Le rivolte …di Jain Chambers

Vetri rotti, bande incappucciate che scorrono per le strade del centro, giovani che protestano davanti alle loro scuole sfasciate, pensionati arrestati per aver contestato un genocidio in atto: siamo in Francia, in Italia, in Inghilterra?

Ovunque l’immagine consolidata della nazione vacilli e crolli, questi fenomeni ci invitano a riflettere sia sul contesto italiano, sia su una prospettiva più ampia: l’Europa. Nella prevedibilità della repressione istituzionale imposta a chi protesta contro la violenza coloniale praticata da Israele, i tagli al welfare e all’istruzione, il costo della vita e il drastico restringimento delle prospettive future, la violenza dello Stato, che si sta orientando verso un’economia di guerra contro minacce sia interne sia esterne, si mettono a nudo tutti i limiti di un registro politico ormai esaurito. Mentre la libertà di espressione viene confinata e si impone una narrazione unilaterale, possiamo davvero affermare di vivere in una democrazia?

Non si tratta di un appello nostalgico a uno stato delle cose che, apparentemente, abbiamo perso. Si tratta piuttosto di insistere sulla necessità di prendere sul serio il lessico della democrazia, dei diritti e della giustizia. Così, sul serio, da dover ammettere che ci troviamo tra le rovine di quel linguaggio, ormai intrappolati nelle sue ipocrisie.

Mentre studenti, ragazzi e ragazze di scuola, minacciosi «maranza», e camionisti, agricoltori e pescatori del Sud vengono elevati a nemici pubblici, lo Stato italiano e l’Ue stanno arrivando ai limiti osceni nel perseguire una guerra suicida nelle steppe dell’Ucraina, mentre fanno passare in silenzio il genocidio e la pulizia etnica che avvengono nel Mediterraneo orientale. Questo stato delle cose non è difendibile nemmeno nella prospettiva liberale più ristretta. Una certa egemonia si sta sgretolando. Stiamo finalmente giungendo a riconoscere l’urgente necessità di ricostruire le sue rovine in una configurazione politica diversa, in cui le questioni di giustizia – sia locali sia transnazionali – assumano un ruolo centrale.

Le vetrine rotte e i saccheggi urbani sono soltanto sintomi transitori di una crisi storica e strutturale. Che vengano rubati vestiti e scarpe dai prezzi esorbitanti (e poi distribuiti ai senzatetto) e che le autostrade vengano bloccate e i supermercati restino vuoti è un gesto anche politico che ci porta in una direzione che non dovrebbe essere indicata semplicemente dalla repressione della polizia e dei militari in piazza, ma dalla richiesta di un’altra politica. Di nuovo, come di fronte a Gaza, la classe dirigente europea dimostra di non essere all’altezza, restando semplicemente la guardiana del benessere del capitale, anziché di quello della società e delle sue richieste di giustizia. Di fronte alla kleptocrazia politica attuale, c’è una grande maggioranza sociale impoverita e inascoltata; questa storia non finirà bene.

Mentre qualche militante stagionato si lamenta della mancanza di un progetto politico e di un’organizzazione capace di indirizzare la volontà popolare, si apre un nuovo gioco. Qualsiasi partito di opposizione istituzionale si trova in difficoltà: manca il linguaggio, o meglio, la cultura, per interagire con i variegati attori sociali che rivendicano il diritto di essere soggetti storici. I politici condannano la violenza dei giovani, ipotizzando l’inserimento della malavita tra gli operai e una guerra ibrida gestita da Mosca, mentre, ovviamente, è lo Stato che esercita costantemente questo strumento in ogni ambito della vita quotidiana. I soggetti emersi in questi giorni non vogliono essere rappresentati, ma vogliono vedere riconosciuta l’autonomia delle loro richieste. Più che delegare ad altri i propri desideri, insistono perché i poteri esistenti si pieghino e rispondano a esigenze e domande che tali poteri rifiutano di riconoscere.

Abbiamo visto in questi giorni a Milano e in tante altre città, anche a Castel Volturno una delle capitali dei diritti offuscati dei migranti, una fluidità politica che sfida la rigidità della consueta rappresentanza. «Sii come l’acqua», per citare la frase taoista resa famosa da Bruce Lee. Forse, dalle generazioni più giovani possiamo imparare ad abbandonare le etichette ormai logore di «spontaneità», «violenza giovanile» e «anarchismo» e a cominciare a cogliere un altro aspetto dei linguaggi in circolazione, che alimentano un’intelligenza collettiva attraverso il networking, il glitching, l’hacking e le alleanze intersezionali, all’interno e all’esterno dell’ordine politico esistente. Da qui emergono anche prospettive insospettabili sul presente e sui possibili futuri.

Dai consueti tentativi di gestire la crisi – ancora legati alla logica aziendale che trasforma la politica in una succursale del capitale – emergono i rapporti ineguali che costituiscono il sociale e che non possono mai essere risolti restando su questi binari. Così, la situazione, rifiutando le analisi e le prospettive che richiedono l’ascolto delle voci non autorizzate, può essere soltanto repressa in modo antidemocratico, in una spirale di violenza istituzionale. Come sempre, si cerca di arrestare i processi storici in atto. Magari un’altra politica che riconosce questa cesura e, con essa, i propri limiti, sta aprendo orizzonti che richiedono sia un taglio strutturale sia un salto immaginario. Prima che sia troppo tardi

il manifesto, 27 ottobre 2026

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