Come le politiche securitarie modellano la città di Torino …di Alessandra Ferlito e Francesco Migliaccio

da Napoli MONiTOR, https://napolimonitor.it/

Abbiamo conosciuto Michele lungo la sponda meridionale della Dora, fra l’antico arsenale militare e il parco giochi chiuso da un cancello. «Abito dall’altra parte del fiume, subito dopo il ponte di metallo». Era un sabato d’ottobre del 2019 e le camionette della celere assediavano il quartiere per impedire agli straccivendoli di disporre la loro merce. Michele, turbato dalla violenza delle forze dell’ordine, aveva voglia di raccontare esperienze e visioni dell’ultimo anno. Ricordava di mesi prima, a febbraio, quando l’Asilo di via Alessandria era stato sgomberato. «Io non conoscevo l’Asilo, non l’ho mai frequentato. Il giorno dello sgombero ho sentito il dovere di andare lì, dov’era l’Asilo. Sono arrivato davanti al centro direzionale della Lavazza, c’era una camionetta della polizia. Mi sono avvicinato e gli agenti mi hanno chiesto che cosa fossi venuto a fare. “Lei per motivi di sicurezza non può stare qui”. Ho arretrato di due metri e sono rimasto. Nei giorni successivi ho visto che una vasta zona intorno all’Asilo è stata assediata dalla polizia e non si poteva passare. Io ho lo sportello del bancomat in corso Brescia, dunque per accedere ogni volta dovevo dire agli agenti: “Vado a prendere i soldi al bancomat”».

Anche i residenti dovevano mostrare un documento per poter entrare in casa, l’occupazione durò fino alla fine dell’inverno. «Si vedeva costantemente un plotone di polizia occupare corso Brescia…». Mentre Michele raccontava, intorno a noi decine di cenciaioli avevano disteso stuoie cariche di oggetti ritrovati. Erano lungo la salita che porta al ponte Mosca. Nonostante i controlli e i contingenti di polizia, in quell’alba d’ottobre era nato un mercato improvvisato accanto al fiume.

Lo sgombero dell’Asilo aveva preceduto di otto mesi la repressione degli straccivendoli. Con la memoria Michele tornava al febbraio: «Pochi giorni dopo lo sgombero dell’Asilo sono andato in piazza della Repubblica, dove ho trovato un piccolo corteo del gruppo anarchico che solidarizzava con gli occupanti. Davanti erano schierati venti, trenta poliziotti; loro [i manifestanti] erano quindici, credo. E poi giornalisti a fare fotografie, a cercare di tirar fuori qualcosa da una situazione tranquilla. Lì ho sentito che dovevo prendere una posizione: “Voglio stare qui di lato, a guardare i giornalisti che guardano gli anarchici? Cosa succede? Da che parte sto?”. E allora mi misi con i partecipanti, partii e seguii il corteo attraverso piazza della Repubblica, verso il ponte Mosca. Poco prima del ponte mi guardo alle spalle e vedo questo schieramento, le camionette, e noi che siamo quattro gatti. E allora mi dico: “No, questa situazione va ripresa”. Mi metto a lato della strada e comincio a riprendere la polizia. Mentre sto riprendendo, sento che qualcuno mi tira da dietro lo zaino e una voce afferma: “Eh, glieli chiediamo i documenti a questo qui?”. Mi giro, e c’erano due poliziotti in borghese: non si sono identificati, non mi hanno fatto vedere alcun tesserino, nulla. Essendo un po’ a digiuno di queste lotte, non ho chiesto niente; e sono anche una persona molto distratta e non avevo un documento con me. “Ah! Bene, non ce l’ha il documento! Bene, allora sai che c’è? Adesso ventiquattr’ore di commissariato non te le toglie nessuno!”». Ascoltavamo Michele e camminavamo per il mercato degli ultimi resistenti, qualcuno distribuiva tè caldo e focacce ai cenciaioli. La polizia municipale ci scrutava di lontano.

Abbiamo chiesto a Michele se poi è finito in commissariato, quel giorno. «Mi sono giocato la carta della mia posizione sociale, nel senso che faccio l’insegnante. “Ah… Senti”. Il tono cambia drasticamente! “Vabbè, quindi fa l’insegnante, eh. Non ce l’avrebbe qualcos’altro che attesti la sua identità?”. Ho rovistato e ho trovato la mia tessera di professore, e si sono rabboniti. E questo è stato un incontro con la polizia che mi ha svelato un mondo, nel senso che io sono sostanzialmente ingenuo, però vedere questa disparità tra l’essere un anarchico senza protezione ed essere una persona con un ruolo riconosciuto nella società mi ha aperto gli occhi. Fossi stato un anarchico, mi avrebbero portato dentro e i giornali avrebbero scritto: “Anarchico viene fermato per ventiquattr’ore”. Questo mi ha svelato che c’è del marcio a Torino».

