Dossier “la vida loca”. Le bande giovanili in centro America

Girato per un anno tra le maras di Soyapango, periferia di San Salvador

Storia di “La vida loca”. Un film pagato con la vita.    di Roberta Ronconi

La prima cosa che passa per la mente vedendo oggi La vida loca è come il fotoreporter e regista Christian Poveda sia riuscito a sopravvivere al suo mestiere fino allo scorso 2 settembre del 2009. Non un semplice fotogiornalista, questo collega franco-spagnolo, ma un vero militante della realtà dai punti più infuocati della terra, dal Sahara del Fronte Polisario, all’Iraq del conflitto americano, all’Iran, ai putch sudamericani, alla guerra civile del Salvador. Per finire in bellezza con quattro anni dedicati alle maras (come si chiamano le gang giovanili di strada nel sud America. Diminutivo di “marabuntas”, genere di formiche carnivore), di cui uno intero passato a girare, camera a mano, al loro interno.
E’ la storia de La vida loca , documentario mai uscito nelle sale italiane, ma conosciuto da molti per l’impatto ricevuto in tanti festival europei (a partire da quello di San Sebastian del 2008 e passato per la sezione Extra della Festa di Roma).
Girato dunque dall’interno, Christian Poveda deve aver a lungo “fraternizzato” con le maras salvadoregne, tanto da diventare quasi invisibile. La sua telecamera segue la vita quotidiana di una cinquantina di ragazzini (tra i 14 e i 18 anni) affiliati in una “cliqua” (gruppetto di quartiere) alla Mara 18, una delle maggiori maras latinoamericane, di provenienza losangelina (per saperne di più, da vedere Colors di Dennis Hopper).
Sobborgo di Soyapango, due strade (la Campanera e San Ramon) e una fermata di autobus, niente altro. Ci vivono un centinaio di disperati, reietti di qualsiasi forma di agglomerato urbano, sorta di scarto globalizzato. Sono ragazzini e pochissimi adulti. A passare i quaranta, vivo non ci arriva nessuno. Non esistono genitori, in buona parte i pandilleros (come si chiamano i “fratelli” delle maras) sono stati abbandonati alla nascita o subito dopo da donne che di figli ne avevano già abbastanza, oppure già da tempo morte in qualche angolo di periferie sniffando crack. I servizi sociali a Soyapango tentano di stabilire qualche minima regola, ma nessuno le rispetta: regole per aspirare a cosa, per arrivare dove? Oltre la Campanera e San Ramon, per quel gruppo di ragazzini non c’è niente.
El Banban, el Duende, el Raton, el Verdugo, la Chucky, la Liro passano il tempo tatuandosi il corpo (in particolare la faccia), spacciando strane droghe, accudendo i figli che nascono numerosi, festeggiando qualche compleanno e piangendo i numerosi morti. Il resto del mondo non si vede nemmeno da lontano. Del resto, chi si avvicinerebbe a una gang di disgraziati che portano tatuati in faccia i numeri 18 o 13 in modo da rendere evidente la loro appartenza a una gang e il loro rifiuto verso il resto del mondo?
Christian Poveda ce li lascia vivere con pochissimi interventi di macchina, li segue senza giudicarli né analizzarli, con la discrezione e la determinazione di chi vuole osservare e capire. Ed è talmente “neutro”, Poveda, in questa sua funzione di “occhio discreto” da riuscire a filmare persino i momenti di dolore, di frustrazione, di nostalgia, magari per un’altra vita che non è stata. Come quando la Chucky, 19 anni e già un paio passati in prigione per tentato omicidio, parla al telefono con la sua sorella di sangue, mai incontrata, e con sua madre che l’ha abbandonata a una settimana di vita. O quando la Wizard, 27 anni e cinque figli piccoli, in fuga dal mondo da quando ne aveva 15 e suo padre la violentava, va in ambulatorio a provarsi l’occhio di vetro da mettere in quel buco fattole dalla pistola di un pandillero della MS13, la stessa che ha stecchito il suo uomo, Psycho. Ma non fa a tempo a trovare la misura giusta, la Wizard, che un paio di pallottole le risolvono il problema per sempre. A lei, come a Little Scrappy, 17 anni, una moglie e un figlio che non ha più il tormento di mantenere, ucciso come un coniglio da due poliziotti durante una “partita di caccia” nel quartiere.
Se non fossero stati dei pandilleros non sarebbero morti, né la Wizard, né lo Scrappy. Ma per loro come per tutti gli altri, la scelta non è data. Fare parte di una banda è l’unica arma che hanno per combattere l’assoluta solitudine, l’unico luogo in cui sentirsi vivi perché riconosciuti come simili. Fare parte di una banda per loro è l’unica possibilità di fare parte di qualcosa, per poter chiedere aiuto a qualcuno, per sapere che c’è chi piangerà sulla tua bara. Fare parte di una banda è come morire. E quando non c’è spazio per vivere, è l’unica opzione che resta.

