i social media indiani, offrendo parallelismi inquietanti con il trattamento riservato dall’esercito inglese al Mahatma e ai suoi seguaci durante la lotta per l’indipendenza. Questa volta, però, gli uomini e le donne in divisa non rispondevano agli ordini della corona britannica, ma al ministero degli Interni presieduto da Amit Shah, storico braccio destro di Modi.
Gli «scarafaggi» si erano invece dati appuntamento a Mumbai, dove la polizia ha deciso in extremis di permettere ai manifestanti di aggregarsi a Shivaji Park, altro luogo simbolo delle proteste della società civile indiana. La Gen Z ha risposto alla chiamata: migliaia di persone hanno riempito le strade e lo spiazzo attorno al palco allestito dal Cockroach janata party (Cjp, partito popolare degli scarafaggi, facendo il verso al Bjp di Modi), il profilo Instagram satirico diventato il movimento popolare «apolitico» che la destra hindu non sembra in grado di mettere a tacere.

Dal palco il trentenne Abhijit Dipke, il fondatore del Cjp, ha arringato la folla lanciando accuse pesantissime nei confronti del governo, con parole che solo qualche mese fa sarebbe stati inimmaginabile sentire pronunciate in pubblico: ha accusato il premier Modi di voler trasformare la democrazia indiana in un regime monopartitico e di comportarsi «come Hitler». «Farebbe bene a ricordarsi come è finito Hitler», ha ricordato Dipke dal palco prima di rilanciare la protesta nazionale dando a tutti e tutte appuntamento a New Delhi. […]

il manifesto, 3 ottobre 2026

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