Il vecchio-nuovo colonialismo …di Raúl Zibechi

Ora che il capitalismo recupera le modalità brutali del colonialismo, può essere necessario rivisitare alcuni dei suoi aspetti più schiaccianti per i popoli, così non ci confondiamo, e soprattutto per travolgere l’apparato di propaganda del sistema. La pubblicità, appena nascosta, tende a coprire i crimini del colonialismo e a mascherarli come imprese civilizzatrici, tra le quali spiccano la democrazia e lo sviluppo che avrebbero portato la conquista del terzo mondo.

Un recente articolo di Rafael Poch su CTXT, intitolato “L’impero virtuoso“, ha la virtù di descrivere le atrocità coloniali e di collegarle all’atteggiamento europeo, e del Nord globale, con il genocidio palestinese. Più ancora, sottolinea che “il ruolo svolto nel XIX secolo dalla ‘civiltà’, dal ‘commercio’ e dal ‘cristianesimo’ imposto ai ‘selvaggi’ è ora svolto dall’ideologia dei diritti umani, dell’uguaglianza di genere e di altre nobili cause”.
Una doppia operazione mediatica permette di nascondere i massacri e allo stesso tempo di mascherare la conquista coloniale con concetti che la giustificano, in nome di un presunto bene superiore che i conquistati non hanno mai condiviso.

Una prima questione da sottolineare è che nelle colonie non è mai esistito qualcosa di simile a una democrazia, perché sono stati governati con mano di ferro dai conquistatori, senza la minima concessione ai popoli che sono stati selvaggiamente repressi. Poch ci ricorda che nella distruzione del settore manifatturiero in India hanno giocato un ruolo decisivo l’eliminazione delle tariffe sui tessili britannici, insieme all’imposizione di tasse e barriere alla vendita dei tessuti indù.

Una seconda questione è la violenza diretta e indiretta che hanno esercitato nelle loro colonie. La carestia in Irlanda tra il 1846 e il 1847, che egli chiama “l’olocausto irlandese”, provocò che la fame e le sue conseguenze causarono da uno a due milioni di vittime su una popolazione di otto milioni. Mentre altri paesi europei, anch’essi colpiti dalla peste delle patate, hanno bloccato le esportazioni alimentari per compensare le perdite, i britannici non solo non l’hanno fatto ma hanno sfruttato la carestia per imporre riforme di libero mercato. Come si può vedere, la “dottrina dello shock” di Naomi Klein ha una lunga storia, pur mantenendo tutta la sua tremenda attualità. Fino ad oggi i mezzi di comunicazione macchiano il disastro, sia insultando i popoli o elogiando le misure che promettono “progresso”.

La terza questione è centrale: i crimini contro l’umanità. Solo in India, tra il 1880 e il 1920,100 milioni di persone sono morte su una popolazione di poco più di 200 milioni, a causa della carestia e dell’impoverimento. Nel Bengala, dieci anni prima, la fame ha ucciso un terzo della popolazione, 10 milioni. I latinoamericani, e in particolare i popoli originari e neri, conoscono questa storia poiché il continente ha subito un vero e proprio olocausto che è stato vicino alla fine della popolazione non bianca. A questo si possono aggiungere orrori come le guerre dell’oppio, che hanno provocato 150 milioni di tossicodipendenti in Cina, uno su tre abitanti.

La quarta questione è il rilascio di prigionieri per usarli come manodopera contro i popoli, in particolare da parte della Gran Bretagna. I dati sono molto eloquenti. Nei trent’anni precedenti al 1776, un migrante su quattro arrivato nel Maryland era condannato. Nel 1840, la metà della popolazione della Tasmania (sud dell’Australia) era detenuta. Tra il 1788 e il 1868 (otto decenni) 162 mila condannati sono stati inviati in Australia, “deportati per uccidere aborigeni a piacimento”.

Anche se Poch non lo menziona, si può fare un parallelo tra l’uso dei prigionieri come punta di lancia dell’impresa coloniale e l’attuale stimolo che ricevono i narcotrafficanti per attaccare movimenti sociali e popoli in resistenza. Da un lato, è evidente che il narcotraffico non può prosperare né sussistere senza sostegno statale, sia nella giustizia o negli apparati armati, e ai diversi livelli dei governi. D’altra parte, i fatti dimostrano che siamo di fronte a un’ingegneria sociale molto più sofisticata di quella del colonialismo, che cerca di dirigere il narcotraffico contro coloro che si oppongono ai governi. Non è un caso che in tutta l’America Latina il narcotraffico attacchi movimenti e dirigenti sociali, generalizzando modi che a quanto pare sono nati in Colombia. La capacità di dirigere la violenza dei narcotrafficanti contro i movimenti dal basso è distruttiva per i popoli e un aiuto inestimabile per consolidare il capitalismo attraverso le cosiddette “guerre alla droga”.

Nel Semillero di agosto del 2025, il subcomandante Moisés, portavoce dell’EZLN, ha parlato sull’atteggiamento da prendere nei confronti dei narcos. Ha detto che, in generale, sono poveri come loro e che non c’è motivo di iniziare una guerra tra quelli di sotto. Sembra importante discutere per avere una posizione di fronte a una realtà così presente e lacerante.

Comune.Info, 8 febbraio, pubblicato anche su La Jornada

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *