A proposito di patriarcato e violenza.

Maschio ci nasci o ci diventi?  Intervista di Enrico Lante e Luigi Zaja

Top secret. L’identità maschile rimane un sancta sanctorum . Un luogo inaccessibile allo sguardo. E’ il caro prezzo pagato in cambio dell’abitudine a pensarsi – consapevolmente o meno – il detentore naturale del potere, nella sfera privata della famiglia come in quella pubblica. Ancora oggi si pensa che l’identità maschile sia soltanto una somma di predisposizioni biologiche, di muscoli e corteccia cerebrale. Che, insomma, maschio si nasce e non lo si diventa. E, invece, chissà, si potrebbe scoprire che il maschile è una costruzione storica e magari neppure tanto solida. Anzi. Maschio si diventa, e a prezzo di operazioni culturali sempre precarie, di scelte più o meno sotterranee tra modelli, riferimenti e archetipi che mal s’accordano tra loro. Per esempio, tra i due principi contrapposti di animalità e civiltà. Che il maschio umano diventi un animale capace di socialità solo attraverso un faticoso processo culturale lo sostiene Luigi Zoja, psicanalista e presidente dell’associazione che raggruppa tutti gli analisti junghiani (Iaap), oltre che del Centro italiano di psicologia analitica. La coesistenza tra la polarità animale e la capacità di convivere con gli altri in società è cosa complicata da ottenere. Un tema classico della psicanalisi da Freud in poi. Luigi Zoja se n’è occupato in saggi recenti, Contro Ismene. Considerazioni sulla violenza (Bollati Boringhieri) e La morte del prossimo (Einaudi), ma è soprattutto ne Il gesto di Ettore (uscito sempre per Bollati nel 2000) che ha messo a fuoco l’identità maschile come il terreno di lotta tra principi contrapposti. Lì era appunto la scomparsa del padre, il rifiuto della figura paterna nel suo significato più positivo di educatore alla civiltà, a spiegare il senso di un fallimento epocale, di una regressione del maschio al polo opposto dell’animalità bestiale. Come nella figura mitologica dei Centauri – tema di una relazione che Luigi Zoja ha tenuto venerdì scorso al Festival della mente di Sarzana (fino ad oggi) – riemerge nel maschio contemporaneo il polo rimosso dell’animale fecondatore, incapace di amare e di rapportarsi all’altro e, per ciò stesso, incline alla patologia dello stupro.

Il modello che in questa società riscuote più successo è quello del maschio che compete per conquistare l’oggetto del desiderio prima degli altri rivali. L’esito estremo di questa cultura è lo stupro. Perché è fallito l’altro modello, quello del padre educatore alla convivenza civile?       Questo sarebbe l’altro aspetto di un lavoro sull’identità maschile. A differenza dell’identità femminile in cui la “femmina” e la “madre”, le due dimensioni orizzontale e verticale, coesistono da sempre, perché coesistono nella scala evolutiva in tutti gli animali man mano che ci si avvicina agli esseri umani e continuano a coesistere in tutte le civiltà primitive, moderne e postmoderne, quella maschile subisce invece degli sbalzi notevoli. Fondamentalmente la parte paterna comincia con la cultura. Gli animali più vicini a noi non hanno dei veri ruoli paterni, hanno soltanto il maschio che compete per le femmine, si accoppia e non riconosce i propri figli, non se ne occupa. Il padre è un’invenzione culturale. Il patriarcato è fragile, anche dal punto di vista psicologico, proprio perché è una costruzione storica. Nell’identità maschile le due polarità, “maschio competitivo animale” e “padre”, non sono ben sintetizzate poiché la figura paterna compare nella scala evolutiva solo in tempi “recenti”, nelle ultime centinaia di migliaia di anni. Non è una cosa consolidata da sempre attraverso tutti i passaggi dell’evoluzione come quella femminile. Il padre è un ruolo molto relativo alla cultura. Il patriarcato è stato uno dei punti di forza e, insieme, di debolezza dell’Occidente. Secondo me tutta la questione del patriarcato è una questione di decadenza. Nel Gesto di Ettore criticavo i men studies americani che parlavano tutti della crisi del padre e del patriarcato ma facendola risalire al XX secolo. Io cercavo di notare che già la rivoluzione francese, punto di arrivo dell’Illuminismo, proclama il motto liberté egalité fraternità . Il legame più importante fra gli esseri umani è orizzontale, quello dei fratelli si sostituisce, almeno nelle classi colte, come principio guida a quello del patriarcato. La rivoluzione francese nei fatti comincia a limitare il potere del padre. Fino ad allora la responsabilità dell’educazione ricadeva sotto l’autorità del pater familias . Dalla rivoluzione francese in avanti viene spostata invece sullo Stato.

