Un libro :: La colpa al capitalismo

Questo non è un saggio di critica del capitalismo, è poesia. Questa volta Francesco Targhetta ha pubblicato, per La nave di Teseo, una raccolta di poesie.

Abbiamo scritto di Francesco Targhetta già una volta, (Abbiamo bisogno di poesia), l’abbiamo fatto ammirati, quasi abbagliati da un romanzo in versi che abbiamo sentito intenso, vero e nuovo. Un’opera giovanile che mostrava di non esserlo man mano che si leggeva. Di lui non avevamo sentito e letto più nulla ed ora riappare con questa raccolta di poesie che pare raccontare altre storie.

Se nel romanzo in versi “Perciò veniamo bene nelle fotografie” (prima isbn ora Mondadori) i personaggi si muovevano all’interno di una vicenda comune, qui i diversi personaggi, in condizioni e luoghi diversi, stanno dentro un libro le cui pagine camminano, nuotano, volano in un’unica contemporaneità, la nostra, incerta, sospesa e frammentata come nella realtà.

Sembrano racconti, ma in versi, a volte “la poesia” prende il sopravvento e le storie sfumano in spaccati umani più intensi, interiori. A volte la narrazione prevale e sembra di accompagnare una persona che conosci, mentre ti parla durante una passeggiata.

Non sono più ragazzi, sono persone adulte, taciturne, timide, fragili che spesso vorrebbero essere altrove o trovare un altrove, che però non desiderano mai abbastanza. Riappare così ancora un mondo precario, fatto di esistenze la cui precarietà è interiore, sono persone turbate dall’incertezza di non trovarsi, di non sapere se quello è davvero il luogo e il momento giusto.

Letta l’ultima poesia, chiuso il libro, si ha l’impressione che quel disagio, conseguenza di uno stato di “alienazione”, di separazione da sé, sia davvero attribuibile alla società contemporanea, così com’è nella realtà vissuta.

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