Draghi e noi :: I poveri non hanno colpe, la politica e le imprese sì

Sempre più insopportabili sono le omertose e fuorvianti analisi dei dati macroeconomici fornite dai media e le considerazioni acritiche e ossequiose della politica, anche quella d’opposizione, sull’azione economica del governo Draghi.

In particolare sui temi del lavoro, tacendo delle “disperate” vertenze in corso, si fa a gara a chi è più “responsabile”.
Chiudendo con la cassa integrazione la libertà di licenziare è un fatto e il sindacato confederale insegue le tante vertenze tenute in piedi dagli operai, spesso in autonomia o sostenute dai sindacati di base, senza aver il coraggio di proclamare uno sciopero generale nazionale come sarebbe giusto fare oggi.

Perbenismo e moderazione politico sindacale sono ormai le forme alle quali si ispirano le forze del centro sinistra.

Prima della pandemia, per l’Istat, i poveri erano 4,6 milioni, nel 2020 erano 5,6 milioni.
Sarebbero stati di più se non ci fosse stato il Reddito di Cittadinanza, anche se su 100 indigenti solo 44 hanno ricevuto il sussidio, tagliando fuori un alto numero di cittadini italiani e di immigrati.
I recenti dati Inps dicono che sono stati 1,6 milioni i nuclei famigliari a ricevere almeno una mensilità del Reddito di Cittadinanza, nel periodo giugno-luglio 2021. Sono state coinvolte 3,7 milioni di persone, per un importo medio di 579 euro, con percentuali di popolazione molto diverse da regione a regione, dall’1,2% del Trentino al 15% della Campania.
Il costo mensile per le casse dello Stato è mediamente di 750milioni di euro.

E’ evidente come il Reddito di cittadinanza sia stato lo strumento principale per arginare la diffusione della povertà e del disagio, ma come sia ancora insufficiente se l’obiettivo è sconfiggere la povertà!
Le polemiche sulla quantità di persone che ne hanno usufruito senza averne il diritto è pretestuosa, i numeri dimostrano che sono una piccola parte, ma riempie una gran parte delle pagine dei quotidiani, dei TG e del web.

Non c’è dubbio che la povertà si sconfigga con il lavoro ma non si può negare che il nostro mercato del lavoro sia “segmentato” e caratterizzato da ampie aree di bassi, infimi e occasionali salari. E che si va sempre più precarizzando nei tempi, nei modi e nelle forme contrattuali.
Per anni le politiche del lavoro si sono fatte attraverso sgravi fiscali e/o incentivi per le imprese con risultati pessimi che non hanno inciso sulla struttura del mercato del lavoro e non hanno incrementato l’occupazione.
L’Italia ha un tasso di disoccupazione che resta intorno al 9,7%, la disoccupazione giovanile è al 27,7%, mentre il tasso di inattività è del 35,5% (molto più alto che in Europa). Inoltre nel 2020 in Europa il 72,2% delle donne aveva un lavoro mentre in Italia solo il 57,3%.
Dare alle imprese il compito di regolare il mercato del lavoro è stato illusorio e fallimentare.

La lotta alla povertà si fa con il Reddito di cittadinanza, non c’è alternativa.
Anche perché oggi buona parte dei cittadini, soprattutto giovani, sono produttori di ricchezza loro malgrado, in quanto consumatori digitali, frequentatori di social, ecc. Un’attività produttiva erogata senza compenso alcuno!
Piuttosto, il Reddito di cittadinanza deve divenire “un reddito di base universale” per garantire una casa, servizi sanitari, istruzione gratuite e dignità per tutte e tutti.

L’occupazione si incrementa rilanciando la medicina del territorio; riducendo il numero di alunni e studenti nelle classi; eliminando il numero chiuso all’Università; avviando un vero turnover nella pubblica amministrazione; varando piani di intervento, monitoraggio e controllo dell’assetto idrogeologico, boschivo e paesaggistico; avviando progetti per la gestione dei beni culturali e artistici diffusi.
Ma anche con un programma di
riduzione generalizzata e progressiva dell’orario di lavoro pubblico e privato almeno a 30 ore settimanali.

Una nuova fiscalità progressiva e rigorosa potrebbe garantire il finanziamento di piani che rompano con le vecchie impostazioni e siano inclusivi, capaci di inventare un nuovo stato sociale e dare opportunità ad una società che appare sempre più senza prospettive.

Ci pare che questa sia l’ultima occasione per dare forma ad una politica riformista che non accetti esclusivamente le compatibilità con le regole del profitto. Forse siamo già in ritardo se verrà varato il Pnrr così com’è stato prospettato.

Dopo questo ultimo tentativo non resteranno che le rivolte, quelle che non si sa perché esplodono, che non si sanno prevedere, né controllare e tantomeno guidare e che lo Stato, sempre più autoritario, farà fatica a reprimere e quando lo farà ne pagherà un prezzo altissimo.

Marco Sansoè

1 commento

  1. Caro Marco,
    penso che tu abbia ragione e, anche se non auspico affatto un inasprimento della situazione, provo un po’ di sollievo e conforto se immagino che, anche solo una parte della nostra società, sia ancora in grado di innescare rivolte, non necessariamente violente. Ma c’è una parola che, secondo me, più di ogni altra sta segnando lo spirito del nostro tempo. Resilienza. Purtroppo, in molti discorsi programmatici, più o meno condivisibili, ha preso il posto di resistenza. Anche per questo, forse, ne provo orrore. Penso abbia una connotazione passiva. Invita a sopportare, a incassare, ad andare avanti, certo, ma senza critica, senza riflessione, senza dubbi. Come lavoratori-automi e cittadini-sudditi. Per quanto mi riguarda, ha indegnamente sostituito il termine resistenza che, invece, ha una connotazione attiva di opposizione, di volontà di cambiamento, di rivoluzione… La sostituzione è avvenuta lentamente e silenziosamente. È iniziata ben prima della pandemia, ma è proprio durante quest’ultima che il termine, preso in prestito dalla tecnologia e dalla psicologia, sembra essere diventato parola d’ordine. Tanto da comparire anche nell’altisonante nome del piano di rilancio del nostro Paese che hai citato. Ma è una parola calata dall’alto, non nata dal basso. Un tecnicismo dal suono affascinante che penso serva più per ammansire il popolo che per risvegliarlo. È solo una parola. Ma è una parola che, se ben assimilata nel proprio sentire ed agire quotidiano, potrebbe allontanare ancora per un bel po’ ogni speranza di rivolta. Senza attenuarne la drammaticità quando, purtroppo, non potranno far altro che esplodere.

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