CI permettiamo di rompere il silenzio abituale su fatti dolorosi come quelli di Crans-Montana per aprire una riflessione necessaria sulla “società dello spettacolo“. Fatti e comportamenti che possono essere analizzati da altri punti di vista per aprire squarci utili a conoscere le forme assunte dalla soietà conteporanea
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La prima sequenza è quella di una banale festa di San Silvestro in una discoteca trendy. Candele pirotecniche, ragazzi che ballano, musica trap, luci stroboscopiche. Poi, l’incendio, lì in alto, sul soffitto. Un quadrato con le lingue di fuoco che si propagano veloci mentre, sotto, la musica continua, le danze non si fermano, un ragazzo salta, altri esultano, vorrebbero toccare il cielo con un dito. La scena continua, i sedicenni rimasti sono disarmati di fronte a ciò che sta accadendo, ipnotizzati, preda di una percezione profondamente alterata.
Alzano i cellulari per diventare i protagonisti di un film horror. Intanto la realtà si è già impadronita di loro e li sta divorando. Il tempo che scorre, tra filmare «l’evento» da postare sui social e mettersi in salvo, è fatale: hashtag cransmontana. Frazioni di secondo. Niente è in regola al lounge bar Le Constellation. Chi non scappa filma la propria morte. La distanza tra realtà fisica e virtualità è annullata e niente sembra più sexy che essere protagonisti di una storia incredibile, aggiungere un tassello alla propria mitologia personale, istagrammare la tragedia e raggiungere quanti più like possibili.
«In the future everyone will be famous for 15 minutes», affermò profeticamente Andy Warhol nel 1968, in occasione della sua mostra personale al Moderna Museet di Stoccolma, prefigurando lo scenario nel quale ciascuno avrebbe avuto la possibilità di diventare star per due minuti su Tik Tok o Fb.
Nell’intoduzione di Ipnocrazia (Tlon)– il saggio sperimentale di Andrea Colamedici, alias Jianwei Xun – si legge: «L’Ipnocrazia è il primo regime che opera direttamente sulla coscienza. Non controlla i corpi. Non reprime i pensieri. Induce, piuttosto, uno stato alterato di coscienza permanente (…) Nel frattempo, gli schermi brillano incessanti nella notte della ragione. L’informazione scorre come un fiume ipnotico mentre shock e torpore si alternano in un ritmo studiato (…) La dopamina scorre nel sistema. L’incredulità si dissolve come nebbia al mattino».
E la mattina del primo dell’anno, la scena dantesca della tragica festa è entrata nelle nostre case come un demone feroce e assetato che si è imposto come principio, monito, potenza distruttiva. Il video si è moltiplicato, espanso, diffuso, come un incendio psichico collettivo. Nessuna azione possibile contro il potere distruttivo dell’immagine che si completava mentre distruggeva i corpi, presentandosi come meta-narrazione di un pianeta che brucia, contemporaneamente, nelle nazioni più disparate.
Nella bibbia degli anni sessanta, La Società dello Spettacolo (1967), Guy Debord scrive: «L’intera vita delle società, in cui dominano le moderne condizioni di produzione, si annuncia come un immenso accumulo di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione».
Il 22 gennaio 1987, Andy Warhol si aggirava per le stanze del Refettorio delle Stelline di Milano dove era in corso l’inaugurazione della sua ultima mostra dedicata a «L’ultima cena» di Leonardo da Vinci. Sotto il ciuffo bianco, teneva una macchina fotografica Minox fissa davanti all’occhio destro. Come sempre, ogni singolo momento veniva catturato, registrato, collezionato dall’artista più pop del mondo che, in anticipo sulla pratica dei selfie e dei post, scattava migliaia di fotografie trasformando le persone in icone, l’ordinario in straordinario. In fondo, con il suo rullino in tasca, affermava che la vita è una serie d’immagini che cambiano solo nel modo di ripetersi. Cosa è cambiato da allora?
Nel sistema di realtà multiple, che creano infiniti labirinti degli specchi, claustrofobici, eccitanti e deprimenti, potremmo tornare a ripristinare, almeno in parte, realtà non mediate dalle immagini, dalla mitografia e dall’autorappresentazione. Relazioni fisiche concrete, dirette, che si possano estendere oltre l’umano ai regni animale, vegetale, minerale; relazioni che creino micro-comunità consapevoli delle proprie forze psichiche e spirituali. Se, come afferma Debord, «Il nostro tempo preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere. Ciò che per esso è sacro, non è che l’illusione, ma ciò che è profano, è la verità».
Come contrastare allora la dissonanza cognitiva e la trance indotte dal sistema ipnocratico? Non ci sono parole per commentare quanto successo a capodanno, niente è recuperabile. Ma forse verrà il tempo della consapevolezza della necessità di discriminare il vero dal falso, collettivamente.
Forse alcuni cercheranno di uscire dal The Truman Show, sceglieranno di resistere al canto dell’Apocalisse sfuggendo alla logica della performance continua. E allora citando Nanni Balestrini: «non più dominanti e dominati ma forza contro forza / si può sentirne lo strappo sonoro / scorrere il sangue la nuova vita che arriva»
il manifesto, 6 gennaio 2026