 

Christian Poveda il reporter che voleva la pace tra le gang    di Cristina Petrucci

E’ di circa un mese fa la notizia dell’uccisione del regista Christian Poveda, ammazzato, secondo gli inquirenti, proprio da quella banda, la Mara 18 che lui ha ben raccontato nel suo documentario La vida loca , uscito da poco in Francia. Un racconto duro e reale delle bande giovanili che scorazzano per il Salvador, un paese dove per gli adolescenti l’unica alternativa alla strada è proprio appartenere “a qualcosa”. Ma non tutti forse sanno che esiste un altro documentario intitolato Vida Loca e realizzato da Stefania Andreotti ma che racconta la vita delle gang in Messico.
«Quando ho realizzato il documentario e ho scelto il nome, non sapevo chi fosse Poveda, quindi nemmeno che stesse girando un lavoro simile al mio – spiega Stefania Andreotti – E’ stata una casualità e il suo lavoro non ho ancora avuto modo di vederlo. Mi sarebbe molto piaciuto incontrarlo per confrontare le nostre esperienze. Mi si è gelato il sangue quando ho saputo la notizia della sua morte. I pandilleros uccidono i nemici delle altre bande, oppure uccidono per rubare, ma fino a qualche anno fa non avrebbero mai commesso un’esecuzione come quella di Poveda. Per questo ho da subito pensato che fosse un omicidio su commissione. Che qualcuno gli abbia ordinato di farlo. A chi ha dato fastidio il suo lavoro? Occorre partire da qui per capire cosa è successo».
Stefania ha le idee ben chiare e conosce perfettamente l’argomento che ha trattato: «Ero in Chiapas tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006 per seguire la Otra Campaña Zapatista e portare avanti un patto di solidarietà tra un municipio autonomo zapatista ed un comune di Ferrara che si chiama Migliaro. Alcuni amici mi hanno parlato delle maras, un fenomeno che loro stessi, pur avvezzi a situazioni di forte disagio, guardavano con diffidenza. Mi è sembrato uno spunto interessante per un documentario». Ed è così che ha cominciato a raccogliere informazioni tra amici, giornalisti, operatori sociali, forze dell’ordine, recandosi da San Cristobal dove si trovava, a Tapachula, ultima città del Chiapas e del Messico prima del confine col Guatemala.
«Lì come in ogni luogo di frontiera si vive ai limiti della legalità. I clandestini si aggrappano ai treni per passare la frontiera, con lo scopo ultimo di raggiungere gli Stati Uniti. Le maras li aspettano per minacciarli di farli cadere dal treno se non gli consegnano ogni loro misero avere». Una guerra tra poveri, che mette a confronto storie di emarginazione, di povertà in territori svuotati dalle guerre civili, dal malgoverno e dalla corruzione militare. Ed è così che Stefania si è fermata proprio qui ed ha cominciato a girare ed a raccontare di quelle bande giovanili transnazionali di cui ancora poco si sa in Italia.
«Ho scelto il punto di vista di una delle due gang più forti e numerose: la Mara 18, che si contrappone alla Mara Salvatrucha o MS13». Costruire un rete per arrivare ai membri della pandilla non è stato facile, ma alla fine sono loro i protagonisti di questo film girato quasi tutto di notte. Un punto di vista che non emerge mai dai racconti dei media, per lo meno messicani.
«Ho vissuto un mese con loro. Riprendendoli nel loro ambiente. Il rapporto che si è instaurato è stato di reciproco rispetto, non ho mai corso pericolo perché loro stessi volevano che io li filmassi, ne andavano fieri. Stando con loro ho capito che dietro all’arroganza, alla violenza, alla perdizione c’è un assoluto bisogno di affetto ed attenzione. Combatterli con corpi speciali di polizia è inutile, così li si fomenta soltanto. Servono progetti di recupero sociale, servono concrete possibilità di avere un futuro. Ognuno dei singoli racconti che ho raccolto sottende questa richiesta. Minacciavano di arrivare in Italia, e io ridevo, perché mi sembrava la loro ennesima sbruffonata, invece eccoli qui, con un nuovo disagio da vivere, quello dell’integrazione».
Nonostante i tentativi di repressione dei governi del Centro e Nord America le pandillas si sono moltiplicate, segno del fatto che in Messico è stato applicato un modello che non funziona. In un mondo che spinge sempre di più all’odio del diverso è ovvio che le nuove generazioni mirino a far parte di bande che qui come là nascondono solo un forte bisogno di identità, considerazione, attenzione e integrazione. «Sta agli italiani e alle istituzioni soddisfare queste legittime richieste e abbattere così la violenza, evitando di aprire la strada anche qui alla creazione di corpi speciali e leggi repressive per loro e per tutti: in Messico erano proibite le riunioni di più persone che avessero tatuaggi».
Oggi in Messico alcune maras sono state assoldate da uno dei più potenti cartelli della droga, gli Zetas, per fare il cosiddetto trabajo sucio, il lavoro sporco: sequestri, furti, esecuzioni. «Questa è una nuova fase, quando ho realizzato il documentario, i narcos diffidavano dei pandilleros, gli vendevano piccole dosi di droga ma li tenevano alla larga perché erano fuori controllo. Ora, evidentemente i narcotrafficanti ne hanno intuito le potenzialità e sono riusciti a sfruttarli per i loro interessi. Un doppio fallimento per chi avrebbe dovuto risolvere il problema di questi ragazzini giovanissimi».
Il documentario di Stefania Andreotti lo si può vedere sul suo sito http://vidaloca.aplysia.net . Scritto, montato e prodotto da Giuseppe Petruzzellis ha avuto 37 mila visualizzazioni su youtube per il trailer in inglese e 26 mila per quello in spagnolo, segno che l’interesse e la fascinazione per l’argomento sono vivissimi.

