La guerra non era ancora imminente quando Samuel Beckett visitò Amburgo, nell’ottobre del 1936. Non si vedevano eserciti avanzare attraverso le frontiere e la diplomazia europea continuava a parlare il linguaggio della pace.
Eppure, dopo aver osservato l’apoplessia collettiva che le urla di Hitler producevano nell’animo dei tedeschi, il drammaturgo irlandese intuì che quell’equilibrio non sarebbe durato. «Dovranno combattere presto (o esploderanno)», annotò nel suo diario il 6 ottobre. Beckett non formulava una previsione strategica. Registrava un mutamento dell’atmosfera: la pressione accumulata dentro una società, la trasformazione delle parole, l’assuefazione alla forza.
L’Europa di oggi non è quella del 1936 e ogni sovrapposizione sarebbe fuorviante: esistono istituzioni democratiche, un’Unione europea e alleanze costruite per impedire una nuova guerra fra gli Stati europei. Tuttavia, l’annotazione di Beckett conserva la sua capacità di interrogarci. Prima che un conflitto diretto coinvolga l’Europa occidentale, la guerra sta entrando nei bilanci pubblici, nei programmi industriali e nel linguaggio della politica.
I dati Nato mostrano la rapidità del passaggio. Tra il 2023 e il 2025, al netto dell’inflazione, la spesa per la difesa è cresciuta di quasi il 56% in Lituania e del 46% in Polonia; ha sfiorato il 28% in Lettonia e il 14% in Estonia. Nel 2025 Varsavia ha destinato alla difesa il 4,48% del Pil; la Lituania il 4%, la Lettonia il 3,73 e l’Estonia il 3,38. Sono percentuali che riflettono innanzitutto la geografia. Per i paesi baltici la Russia non è una minaccia astratta: è una presenza alla frontiera e una memoria storica ancora viva. Il riarmo viene rappresentato come un’assicurazione sull’esistenza stessa dello Stato. La Polonia, con circa 44 miliardi di dollari nel 2025, combina invece l’intensità dello sforzo con una capacità finanziaria e militare rilevante su scala europea.
Il cambiamento non riguarda soltanto il fianco orientale. Nel 2024 la Germania ha aumentato la spesa militare del 24% in termini reali, raggiungendo circa 86,6 miliardi di euro. La proposta di bilancio per il 2027 assegna al ministero della Difesa 109,7 miliardi, contro gli 82,7 previsti per il 2026. A questa somma si aggiungeranno le risorse del fondo speciale per la Bundeswehr e 11,6 miliardi di aiuti militari all’Ucraina. Berlino intende portare la spesa per la difesa al 3,5% del Pil entro il 2029, mentre il bilancio del ministero dovrebbe raggiungere i 183,7 miliardi di euro nel 2030. Il riarmo non è più programmato come una risposta temporanea all’invasione dell’Ucraina, ma come una componente durevole della politica finanziaria dello Stato.
L’aumento è reso possibile anche dalla scelta di sottrarre in larga misura le spese per la difesa ai vincoli costituzionali sul debito. Il ministro delle Finanze Lars Klingbeil ha riassunto la svolta sostenendo che non è possibile difendersi da Putin con il pareggio di bilancio. Ma la decisione rende visibile il costo delle priorità: mentre crescono debito e stanziamenti militari, il progetto prevede risparmi sulle pensioni, sul sistema sanitario mutualistico, sui sussidi abitativi e sulle indennità parentali. La guerra possibile entra così nella distribuzione delle risorse e ridefinisce ciò che uno Stato considera urgente, finanziabile o sacrificabile.
La stessa traiettoria, con dimensioni differenti, si osserva negli altri maggiori paesi europei. La Francia è passata dai 55 miliardi di euro del 2023 ai quasi 62 miliardi del 2025. L’Italia, secondo le stime Nato, è salita dai 32,7 miliardi del 2024 ai 45,3 del 2025, raggiungendo formalmente il 2,01% del Pil. Il salto dipende però anche dall’inclusione di spese precedentemente collocate in altri capitoli e non corrisponde per intero a nuove risorse per le Forze armate.
I bilanci non dimostrano che una guerra sia inevitabile. Possono anzi essere interpretati secondo la logica opposta: si acquistano armi per rendere l’aggressione troppo costosa e impedirla. La deterrenza si fonda su questo paradosso. Tuttavia, i bilanci non sono neutrali. Orientano l’economia, organizzano interessi e modificano le aspettative. Una spesa militare crescente richiede industrie capaci di produrre munizioni, missili, droni e sistemi di difesa, oltre a personale, infrastrutture e contratti pluriennali. Una volta costruito, questo sistema tende a riprodursi e la possibilità della guerra diventa una componente stabile della programmazione economica.
Il confronto europeo sembra invece concentrarsi sulle percentuali: il 2, il 3,5 o il 5% del Pil. Si discute quanto spendere molto più di che cosa acquistare, da quali minacce difendersi e con quali controlli democratici. Ancora meno si parla di ciò che viene sacrificato quando una quota crescente delle risorse pubbliche viene indirizzata verso la sicurezza militare. Ignorare la guerra in Ucraina o le paure dei paesi confinanti con la Russia sarebbe irresponsabile, ma la sicurezza non dipende soltanto dal denaro destinato alla difesa: nasce anche dalla coesione sociale, dalla solidità delle istituzioni e dalla fiducia dei cittadini.
Nel 1936 Beckett percepì che la pace poteva finire osservando non gli eserciti, ma le persone. Anche il nostro tempo possiede segnali che precedono gli eventi: non soltanto i discorsi dei leader o i movimenti delle truppe, ma le cifre apparentemente impersonali dei bilanci. Sono numeri che non annunciano necessariamente una guerra, ma evidenziano che l’Europa ha cominciato a considerarla possibile, a calcolarne i costi e a organizzarsi di conseguenza. La domanda è se questa preparazione riuscirà a preservare la pace oppure se finirà per rendere la guerra prima pensabile e poi praticabile
il manifesto, 29 agosto 2026
