Riconoscere l’umano è rivoluzionario …di Alessandra Algostino

Le 70mila persone entrate a Ceuta hanno materializzato la speranza e insieme la disperazione che vivono ai margini, invisibilizzate e sempre più esternalizzate. Non è certo emergenza invasione: è emersione delle diseguaglianze, sociali, economiche, politiche, ambientali.

I motivi che spingono a rischiare la propria vita non hanno voce nel coro, unanime nel respingere: le persone come essere umani scompaiono e divengono numeri di corpi ingigantiti a costruire la minaccia. Legittimate ormai la costruzione e l’esternalizzazione dei muri, la minaccia fornisce l’assist alla definitiva demolizione del diritto di asilo, il diritto di chi non ha diritti, l’ultimo baluardo a fronte del voluto naufragio dell’universalità dei diritti.

Ceuta è una battaglia della guerra ai migranti, una guerra che, come un’idra dalle molte teste, blinda lo spazio del privilegio (la fortezza); distrae dalla tempesta in cui viviamo, sociale, economica, politica e climatica; surroga la diseguaglianza e il vuoto del neoliberismo con la costruzione del nemico; costruisce sull’odio e sulla paura la visione del mondo della destra (e non solo). E Ceuta è un esempio della guerra con i migranti, utilizzati quali armi nel contesto di una guerra ibrida, di nuovo numeri, non esistenze. In tutte le ipotesi il migrante è degradato, spersonalizzato, disumanizzato.
E Ceuta, intrisa di colonialismo e neocolonialismo, emblematicamente ricorda la disumanizzazione, la distinzione «noi e altri» che ha accompagnato sin dal suo sorgere la storia dei diritti, proclamati come universali ma riconosciuti a pochi perché non tutti sono pienamente razionali o cittadini di un paese privilegiato.

La disumanizzazione è un processo di lungo corso: dapprima è il migrante come mera forza lavoro, che varca i confini in relazione alle esigenze del tessuto produttivo (così nella relazione che accompagna la legge Bossi-Fini), merce lavoro umana. Chi migra, o rientra nelle maglie utilitariste e classiste del decreto flussi, in un orizzonte economicista, o, nello stesso orizzonte, costituisce l’esercito di riserva della manodopera, con l’effetto collaterale (non voluto dai migranti ma ben voluto dall’alto) di collaborare a neutralizzare rivendicazioni e conflitto. Lo straniero, che vede il saldarsi della precarietà lavorativa con la precarietà del permesso di soggiorno, è terreno di sperimentazione di un lavoro sempre più servile.
Quindi il migrante è visto come clandestino, termine che evoca oscure paure e ha il suo risvolto istituzionale nel suo inserimento nello spazio della sicurezza: una sicurezza, ça va sans dire, intesa come ordine pubblico. Negli anni la figura si dilata: dal clandestino allo straniero tout court (immancabile soggetto dei pacchetti in tema di sicurezza), sino a ricomprendere il richiedente asilo, sospettato di frode ai «sacri confini», con la tragica contraddizione di privare della libertà personale chi fugge alla sua ricerca. E si sperimenta la criminalizzazione non della condotta ma della persona, mentre si rafforza la categoria della pericolosità sociale.

L’ossessione securitaria si affianca alla retorica dell’emergenza, argomento, o meglio, sentimento emotivo di distrazione di massa, con una logica dell’insistenza che pretende di inverarla mentre la contraddice, normalizzando il conseguente stato di eccezione.
Nel frattempo il controllo dei confini si fa chiusura, esternalizzazione delle frontiere e quindi svuotamento del diritto di asilo, dalle finzioni giuridiche (non ingresso, paesi sicuri), all’abominio incostituzionale del diritto di asilo delocalizzato (l’articolo 10 della Costituzione sancisce il diritto di asilo nel territorio della Repubblica).
La libertà di movimento, riconosciuta sulla base della cittadinanza o del denaro (golden visa), si rivela quale discrimine fra l’umanità ammessa e l’umanità esclusa o rinchiusa nei campi. L’umanità eccedente è da espellere dall’umano. Il muro – ai confini esterni ma anche interni – perimetra la diseguaglianza e la disumanizzazione pretende di renderla invisibile e (orrendamente) tollerabile.
Eccedenze da disumanizzare ed eliminare, Gaza ai confini interni ed esterni. Una precisazione: ragionare di libertà di movimento implica altresì riconoscere il diritto di restare, in condizioni che garantiscano dignità e diritti, ovvero libertà effettiva non il movimento come obbligo di fuga.

A proposito di «tabù ideologici» (citazione di Piantedosi), nei tempi oscuri che viviamo è il senso di umanità stesso ad essere pensiero radicale e, dunque, a finire nella lista sempre più fitta dei nemici.
Riconoscere l’umano è rivoluzionario, rimette in moto, invertendo la rotta, la dialettica della storia, e rivendicare uguaglianza (effettiva) urta un modello strutturalmente fondato sulla diseguaglianza (il capitalismo) come il razzismo e l’autoritarismo che sorreggono i fascismi

il manifesto, 8 agosto 2026

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