Dal Nicaragua al Salvador, dall’Honduras al Guatemala: le gesta di pandillas, maras e clika

Atlante dell’America Latina gang per gang e delitto per delitto      di Alessandro Fioroni

Pandillas, maras, clika, tutti nomi che indicano con le dovute differenze un unico fenomeno, quello delle bande giovanili in America Latina. Nicaragua, Salvador, Honduras e Guatemala i paesi dove maggiore è la concentrazione di appartenenti alle gang. Il primo aspetto che balza agli occhi è quello della violenza organizzata, qualcosa non estraneo alle società occidentali, ma il contesto latinoamericano fa assumere alle bande una valenza particolare. La violenza nel continente infatti è una costante che deriva dai conflitti militari, ma è fuori dubbio che i giovani che compongono le bande sono i capri espiatori di società ancora fortemente ingiuste e diseguali che non offrono loro alcuna opportunità e nelle quali il potere è concentrato in poche mani.
Nonostante questi assunti il fenomeno delle bande subisce ancora interpretazioni mal calibrate. Probabilmente la ragione risiede nella scarsezza di informazioni e studi efficaci in luogo dell’indugiare sugli aspetti folcloristici e scandalistici. Il tipo di inchieste eseguite ha fatto così sorgere miti e stereotipi che non aiutano certo alla comprensione. Le stime ufficiali dei governi parlano di oltre 70mila giovani organizzati in bande in tutta l’America Centrale, ma per le organizzazioni non governative, e le indagini universitarie indipendenti, gli aderenti potrebbero essere circa 200mila. Rimane comunque indubbio che le violenze in tutta la regione attribuite alle bande stanno in una percentuale che va dal 10% al 60%. Esistono poi delle differenze tra paese e paese che riguardano il grado criminale-violento delle bande: in Salvador, Guatemala e Honduras ad esempio la situazione è notevolmente più pericolosa di Nicaragua e Costa Rica. Naturalmente le ragioni di queste differenze sono da ricercare nella storia singola di ogni nazione.
E’ il caso del Guatemala dove sebbene il conflitto civile sia terminato ufficialmente nel 1996, il tasso di omicidi è fra i più alti al mondo e il grado di violenza supera quello che si registrava negli anni di guerra. Nel Salvador, secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, il costo economico della delinquenza ammonterebbe ad 1,7 miliardi di dollari all’annuo, pari all’11,5% del Prodotto Interno Lordo del Paese, cifra ben superiore al 3,3% del PIL che si stima abbia perso annualmente El Salvador negli anni di guerra.
Se si calcola che la violenza giovanile nel mondo è commessa da ragazzi tra i 15 e i 24 anni e che in America Latina più della metà della popolazione ha meno di 24 anni è facile capire chi siano gli autori dei crimini. In realtà il tumultuoso espandersi delle gang negli ultimi 20 anni ha fatto si che ad esse siano attribuiti reati di ogni tipo: furto, rapina a mano armata, violenza sessuale e narcotraffico. Si è persino cercato di metterle in relazione al terrorismo internazionale ed a fenomeni di opposizione armata. Addirittura uno studio dell’US Army War College, pubblicato nel 2005, considera le bande giovanili «una nuova forma di insurrezione urbana», che ha l’obiettivo di «rovesciare i governi locali».
Ma al di là delle analisi dei think tank “yankee”, le bande in America Latina sono in realtà dei gruppi molto organizzati che dimostrano una propria continuità “istituzionale” a prescindere dai ricambi generazionali. Hanno regole proprie e talvolta rituali di iniziazione, una gerarchia e codici particolari che fanno della banda una fonte primaria di identità dei suoi componenti. I segni di appartenenza sono, in genere l’abbigliamento, i tatuaggi, disegni o graffiti nelle zone sotto il loro controllo. Non manca una peculiare gestualità delle mani e un linguaggio particolare. Un caratteristica fondamentale è comunque il legame con “il territorio”, suburbi o quartieri poverissimi degli agglomerati urbani latinoamericani, e il loro rapporto con la comunità locale che può essere tanto minaccioso come protettivo.
