Il centro sociale Askatasuna (che significa libertà nella lingua che si parla nella comunità autonoma dei Paesi Baschi), da più di un quarto di secolo uno dei luoghi più conosciuti e diffamati tra gli spazi pubblici della “sovversione” al sistema dominante in Italia. Perseguitato e incriminato sceglie di diventare un “bene comune della città aperto ai bisogni collettivi dei cittadini” con un accordo con il Comune di Torino. E puntuali arrivano avvisi di garanzia!
Qui una riflessione di Livio Pepino apparsa su Volere la luna: Askatasuna e il futuro dei centri sociali
Qui il comunicato del centro sociale Askatasuna:
Così è se vi pare
“Apriamo spazi al quartiere per i bisogni collettivi!” così 27 anni fa scrivevamo su uno striscione il giorno in cui in tante e tanti occupavamo il Centro Sociale Askatasuna. Lo diciamo chiaramente il percorso che porterà il centro sociale ad essere “bene comune” della città, rientra nella consequenzialità di quella frase, la prerogativa del centro sociale è sempre stata quella di essere aperto ai bisogni collettivi.
Negli ultimi mesi la Procura di Torino, la Questura e il Governo, hanno costruito le condizioni e il terreno per arrivare ad un possibile sgombero, puntando alla cancellazione della possibilità stessa di organizzarsi collettivamente. Il percorso che abbiamo intrapreso, insieme ad un nutrito gruppo di cittadini e cittadine solidali della nostra città, rappresenta la possibilità che abbiamo scelto. Vogliamo dare priorità a questa, impedendo l’eliminazione dell’esperienza del centro sociale e di tutte le attività che questo costruisce quotidianamente per il quartiere e le persone, molte, che lo attraversano.
Le ispezioni e le inchieste orchestrate ad hoc contro di noi mirano a mettere una pietra sopra tutto quello che dentro il centro sociale viene fatto, in tutta la sua diversità ed eterogenità. Per questo vediamo positivamente la scelta del Comune di Torino di iniziare un percorso di coprogettazione che permetta di continuare, e aprire ancor di più, lo spazio di Corso Regina Margherita 47. Insieme a chi ha deciso di accompagnarci in questo percorso faremo in modo di effettuare i lavori propedeutici alla realizzazione della delibera comunale. Svolgere attività e iniziative in un contesto di sicurezza collettiva è da sempre stata una nostra prerogativa, nonostante i tentativi della Procura e della Questura di chiudere lo spazio.
Ci auguriamo che la coprogettazione e i lavori necessari avvengano nei tempi dettati dal “buon senso” proprio perché vogliamo che le attività che abitualmente si svolgono al piano terra e nel giardino possano riprendere il prima possibile. Per questo sospenderemo la programmazione delle serate musicali e culturali, con la promessa di farne un orizzonte reale. Temporaneamente faremo in modo che queste iniziative possano vivere nelle strade della nostra città e del quartiere. Sicuramente continueremo a partecipare alle numerose lotte e percorsi che da anni portiamo avanti in città.
A chi sui giornali si indigna e cerca di vedere gossip e spaccature interne, rispondiamo che per noi “si parte e si torna insieme” e che organizzarsi collettivamente è quanto di più lontano da quel che loro sono abituati a pensare appannaggio della “politica”. Noi ci sentiamo parte di un sogno collettivo che va ben al di là delle mura degli spazi che viviamo.

Nel condividere molto della vostra storia, vi chiedo di voler eprimere il vostro pensiero in merito alle considerazioni di cui vi rendo partecipi e di cui ri produco il testo qui sotto
Non essendo religiosi e quindi non credendo nei miracoli, ed essendo pure comunisti di indirizzo marxiano, cerchiamo di dare una spiegazione materialistica e di classe della grande differenza di affluenza al voto, di circa 10 punti e più, tra le ultime elezioni politiche del 2022 e le ultime regionali e quella avutasi in questo referendum sulla giustizia.
Ci siamo in passato interrogati sulla crisi della rappresentanza nello stato democratico borghese sia in Italia che altrove, sul fatto cioè che larghe masse di operai non partecipano più al voto in quanto non si sentono rappresentati da uno Stato che in Italia e non solo ha addirittura reintrodotto una forma di schiavitù, rendendo il lavoro salariato, che già di per sé tale cioè servile si presenta come scriveva Marx, del tutto precario, in forma generalizzata e senza motivazione alcuna. E sia Benvegnù che io abbiamo detto che, essendo quella dedotta la spiegazione della crisi della rappresentanza nello stato democratico borghese, pensare e dire di poterla risolvere per via elettorale, come alcuni compagni continuano a sostenere, è una assurdità, un’illusione e quindi un grave errore politico, indicando peraltro come positiva la rappresentanza nello Stato borghese. E che invece occorre muoversi per indicare vie diverse di rappresentanza, alternative a quella propria dello stato borghese, come aveva cercato di fare Gramsci con i Consigli.
Ho stamane pure scritto che la grande differenza di affluenza al voto, di circa 10 punti e più, tra le ultime elezioni politiche del 2022 e le ultime regionali e quella avutasi in questo referendum sulla giustizia si spiega in termini di classe, non è un miracolo se solo ci si sforza di comprendere che hanno partecipato al referendum larghe fasce di proletariato specie giovanile, che in passato non andavano ai seggi e che invece, ora, l’hanno fatto, avendo colto che in discussione erano dei principi che consentono agli sfruttati ed oppressi di poter parlare e lottare e che è essenziale per essi avere una magistratura indipendente, non asservita al potere politico. E ciò è confermato e dimostrato dal fatto che centri sociali e circoli operai che notoriamente non hanno partecipano in passato alle elezioni del parlamento rappresentativo borghese, in questa battaglia referendaria si sono battuti energicamente per il NO spingendo i loro aderenti ad andare ai seggi.
Luigi Ficarra (Padova)
Sono assolutamente d’accordo. Tutte le chiacchiere sul nuovo centro-sonistra mi sembrano “marziane”. C’è chi non ha capito che politica e società sono irrimediabilmente “separate” e solo tornando nella società si può fare politica!
marco sansoè