Non sappiamo se la presidente del Consiglio si sia resa conto di essere arrivata in Etiopia (13-14 febbraio) a pochi giorni dalla ricorrenza, il 19 febbraio, del massacro di Yekatit12, la terribile rappresaglia, centinaia di volte quella delle fosse ardeatine, che seguì l’azione di due giovani partigiani etiopi che tentarono di eliminare il criminale di guerra Rodolfo Graziani, Viceré d’Etiopia.
Nei tre giorni che seguirono l’attentato, che fece sette vittime tra il seguito del generale, ma a cui Graziani sopravvisse, esercito e coloni civili italiani effettuarono quella che Angelo del Boca ha definito “la più furiosa caccia al nero che il continente africano avesse mai visto”. La repressione arrivò allo sterminio di tutti gli abitanti, monaci e laici, del convento di Debra Libanos. L’Italia fascista aveva replicato ad Addis Abeba quello che l’Italia liberale aveva già fatto a Tripoli nel 1911 in seguito alla battaglia di Shara Shatt. La strage è stata tecnica ordinaria di governo del colonialismo italiano.
Crimini per i quale la Repubblica non ha mai assunto responsabilità rimuovendoli dalla memoria pubblica e che da tempo un vasto arcipelago di associazioni chiede di riconoscere con l’istituzione, proprio il 19 febbraio di una “Giornata della memoria delle vittime del colonialismo italiano”.
Nessun giornale narra, comunque, che questa coincidenza temporale sia stata notata. E sembra, inoltre, che in ogni caso nessuno in Etiopia gliela abbia fatta notare. Alla “rimozione storica” che ha caratterizzato il rapporto dello Stato italiano con il passato coloniale si somma l’”oblio strategico” di uno stato in disperato bisogno di investimenti esteri come sostiene questa interessantissima riflessione pubblicata sull’Ethiopian Tribune e che, con il loro esplicito consenso, vi propongo in italiano raccomandandovi di leggerla fino in fondo.
L’articolo illumina il fatto che il colonialismo e il neocolonialismo non siano rapporti unidirezionali di predazione, ma strutture di un’alleanza, certo asimmetrica, ma comunque reciprocamente vantaggiosa, tra capitale europeo ed élite locali dominanti dentro un paradigma dello sviluppo che esclude e marginalizza le popolazioni locali. E che questo è il quadro in cui si svolge anche il cosiddetto Piano Mattei.
Fabio Alberti, Comune.Info, 18 febbraio 2026