Da allora abbiamo incontrato spesso Michele. Passiamo le serate sul parapetto che lambisce il fiume, oppure ai tavolini del bar marocchino. Due settimane dopo il nostro primo dialogo – ora lo sappiamo – i pochi straccivendoli resistenti sarebbero stati dispersi da poliziotti con gli scudi alzati, le loro cianfrusaglie trascinate via, e requisite.

Quel giorno d’ottobre, prima di salutarci, Michele raccontò ancora un particolare della discussione avuta con gli agenti in borghese. «Non capivo le ragioni dello sgombero violento dell’Asilo, dal momento che a Torino si è sempre convissuto con centri sociali e gruppi di solidali. E un poliziotto ha risposto: “Si vede che questa volta si sono allineati i pianeti”. Mi ricordo questa cosa dell’allineamento dei pianeti. E ho cominciato a ragionare su quali potevano essere questi pianeti che si erano allineati. E ho compreso qualcosa. Un pianeta era sicuramente il centro direzionale Lavazza: l’Asilo occupato era lì davanti, dava fastidio. Scoprii poi che questo gruppo di militanti era l’unico che si interessava ai Cpr e quindi dava fastidio alla politica del governo sull’immigrazione. Era il primo gruppo da colpire: un gruppo isolato, di persone senza una particolare forza sociale, che per giunta difendono i diritti degli immigrati: allora li puoi bastonare». Il centro direzionale della Lavazza è un prisma annerito con vetrate che riflettono il mondo, impassibili come occhiali da sole su un volto senza espressione. Il giardino interno è sbarrato di notte, telecamere controllano il perimetro e il museo del caffè è stato curato dai funzionari della scuola Holden.

UN PATTO AMBIGUO Osserviamo oggetti ed eventi del quartiere come fenomeni peculiari, puntiformi. Vicino al centro direzionale della Lavazza s’apre un prato spazioso: qui, la domenica, giocatori di cricket si trovavano per partite interminabili. L’area è stata venduta dalla Città metropolitana a The Student Hotel, una compagnia olandese, che investirà decine di milioni di euro per costruire camere dispendiose, sale di svago, uffici in condivisione. Di fronte, lungo il greto della Dora, la circoscrizione ha divelto le panchine per impedire agli indesiderati di sostare, fumare, bere una birra. Telecamere di sicurezza urbana pendono dal cielo. Oltre il ponte Mosca, dalla parte di Borgo Dora, la scuola Holden accoglie studenti disposti a spendere diecimila euro di retta annuale. Lì accanto, un palazzo abitato da famiglie marocchine e nigeriane è stato accerchiato dalla celere nel giugno del 2019, e svuotato; oggi gli appartamenti ristrutturati sono tutti venduti ormai. Tra le vie del borgo gli straccivendoli non ci sono più, intimoriti e allontanati da cariche e multe da cinquemila euro. Basta risalire un poco la via per accedere a piazza della Repubblica: il mercato ortofrutticolo è abbracciato da un social housing di Compagnia di San Paolo; un mercato coperto che accoglie negozi con cibo di lusso; un ostello per giovani che aprono bianchi Apple su tavoli di legno lucido. Sottraiamo alla polizia l’allegoria dei pianeti: interessi puntuali e speculazioni specifiche s’allineano nei quartieri lungo la Dora. Non esiste un disegno, o una regia centrale, ma una comune idea di città, o ideologia; tutto ciò che le si oppone è eliminato con la forza della polizia, il benestare delle istituzioni di governo, la connivenza di linguaggi simbolici che si richiamano all’arte e alla cultura.