La crisi del padre ha creato un vuoto nell’identità maschile. Non sarà per questo che l’identità maschile si è sbilanciata verso l’altro modello, verso l’animale competitore?                  Nel mio intervento al Festival della mente mi sono soffermato appunto sull’altra polarità maschile, quella animale e selvaggia. Cerco di mettere a fuoco il profilo del maschio aggressivo e violentatore. L’idea mi è venuta osservando al Louvre le figure di Centauri che rapivano le donne. Mi sono incuriosito. La figura mitologica del Centauro non ha compagne, l’unica cosa che fa è rapire le donne. Mi sembrava una metafora mitica di quel che può succedere quando il padre se ne va. Oggi siamo in una situazione del genere. La scomparsa del padre non è avvenuta soltanto al livello delle istituzioni e dello Stato, ma purtroppo anche al livello dell’uomo della strada, delle classi medie e della cultura consumistica. Se dovessimo indagare come è cambiata, ad esempio, la comunicazione dei giovani detenuti nelle carceri, scopriremmo che fino a venticinque anni fa parlavano tutti della ragazza e mostravano sentimenti di nostalgia. Oggi parlano soprattutto della motocicletta e di oggetti. Anche questo è significativo. C’è un atteggiamento di rapina nei rapporti che si lega molto al consumismo ed è antitetico alla responsabilità paterna, alla figura del padre nel senso positivo e costruttivo di “guardiano della civiltà” che in gran parte abbiamo buttato via con tutta l’acqua sporca del patriarcato.

In genere associamo il maschio violentatore al prodotto più tipico del patriarcato, di un ordine simbolico cioè fondato sul dominio maschile. Qui invece c’è un rovesciamento di questa tesi. Scopriamo che il maschio violentatore è il prodotto della crisi del padre. O no?         La componente selvaggia e animalesca del maschile è proprio il non-padre. Il maschio competitivo e rapinatore. Come psicanalista junghiano io parlo di figure mitologiche, non punto l’attenzione sulle persone in carne e ossa. Parlo di archetipi che dominano nella società. Questo maschio competitivo lo vediamo molto attivo nel carattere delle donne in carriera, come si dice oggi.

La televisione che oggi occupa quasi tutto lo spazio pubblico, non è la principale “fabbrica di archetipi” di questo tipo?         Vero. Da un lato, la struttura economica ipercompetitiva della società è un incoraggiamento a sviluppare questa componente aggressiva della propria personalità per avere successo e, da un altro lato, i mass media vendono questo modello come il più adatto in una vita consumistica.

Non per fare del riduzionismo volgare però non crede che i casi di stupri oggi siano figli di questa identità maschile non più capace di fare da padre?     E’ molto difficile dire se gli stupri siano aumentati. Le statistiche possono aiutarci solo fino a un certo punto. Tra i risultati negativi dello stupro è proprio di far tacere le persone, di creare un clima di inibizione, trauma e vergogna. Però è importante che se ne parli ed è importante, a mio giudizio, metterlo in relazione con tutto il problema storico dell’identità maschile. Date queste due polarità, il maschio pre-civile e il padre, con lo sprofondare del padre – come nel gioco della bilancia – sale invece l’altro.

Però così sembra che non il patriarcato c’entri qualcosa con lo stupro, quanto invece – e paradossalmente – la sua crisi. Ma così si dimentica che il patriarcato è un rapporto di dominio del maschile sul femminile. O no?      La direi in un altro modo. Il patriarcato è già una struttura sociale o, addirittura, politica. Preferisco parlare di crisi dell’identità paterna. C’è un ritorno a un’identità maschile di tipo pre-paterno. La scomparsa del padre fa parte di una lenta decadenza. Il punto più alto è stato toccato in Grecia e nell’antica Roma. Dopo di allora il patriarcato è vissuto sulle glorie passate ma in realtà ha imboccato la strada di una lenta crisi. L’Illuminismo – come dicevo prima – critica il patriarcato. E il primo a scrivere del mito dell’Edipo non è Freud, ma Voltaire. Il padre va in lenta decadenza. Ultimamente anche la struttura economica della società tende a far emergere l’altra polarità maschile, cioè il maschio competitivo. Anche questo è un altro aspetto della scomparsa della padre.

C’è da dire però che la scomparsa del padre non ha prodotto una grande riflessione. A differenza di quanto è avvenuto con il femminismo non c’è stato un approfondimento sull’identità maschile e i suoi cambiamenti. O no?       Non c’è stata una grande riflessione. Infatti mi stupisce il relativo successo del mio libro, Il gesto di Ettore che continua a essere venduto nonostante sia pubblicato da una casa editrice abbastanza specialistica, Bollati Boringhieri. Conosco gruppi di uomini ma fanno abbastanza poco. In America, invece, di riflessioni ce ne sono anche troppe, secondo me scivolano sul sentimentale. In Europa ci lavorano sopra gruppi un po’ più colti ma rimangono comunque nelle nicchie della società. Più in là queste riflessioni non vanno.
Insomma questa società ha la sua base ideologica e materiale nell’archetipo del maschio fecondatore, animale e competitore. Vero?

Per questo la metafora del Centauro corrisponde al nostro tempo. E’ completamente incapace di amore, sa solo rapire. Il ratto significa sia rapimento che stupro. Il Centauro conosce solo questa modalità di rapporto col femminile. Secondo me è una delle conseguenze del consumismo e dei mass media. Anche se poi ci raccontano che i mass media narrano storie hollywoodiane in cui vincono sempre i buoni. Non è vero per niente. Nel messaggio hollywoodiano vince l’impazienza. Non la capacità educativa, non la pazienza pedagogica, bensì la figura del maschio che va subito allo scopo. Simbolicamente il maschio che rapisce la femmina e non si impegna in un rapporto.

Liberazione, 6/9/2009

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