“Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio” …di Girolamo De Michele

L’ultimo saggio di Omer Bartov, Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio. La sconfitta morale di Israele (Laterza, pp. 240, euro 19) è destinato a lasciare il segno nella letteratura critica sulla guerra su e contro Gaza, e sul destino di Israele.

Non è casuale la concomitanza con l’assegnazione dei premi Pulitzer a M. Gessen e al fotoreporter palestinese Saher Alghorra per i suoi reportage da Gaza. Omer Bartov è una delle massime autorità storiche nel campo degli studi sulla Shoah; i suoi studi hanno confutato la tesi della differenza fra soldati regolari tedeschi e SS nei crimini di guerra, dimostrando la violazione sistematica e intenzionale del diritto di guerra da parte dell’intero esercito tedesco.
È per questo che il suo editoriale sul New York Times del 27 luglio 2025 “Sono uno studioso di genocidio: lo riconosco quando lo vedo” ha suscitato un giusto clamore, e ha contribuito alla presa di coscienza del genocidio in atto. La stessa autorevolezza che in questo libro spazza via ogni pretesa negazionista sul numero di vittime civili e bambini, sulla pretesa giustificazione degli «scudi umani» (sulla quale si veda il saggio di Gordon e Perugini, Scudi umani, Laterza 2025), e anche sui distinguo che hanno accompagnato gli interventi degli storici in questi tre anni: nella bibliografia, pur sintetica, sono compresi, dunque validati dallo studioso, autori «controversi» quali Didier Fassin, Rashid Khalidi, Pankaj Mishra, Benny Morris, A. Dirk Moses, Ilian Pappé ed Enzo Traverso. Ma anche Lee Mordechai, storico israeliano creatore di un coraggioso database delle atrocità commesse dall’esercito israeliano, nonché Fanon e Césaire, dai quali Bartov trae la categoria di «colonialismo». Nondimeno, questo libro tradotto in otto lingue, cinese compreso, non trova un editore in Israele.

L’editore italiano ha scelto un titolo che indica il percorso descritto dall’autore nel libro, indicando il punto di precipitazione. L’originale, Israel: What Went Wrong?, era la domanda suscitata nello storico dall’abisso: cioè dalla constatazione che, in base al diritto internazionale umanitario e alla Convenzione Onu del 1948, «negli ultimi due anni Israele ha condotto un’operazione genocida a Gaza, e tutto lascia intendere che ciò facesse parte di una strategia politica deliberata»; e che è uno Stato che attua una prassi colonialista e in cui vige un regime di apartheid verso la popolazione arabo-palestinese, «intrappolato nel proprio senso di shock e trauma, in una profonda negazione dei crimini commessi in suo nome dalla sua gente, compresi i figli e i nipoti di coloro che, in altri tempi e in circostanze diverse, avrebbero facilmente percepito gli orrori che ora accettano, negano o cercano di ignorare».
La colonizzazione, afferma Bartov riprendendo Césaire, disumanizza gli occupati: Bartov aveva già incontrato questa visione nei soldati tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale – «i bolscevichi come Untermenschen, Hamas come animali umani». Ma disumanizza anche l’occupante più civilizzato, perché si basa sul disprezzo dell’altro ed è giustificato da questo disprezzo. La never again syndrom aggiunge a questa visione la convinzione che per Israele non valgano i vincoli imposti alle altre nazioni; e che ogni critica ad Israele, financo al sionismo «distruttivo, razzista e suprematista ebraico» incarnato da Netanyahu» sia «antisemita»: il rifiuto del collegamento fra l’oppressione decennale dei palestinesi occupati e il presunto antisemitismo, prodotto in Israele, viene esportato in Europa e negli Usa.

Il peccato originario sta nella decisione di Ben Gurion e dell’élite sionista di non dotare Israele di una costituzione scritta che sancisse quei principi universali, validi anche per gli arabi, che erano prescritti dalla risoluzione di partizione Onu del 1947, che non riguardava i soli confini, e sulla base della quale fu riconosciuto dall’Onu lo Stato di Israele. La stessa Corte Costituzionale israeliana ha avuto un ruolo ambiguo: ha cercato di affermare il carattere democratico di Israele, tacendo però sulla violazione dei diritti nei confronti degli occupati e delle vittime della Nakba.
Lo stesso sionismo è chiamato in causa: nato come «ribellione degli ebrei contro il destino e l’oppressione» – ma, aggiunge, con molti tratti in comune con la strategia di Netanyahu –, si è trasfigurato nella dottrina del Dio degli Zeloti, in marcia «lungo la via della teocrazia e dell’apocalisse, seguendo una colonna di nube e di fuoco». In assenza di un radicale ripensamento dei rapporti fra ebrei e palestinesi – sul quale Bartov sembra pessimista, pur non cessando di sostenerlo – il destino di Israele sembra destinato a ripercorrere quello del Sudafrica: implodere su se stesso, ma solo dopo che un’enorme quantità di sangue sarà stato versato

il manifesto, 28 maggio 2026

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