Michele vive in Lungo Dora Napoli. Un filare di tigli ombreggia la sponda della Dora. Addossati al parapetto, uomini passano il tempo tra discussioni scherzose, torve bevute, richiami. Al sabato appaiono ancora poche stuoie di venditori abusivi. I controlli di polizia sono frequenti e spesso le figure del fiume si dileguano all’improvviso. Dall’altra parte della strada si trovano due piccoli market – un indiano e un bengalese sono i proprietari – accanto a una parrucchiera; poco oltre ci sono i dehors di un bar e di una locanda. Il titolare del bar si chiama Alex e questa primavera ha firmato un protocollo d’intesa con la circoscrizione: il Progetto Sponde Sicure. Il protocollo ha l’obiettivo di “creare occasioni di riqualificazione, rigenerazione, socializzazione e presidio del territorio” antistante al bar. L’accordo intende “chiama[re] in causa come forze sane i cittadini residenti” per “combattere gli evidenti segni di degrado socio–ambientale che hanno caratterizzato quel tratto di Lungo Dora Napoli, non corrispondente a normali canoni di igiene e pulizia urbana e mal frequentato, da soggetti senza fissa dimora, dediti all’alcol, o tossicodipendenti”. Il protocollo ambisce a sostituire i devianti con “cittadini non problematici, sensibili verso il decoro urbano e capaci di poter normalizzare” la zona. Il potere pubblico concede al titolare del bar la gestione della striscia di lungofiume accanto al parapetto: egli può disporre tavolini, vendere le proprie bevande e “segnalare alla autorità di competenza eventuali […] alterazioni delle normali dinamiche sociali”. Un esempio di collaborazione fra istituzioni e interessi privati in uno spazio di conflitto metropolitano.

Abbiamo intervistato Alex una mattina di questa primavera. Quando descrive il quartiere, il barista si sofferma sui «bivacconi», «la feccia» e i «giri malavitosi» che negli anni frequentano il quartiere. Nelle sue parole risuona la stessa opposizione tra “forze sane” e “malattia” istituita dal protocollo: «Il cancro che negli ultimi anni continua a rimanere è purtroppo quel negozio bangla», racconta Alex mentre indica il market del proprietario bengalese. «Sotto il ponte Mosca – insiste Alex – continua a esserci la sala del buco per i tossicodipendenti, idem per la strada dell’istituto Steiner. Le criticità sono ancora tante, però qui basta togliere un tumore, in automatico chiudi quel tumore e la zona si ripristina».

Secondo Alex il bar e la sua clientela selezionata sono un’occasione di rafforzare il «controllo sociale» e questa è l’origine dell’accordo stipulato con la circoscrizione: «Tutta l’occupazione del vialetto mia e della nuova locanda, che sono amici, è un patto di collaborazione con la città e non c’entra nulla con l’allargamento dei dehors a causa del Covid. È un patto con la Città di Torino: il vialetto ha sempre avuto problematiche di gente malavitosa che sostava qua, bivacconi, bivacchi eccetera, e loro [le istituzioni] ci consentono gratuitamente l’uso del vialetto con sedie e ombrelloni come modo di socializzare. Noi occupiamo il vialetto e così [gli indesiderati] non stazionano proprio qua e si spostano». L’accordo dura fino a fine anno ed è l’estensione di un patto precedente, stabilito prima delle stagioni d’epidemia. «Quest’anno abbiamo più spazio. Se io ho le possibilità economiche, ho le attrezzature, ho il personale, posso occupare fino al ponte Carpanini, il ponte di metallo».

Abbiamo chiesto ad Alex come abbia costruito il dialogo con le istituzioni. «Ho cominciato [più di dieci anni fa] a segnalare le cose in circoscrizione, al commissariato delle Porte Palatine, ai vigili. Ho cominciato a fare tante segnalazioni, perciò arrivano i controlli e cominciano a svuotare un po’ di alloggi. Mi sono messo in primis, e senza problemi, a dare le chiavi del mio appartamento [alla polizia] per fare gli appostamenti. Per quindici anni sono andato in commissariato a segnalare lo spaccio, questo ha fatto fare appostamenti, magari anche quelli in borghese [i poliziotti] venivano da me al bar». Quindi il protocollo è l’esito di una collaborazione tra istituzioni democratiche e forze di polizia? «Ho inaugurato questo vialetto grazie alla stessa vicequestore di allora, la vicequestore Rolando». Alice Rolando era la dirigente del commissariato di zona e vicequestore di Torino. A dicembre è stata sospesa dall’incarico in seguito a un’indagine relativa ai comportamenti illeciti di quattro agenti suoi sottoposti. Alex, tuttavia, ha mantenuto relazioni di collaborazione con le forze dell’ordine: «Al commissariato delle Porte Palatine cambiano i dirigenti, però i rapporti sono ottimi. Con la polizia municipale della centrale operativa di via Bazzi, anche. Ho ottimi rapporti con Luca Deri, il presidente di circoscrizione». Alex ha intessuto una relazione di fiducia con un giornalista de La Stampa, Diego Molino, impegnato a redigere articoli sulle attività del barista e sulle infrazioni dei marginali e dei commercianti vicini. Negli ultimi due mesi il titolare indiano del piccolo negozio accanto al bar ha ricevuto quattro multe perché ha venduto alcolici oltre le nove di sera e perché un giorno non aveva affisso un cartello che avvertisse dell’obbligo della mascherina.

