Gli spettri che interrogano il mondo bianco …di Iain Chambers

Anche il nostro linguaggio vive sotto occupazione. Tale mentalità da assedio riflette una crescente consapevolezza: è l’Occidente bianco a costituire una minoranza

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Kaja Kallas, ex primo ministro dell’Estonia e ora Alta rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, detta la politica russofobica dell’Unione europea. Nel frattempo, con Israele pienamente impegnato nel genocidio e nella pulizia etnica, l’Ue continua a mantenere accordi commerciali e a fornire ingenti finanziamenti alla ricerca. A differenza della Russia o dell’Iran, Israele non viene né condannato né sanzionato. Questi doppi standard, il meschino unilateralismo e l’abolizione della diplomazia non porteranno a nulla di buono.

Stiamo semplicemente parlando di stupidità politica, accecata dalla brutale pragmatica del potere? O c’è qualcosa di più profondo all’opera? Certamente, il tentativo di chiudere la discussione critica e qualsiasi contestazione pubblica fa parte della presa autoritaria della democrazia occidentale di oggi: da Kiev a Londra, da Berlino a Roma a Washington. Qualsiasi messa in discussione delle premesse che autorizzano l’attuale regime discorsivo viene semplicemente condannata come filo-Putin o filo-Palestina, accompagnata da insulti di comunismo, antisemitismo, se non accuse di terrorismo.

Il lessico politico si è drasticamente ridotto; non sono ammesse opinioni e prospettive alternative. Attraverso un bombardamento sul linguaggio ammissibile, agli ebrei viene detto come essere ebrei (spesso da autorità non ebree), e al resto di noi viene sostanzialmente detto di stare zitti e accettare lo status quo. Questo controllo non si limita alle manifestazioni pubbliche. Come ha dimostrato esplicitamente negli ultimi tre anni la mancata copertura del genocidio a Gaza da parte dei media mainstream, insieme alla cooperazione ininterrotta tra centri di ricerca, università, industrie degli armamenti e lo Stato di Israele, tale sorveglianza si è infiltrata in ogni angolo della vita istituzionale e intellettuale. Anche il nostro linguaggio vive sotto occupazione. Naturalmente, una tale mentalità da assedio racconta inavvertitamente un’altra storia. Riflette la crescente consapevolezza che, in termini planetari, è l’Occidente bianco a costituire una minoranza. Le rivendicazioni di universalità e il diritto di definire e mappare il mondo oggi generano paradossalmente un volume crescente che suona vuoto.

Il ben noto, ma non sufficientemente studiato, saggio di Walter Benjamin sulla filosofia della storia orbita attorno a un quadro di Paul Klee che Benjamin possedeva personalmente: Angelus Novus. Con le ali aperte e gli occhi spalancati, contemplando l’accumulo delle rovine del passato, l’angelo viene portato all’indietro verso il futuro dal vento che riempie le sue ali con le raffiche della tempesta chiamata ‘progresso’. Quest’immagine dell’angelo della storia, con cui Benjamin insisteva sul fatto che la vera storia è quella dei vinti (di nuovo quella maggioranza negata e rifiutata), ci invita a tornare al passato per ricercare la giustizia nelle sue rovine.

Non si tratta di un’operazione storiografica ‘neutrale’ e ‘scientifica’ che astrattamente evita la propria posizione storica, ma di una disponibilità etica a sporcare e contaminare il proprio linguaggio con i corpi e le vite che emergono dal passato per interrogarci. Tali spettri, che arrivano dai mondi coloniali, fisicamente e metaforicamente, al sud dell’Occidente (e anche dalle parti dell’Eurasia esclusa dal mito della nostra parabola), sostengono aperture e dialoghi, spesso inaspettati ma necessari per riconoscere una modernità e un mondo non soltanto nostri. L’idea dominante secondo cui la storia non sarebbe altro che lo svolgersi della nostra egemonia – altro nome per indicare l’imperialismo e le persistenti aspirazioni coloniali – rivela un percorso sempre più pericoloso. Un percorso dipendente dalla struttura razzista del potere, per la quale il mondo bianco è considerato il detentore dell’autorità morale, non coglie la realtà di un pianeta decisamente più complesso e multipolare. In innumerevoli catene e connessioni, al di sotto, attraverso e oltre lo Stato-nazione, le diaspore culturali e le precedenti periferie stanno diventando centri emergenti. In termini più immediati, c’è una Napoli o una Milano, proprio come c’è un’Italia e un’Europa, che è anche nera. Basta ascoltare la musica, assaggiare il cibo e guardare l’abbigliamento. In tutti questi luoghi, l’Islam è la seconda religione.

La violenza sempre più paranoica, applicata per tenere a freno questa eterogeneità, rivela la fragilità delle strutture. Ogni giorno vediamo le crepe nella brutale rigidità del rifiuto di accettare la storia come un processo aperto, sempre suscettibile al cambiamento, alla trasformazione e a ciò che la maggior parte dei governi ha deciso di scartare… la democrazia.

il manifesto, 3 giugno 2026

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