Il corpo negato: dove il diritto scompare

Michel Foucault, tra le pagine di Sorvegliare e punire, ci metteva in guardia: nel Medioevo il potere sovrano si abbatteva famelico sul corpo del condannato. Il supplizio doveva essere pubblico, la tortura una macabra messinscena di piazza per ribadire, attraverso il terrore, l’assoluta autorità del re. L’Illuminismo ha poi nascosto quella stessa violenza dietro le mura asettiche e burocratiche delle carceri, rendendola invisibile.
Oggi, nella società dello spettacolo, stiamo registrando un cortocircuito spaventoso. La carne lacerata è tornata in mostra, ma si è fatta digitale. Scorre, incessante e spettacolarizzata, sui display dei nostri smartphone, fagocitata da flussi social che anestetizzano la nostra capacità di indignazione e svuotano l’empatia. Assistiamo, in una cinica diretta globale, alla regressione più buia: la santificazione della legge del più forte.

Ma questa deriva non è una teoria accademica. Ha i volti rigati, le storie spezzate e i corpi dei 400 volontari della Global Sumud Flotilla e della Freedom Flotilla Coalition. Persone di pace provenienti da tutto il mondo, sequestrate in acque internazionali mentre cercavano di portare aiuti umanitari vitali a Gaza. I video con le loro testimonianze di abusi e torture, ogni volta ricordando che quel che hanno subito per un tempo limitato non è nulla rispetto a quel che subiscono quotidianamente gli ostaggi palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane, sono un esempio di forza e speranza che non ci può lasciare indifferenti.

È di queste ore invece la notizia che i dieci attivisti civili del Global Land Convoy, sequestrati dalle milizie della Libia orientale mentre cercavano un dialogo pacifico per far passare in sicurezza il convoglio di aiuti umanitari per Gaza, sono stati rilasciati. Siamo in attesa di avere maggiori informazioni ma tiriamo un sospiro di sollievo, anche perché tra loro c’è una compagna di cammino che conosciamo bene, Dina (Leonarda) Alberizia. Era con noi un anno fa durante la prima Local March for Gaza. Quando la violenza geopolitica tocca una persona così vicina, che ha condiviso i nostri stessi passi, la guerra smette di essere un fotogramma distante sullo schermo. La minaccia non è altrove: è anche qui. Come le risposte possibili.
Tutte queste persone ci ricordano che l’impotenza e la rassegnazione non possono essere la risposta. La solidarietà internazionale ci dimostra che la resistenza non è il sogno ingenuo di idealisti fuori dal tempo, ma l’unica necessità urgente e concreta per scardinare le logiche criminali dello sfruttamento, del controllo coloniale e della sopraffazione militare. Empatia contro sopraffazione.

Per questo, oggi più che mai, l’imperativo delle Local March for Gaza diventa politico: decolonizzare il nostro immaginario. Dobbiamo disarmare le nostre menti dall’idea tossica che la violenza geopolitica sia inevitabile, che la solidarietà debba essere criminalizzata e che la pace sia un’utopia impossibile. Ma anche che la felicità passa per il consumo, che l’ambizione individualistica è una virtù e che ci sono vite che valgono più di altre.

Solo decolonizzando lo sguardo, liberandolo dalle narrative del potere, potremo trasformare la rabbia in azioni concrete di liberazione. Qui e ora. Per gli attivisti sequestrati, per le popolazioni eliminate e allontanate dalle proprie terre per far spazio alle mire coloniali di altri, per restituire dignità e diritto all’esistenza a tutti i corpi oppressi della Terra.

Local March for Gaza, 14/2026

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