Abbiamo bevuto birre e succhi di frutta con gli uomini accanto al muretto sul lungofiume. Alcuni di loro vivono nei palazzi attorno, altri vengono qui per trovare gli amici, fumare una canna, chiacchierare in romeno o wolof. Raccontano che il barista ha sparso olio esausto lungo il parapetto per allontanarli, un atto celebrato dallo stesso giornalista de La Stampa. Un residente romeno una sera ha chiamato la polizia, disturbato dal volume alto della musica che fluiva dal dehors: le forze dell’ordine hanno ignorato la segnalazione, ma il giorno dopo hanno controllato i documenti degli uomini che sostavano lungo il greto. Sono eventi poco eclatanti in un angolo di città, eppure qui, all’ombra dei tigli, osserviamo concrete dinamiche di potere: la vita soffocata dei marginali; la concessione di suolo pubblico agli interessi privati; le multe ai commercianti indiani e bengalesi; l’opaca rete di relazioni che lega un barista, un presidente di circoscrizione, vertici delle forze dell’ordine, un giornalista, agenti di polizia in borghese. Qui il governo è una forza arbitraria aggregata da interessi dominanti.

IL VESSILLO DELL’INCLUSIONE Un anno e mezzo fa, mentre i pianeti s’allineavano a favore degli sgomberi e di un controllo capillare del territorio, nasceva un nuovo programma di “riqualificazione” delle sponde della Dora. Si tratta di Tonite, progetto finanziato con cinque milioni di euro dal programma europeo Urban Innovative Actions (UIA), dedicato alla “sicurezza urbana”. Tonite si definisce come un progetto di “inclusione urbana” che intende “migliorare la vivibilità e la percezione di sicurezza”, puntando sull’innovazione tecnologica e sociale. L’iniziativa si vanta di adottare un “approccio inclusivo”, attento alle “comunità locali” e dedito alla “cura partecipata”. Ancora, leggiamo che le proposte progettuali destinate al Lungo Dora – in particolare le aree attigue ai ponti Carpanini e Mosca e quelle vicine al campus Einaudi – serviranno a “mitigare gli effetti negativi di un uso distorsivo o esclusivo dello spazio pubblico”, “favorire il dialogo e il coinvolgimento dei residenti, dei locali e dei frequentatori degli spazi pubblici”, “incentivare il dialogo […] tra culture diverse e la partecipazione delle diverse comunità alle attività del territorio”, “prevenire e contrastare fenomeni di marginalità sociale”. Secondo gli estensori del progetto, la sicurezza urbana s’ottiene con strategie dolci, volte a favorire la “coesione sociale”, a stimolare i consumi e le offerte culturali lungo il fiume. Nel deserto creato dalla repressione s’insediano nuovi coloni, portano con sé i vessilli della multiculturalità, della partecipazione e dell’inclusione.

Gli enti che formano il gruppo costitutivo di Tonite sono responsabili della scrittura del bando e del conseguente accompagnamento dei progetti vincitori. Tra questi spiccano SocialFare, un centro per l’innovazione sociale finalizzato a “generare nuova economia ad alto impatto sociale” ed Experientia, un’agenzia internazionale di progettazione e ricerca che opera in ambiti definiti come “user experience”, “service design” e “modeling dei comportamenti”. Queste imprese si fondano su una disciplina particolare: il design di servizi, o design sociale. Ora il design non riguarda solo gli oggetti, o le relazioni aziendali, ma i rapporti sociali, i legami tra istituzioni, progetti e spazi urbani. Forse la città si presenta allo sguardo dei designer come un etereo spazio superficiale su cui tracciare reti di relazioni – scompaiono così le cause e gli effetti materiali, la storia concreta del quartiere, l’origine del malessere sociale. In questa proiezione a due dimensioni la sicurezza, secondo lo stesso linguaggio impiegato da Tonite, è un fenomeno percettivo, ovvero sensoriale ed estetico. Così la città, per attrarre investimenti e consumi, deve rimuovere le esistenze di scarto che rovinano uno scenario spettacolare: la sicurezza promessa da Tonite ci sembra complementare alle cariche della polizia, alle retate, agli sgomberi.

