“Tessitori di rivolte”. Liberarsi dal lavoro …di Marc Tibaldi

È un libro che crea un corto circuito tra storia e presente, sostiene nella prefazione l’antropologo Marco Aime, a proposito di Tessitori di rivolte (elèuthera, pp. 176, euro 16) di Ingrid Anastasia Pedrazzini. È un utile volumetto che nella prima parte racconta con intelligenza genesi, storia e repressione del luddismo, movimento di protesta, sviluppatosi all’inizio del XIX secolo in Inghilterra, caratterizzato dal sabotaggio della produzione industriale, fuori da banalizzazioni e luoghi comuni, contestualizzando nel proprio tempo ed evidenziando i collegamenti con il successivo movimento operaio.

Nella seconda parte i rimandi arrivano all’oggi, attraverso le riflessioni e le pratiche di lotta di movimenti e di autori che hanno pensato come sciogliere i nodi tra tecnologia e liberazione, dai telai di fine Settecento agli attuali algoritmi del controllo. Come si sa, il nome del movimento deriva da un personaggio forse mai esistito, Ned Ludd, che avrebbe distrutto un telaio in segno di protesta. Ludd divenne simbolo della distruzione delle macchine industriali e si trasformò in una figura mitica: il Generale Ludd, il protettore e vendicatore dei lavoratori salariati sconvolti dalla rivoluzione industriale.

La leggenda di Ludd, adottata come vessillo, «ci parla della necessità di resistere non solo al cambiamento imposto dall’alto, ma anche alla narrazione unica del progresso come destino ineluttabile e benefico. Il mito di Ned Ludd non è solo un artificio retorico: è un dispositivo collettivo per dare voce a chi non ne ha, una scusa per costruire alleanze, per irradiare ironia e dissenso là dove l’ordine sociale sembra inscalfibile», scrive Pedrazzini.Trasformare la protesta in rito: travestimenti, maschere, segni di riconoscimento, trasformarla in un «carnevale sovversivo» per sovvertire il potere.

Negli ultimi capitoli, attraversando le riflessioni di pensatori anche molto distanti nell’elaborazione teorica, si cerca di dipanare quei grovigli della vita contemporanea che intrecciano l’uso della tecnica e della tecnologia, a iniziare dal labirinto linguistico e concettuale dei due termini, con le libertà individuali e collettive.

Dal dislivello prometeico di Günther Anders, ossia la distanza sempre crescente fra l’uomo e il mondo dei suoi prodotti e il senso d’inferiorità che consegue alla consapevolezza di questo stato di cose, all’interiorizzazione del capitalismo denunciata da Jacques Camatte; dalla tecnologia come metodo e non come macchina di Jacques Ellul agli strumenti conviviali di Ivan Illich; dalla tecnologia come svelamento del modo di trattare con la Natura (mettendo a nudo il modo di formazione delle sue relazioni sociali e delle concezioni mentali che ne derivano) di Marx al possibile totalitarismo tecnologico paventato da Adorno e Horkheimer.

E, ancora, dalla tecnologia come organizzazione produttiva dello spazio di Henri Lefebvre al «medium è il messaggio» di McLuhan; dalle tecnologie democratiche e autoritarie individuate da Lewis Mumford alla tecnologia utilizzata non per ridurre la fatica dell’operaio ma per massimizzare pluslavoro e plusvalore a beneficio del capitale descritta da Raniero Panzieri; dal disincanto dell’industrializzazione di Max Weber al capitalismo della sorveglianza, che si appropria dell’esperienza umana usandola come materia prima per trasformare i comportamenti in dati, come ci ha insegnato Soshana Zuboff.

Quando scorriamo gli schermi digitali in realtà subiamo una guerra, la guerra che le più grandi aziende del pianeta combattono per catturare il tempo cerebrale delle persone (La guerra per l’attenzione, la chiamano Y. Marry e F. Souillot, nel bel libro pubblicato dalle edizioni Malamente). «Ci siamo in mezzo, e ne vediamo i danni, soprattutto per i più giovani: calo della concentrazione, disturbi del sonno, irritabilità, isolamento. Senza contare la minaccia ai legami sociali e l’accelerazione della catastrofe ecologica».

Soluzioni? Sottrarsi e stare «dentro e contro» – dentro alle contraddizioni, contro le dominazioni, come insegna il vecchio slogan della tradizione operaista contro il lavoro e – come conclude Pedrazzini – di «invertire la rotta continuando a lottare».

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