Il corpo e il libro strappato …di Tahar Lamri

Tra le macerie di Tallet al-Khayat, a Beirut, l’8 aprile 2026, è stato ritrovato il corpo della poetessa libanese Khatun Salma, insieme a quello del marito Muhammad Karasht. Non lontano da loro, una copia sfregiata di Ventiquattro ore nella vita di una donna di Stefan Zweig. Qualcuno ha visto. Qualcuno ha capito subito. E ha diffuso le due immagini insieme – il corpo e il libro strappato – come si diffonde una verità che non ha bisogno di didascalie.

Khatun Salma aveva scritto:

قد أكون الضحيّة / الشهيدة إن شاؤوا
في الصدع فأس / في الصدر جرح
أمدّ يدي اليمنى / تليها اليسرى / ربّما معاً ننجو

Potrei essere la vittima / la martire, se così vogliono
nella fessura un’ascia / nel petto una ferita
tendo la mano destra / poi la sinistra / forse insieme sopravviviamo

Non sono sopravvissuti insieme.

Forse stava leggendo Zweig quella sera. Forse cercava in quelle pagine una chiave per capire l’oscurità del fascismo di ieri e riconoscere meglio quella di oggi. Il fascismo l’ha raggiunta mentre leggeva. È entrato in casa sua senza chiedere il permesso, come fa sempre, come ha sempre fatto.

L’operazione si chiama “Oscurità Eterna”.Cinquanta caccia, centosessanta bombe, cento obiettivi, dieci minuti. Nessuno cercava lei in particolare. Non serve cercare un poeta per ucciderlo, basta decidere che lo spazio in cui vive è sacrificabile. Con tutto ciò che contiene: corpi, voci, libri, versi.

Zweig si era suicidato in Brasile nel febbraio del 1942, in fuga da un’Europa che aveva smesso di essere abitabile per chi pensava e scriveva. Ottant’anni dopo, i libanesi che hanno diffuso quelle due immagini stavano facendo la stessa cosa che faceva lui: cercare di dare un nome a ciò che li sta distruggendo. Con gli stessi strumenti culturali che vengono distrutti insieme a loro.

Non è la prima volta. A Gaza, il 6 dicembre 2023, Israele ha bombardato chirurgicamente l’appartamento in cui si trovava il poeta Refaat Alareer, uccidendo lui, suo fratello, sua sorella e tre nipoti. Poche settimane prima aveva scritto: “Se devo morire, che sia un racconto”. Con lui sono stati uccisi la poetessa Heba Abu Nada, il romanziere Omar Abu Shawish, la pittrice Heba Zaqout, la scrittrice Halima Al Kahlout e decine di altri artisti e intellettuali di cui i nomi rischiano di restare sepolti sotto le statistiche. Prima di loro, nel 1972, Ghassan Kanafani – scrittore, drammaturgo, voce della resistenza palestinese – era stato assassinato a Beirut da un’autobomba del Mossad.

C’è una linea che attraversa i decenni. Il fascismo, in tutte le sue forme, ha sempre saputo che i poeti sono pericolosi non perché imbracciano armi, ma perché nominano le cose. E nominare le cose è il primo atto di resistenza. Per questo li cerca, li bombarda, li seppellisce sotto le macerie con o senza nome.

Se devo morire, che sia un racconto”, aveva scritto Alareer.

Khatun Salma è diventata un racconto. Come Refaat. Come tutti quelli che il fascismo vuole ridurre a numero e riesce invece a trasformare in voce.

Comune.Info, 13 aprile 2026

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