Qualche settimana fa abbiamo conosciuto i nomi dei soggetti che hanno partecipato al bando per ottenere i finanziamenti promessi da Tonite. Appaiono enti del terzo settore che operano nel sociale, istituzioni e spazi di produzione culturale, locali gestiti da invecchiati dirigenti formati nelle giovanili di partiti progressisti, dipartimenti e gruppi di ricerca universitari, esercenti che aspirano a fomentare il divertimento notturno. Notiamo, in particolare, la presenza di alcuni complici o spettatori inerti della stagione degli sgomberi degli straccivendoli: la Fondazione di comunità Porta Palazzo, il Sermig, l’Associazione dei commercianti del Balon, la scuola Holden. Sostengono il progetto Tonite, inoltre, voci singolari di artisti, scrittori, mandarini della scena spettacolare: in una rubrica di videointerviste sui quartieri lungo la Dora sono pubblicati pareri, impressioni ed elucubrazioni del giornalista Murat Cinar, lo chef Marcello Trentini, la pallavolista Marta Bechis, la scrittrice Marta Barone, il cantante Willie Peyote, la curatrice d’arte contemporanea Ilaria Bonacossa. Le loro visioni sul presente e futuro della Dora e di Torino hanno dimenticato i marginali rimossi, gli sgomberi, la violenza quotidiana, le occupazioni in quartiere della forza pubblica. Forse sono così ingenui o alieni dalla città concreta da non sapere nulla. Così l’arte, la letteratura e il sogno della cultura non hanno alcuna potenzialità critica, ma sono strumenti d’una propaganda diffusa in amabili conversazioni.

Parte dei capitali di Tonite è affidata a enti direttamente responsabili di opere di riqualificazione: l’università di Torino, per esempio, ha ricevuto mezzo milione di euro per la sistemazione di un viale adiacente al campus Einaudi. Un milione di euro, invece, è distribuito tra i vincitori del bando. I diciannove progetti selezionati riceveranno finanziamenti tra i trentamila e i sessantamila euro. Leggendo il bando, abbiamo scoperto che i vincitori hanno dovuto fornire la garanzia di un co-finanziamento minimo del venti per cento sull’importo totale del progetto proposto. Il contributo di Tonite, inoltre, verrà loro erogato in due tranche come rimborso delle spese già sostenute, pagate e documentate. Per gli enti che non hanno la possibilità di anticipare i costi del progetto è prevista la possibilità di ottenere da Banca Etica un ulteriore finanziamento che potrà essere restituito pagando un tasso di interesse del tre e mezzo per cento. Osservando le graduatorie dei vincitori, abbiamo immaginato che per alcune delle realtà più piccole quest’operazione potrebbe risultare poco remunerativa. Così gli enti del terzo settore ricevono briciole, utili appena per la sussistenza delle strutture organizzative, e in cambio producono un lavoro simbolico utile al governo della città. Immaginiamo lavoratori della cultura e dei servizi sociali spinti ancora da buona volontà e speranze, ma precari, e mal pagati. Vorremmo chiedere loro: fino a che punto è utile accettare questo patto, e perché? Ancora camminiamo lungo la Dora, insieme a Michele. Al ponte di ferro, davanti alle fronde d’un salice bianco, abbiamo incontrato straccivendoli conosciuti durante le lotte notturne, quando s’accendevano i fuochi. V’è amarezza nella voce di Idris, e sconforto. Poco più a valle, dietro al filare di frassini maggiori, qualcuno ha piantato sul greto terroso dei fichi, ciliegi e un nocciolo; uomini e donne chiacchierano e ascoltano musica mentre sul selciato vediamo mosaici di tappi di bottiglia. Forse anche queste esistenze spariranno presto in nome della sicurezza. La sicurezza: il punto di indistinzione da cui si genera ogni pensiero politico istituzionale, la matrice di tutti i discorsi dominanti sulla città. (alessandra ferlitofrancesco migliaccio)

Leggete anche di Francesco Migliaccio, La vergine degli stracci. edizioni Napoli MONiTOR

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