Il senso della fuga di Hajar Azell (Rabat, 1992), pubblicato da Marcos y Marcos (pp. 216, euro 18, traduzione di Sara Giuliani), è un romanzo della dislocazione, in cui la fuga non è semplice motivo narrativo ma cifra dell’esistenza. Alice, la protagonista, non fugge da una forma di immobilità disegnata: è piuttosto il suo stesso rapporto con il mondo a diventare esposizione radicale all’instabilità. Vi convivono l’impossibilità di coincidere con uno spazio, con una memoria, con un’identità e non vi è approdo, non vi è pacificazione, non vi è sintesi tra passato e presente. La formazione di Alice non culmina in una conquista di sé, ma nella presa d’atto che la soggettività si costituisce dentro la frattura, nella persistenza di una perdita originaria che nessun ritorno può colmare. La fuga, così, designa il gesto di evasione dai paradigmi dell’appartenenza.
La materia storica e politica del romanzo di Azell attraversa Beirut, Il Cairo, Aleppo, Parigi e Orano, e questi luoghi non sono solo stazioni di un itinerario geografico, ma tappe e tracce in cui la soggettività di Alice si misura con diverse figure della rovina: la repressione, la guerra, la sospensione malinconica dell’Algeria dell’ultimo periodo Bouteflika. Il giornalismo, come mestiere, costituisce un dispositivo di legittimazione e una prova etica: raccontare la Storia significa cercare una verità del presente, ma anche confrontarsi con l’insufficienza di ogni sguardo e con il rischio della rappresentazione del dolore. Il rapporto d’amore con Bassem, ad esempio, si sottrae deliberatamente a ogni funzione compensatoria, e non è mai rifugio entro la catastrofe. La relazione tra lui e Alice, nutrita di desiderio e disillusione condivisa, mostra come l’amore, in un mondo devastato dalla violenza politica, non possa più presentarsi come spazio di salvezza, ma piuttosto come intensificazione della precarietà.
Da una postura affine, il romanzo evita la mitologizzazione eroica della protagonista: Alice non è mai, davvero, coscienza sovrana degli eventi, perché la voce narrante la mantiene entro una zona di esposizione, di fatica, di parzialità, dove il sapere nasce dall’attraversamento della perdita. La medesima logica governa il ritorno in Algeria, che il testo sottrae a qualsiasi paradigma riconciliativo. Orano non è il luogo di una rivelazione identitaria né la scena di una ricomposizione lineare delle origini, ma uno spazio spettrale, segnato dal lutto del padre e dall’opacità irriducibile della storia familiare. «La morte di suo padre aveva lasciato un silenzio. Sua madre aveva messo via i libri e le foto. Era troppo difficile vedere il suo sguardo spento emergere dalle vecchie cornici. Non era il momento di lamentarsi. Bisognava andare avanti, lavorare, salvare la dignità, la vita era questo: un prestito da rimborsare e una routine da portare avanti fino alla fine, dignitosamente, sempre. Alice era sfuggita a quella linea retta, a lei serviva altro».
Il percorso di Alice non le restituisce alcun fondamento, lei cerca altro e ciò le consegna, piuttosto, la verità di una genealogia frammentaria, attraversata da una topografia dell’inappartenenza, in cui ogni luogo vissuto è insieme prossimità e scarto