Le bande sono composte per la maggior parte da maschi, ma non mancano le donne che hanno una loro storia particolare, secondo alcuni studi dell’università del Salvador (Iudop) l’età media si aggira sui 20 anni; molti di essi sono entrati nella banda verso i 15 anni. In Nicaragua, l’età dei pandilleros oscilla fra i 7 e i 23 anni. In Guatemala e in Honduras fra i 12 e i 30 anni. Ma se è relativamente facile calcolare l’eta media dei ragazzi che entrano in una banda, più difficoltoso è cercare di capire il perché. Esistono naturalmente alcuni stereotipi, che corrispondono comunque a vere motivazioni: la disgregazione della famiglia, la violenza nell’ambiente domestico o una condizione psicologica particolarmente problematica, anche se tutto ciò non basta da solo a spiegare l’aumentare delle bande. Dal punto di vista sociologico ad esempio le bande trovano terreno fertile su cui crescere in alcune caratteristiche culturali come il maschilismo ben radicato nel continente. Tuttavia gli aspetti sociali restano preponderanti. L’emarginazione e la disuguaglianza sociale, la lunga storia di conflitti e guerriglie, la grande disponibilità di armi – si stima che ve ne siano oltre 2 milioni detenute illegalmente in tutto il territorio centro-americano -, la debolezza e l’assenza dello Stato in tante aree vitali, fanno sì che si creino dei vuoti politici a livello locale, che vengono riempiti dalle stesse bande.
Sebbene alcune caratteristiche siano comuni a tutte le aggregazioni giovanili latinoamericane, esiste una differenza fondamentale tra quelle che sono chiamate pandillas e le speculari maras. Queste ultime infatti sono un gruppo con caratteristiche trasnazionali mentre le pandillas sono organizzazioni nazionali, più localizzate, autoctone, eredi di una lunga tradizione. Attualmente le pandillas sopravvivono in Nicaragua e in Costa Rica. In Salvador, Guatemala e Honduras le maras invece sono praticamente le uniche realtà organizzate. Eppure le pandillas erano aumentate nel corso degli anni ‘90, infatti con la fine di molti conflitti armati soldati e guerriglieri avevano di fronte solo una grande incertezza economica e politica. L’esperienza collettiva della guerra consentì la riproduzione di formazioni e gruppi locali che all’inizio avevano essenzialmente la funzione di difesa del territorio. Quest’ultimo era rappresentato dagli insediamenti marginali e spontanei formatisi a seguito del massiccio processo di urbanizzazione.
Ma le pandillas erano composte da giovani vissuti per anni nella violenza della guerra con una preparazione militare senza precedenti e in questo modo hanno rappresentato la risposta collettiva, locale e autoctona allo stato di insicurezza e incertezza sociale del dopoguerra. Le maras invece sono gruppi più uniformi con un’origine precisa: i flussi migratori.
Le maras più forti e radicate sono la “Mara Dieciocho” (M18) e la “Mara Salvatrucha” (MS13). I paesi in cui le due organizzazioni hanno una maggior influenza sono il Salvador, il Guatemala e l’Honduras, anche se hanno cominciato ad estendersi anche in México.
La Mara 18 sorge negli anni ‘60 a Los Ángeles, nella 18a strada, fondata da immigrati messicani che ben presto aprirono però le porte anche ad altri immigrati latino-americani. Durante gli anni ‘70 e ‘80, la Mara della Calle 18 ingrossò le proprie fila grazie all’afflusso di rifugiati salvadoregni e guatemaltechi, molti dei quali entrarono a far parte della banda per sentirsi inseriti nel contesto sociale statunitense, che tendeva ad escludere i latinos. Altri rifugiati salvadoregni scappati dalla guerra civile, a metà degli anni ‘80, fondarono un’altra banda, la Mara Salvatrucha. Il suo nome deriva da due parole: marabunta, un insetto del Salvador, e trucha che, sempre nello slang salvadoregno, significa acuto.
Los Angeles diventò ben presto il campo di battaglia delle due organizzazioni che si confrontarono in modo fortissimo anche durante i violenti riot scoppiati dopo il pestaggio di Rodney King da parte della polizia, nel 1992. Lo Stato della California operò una serie di carcerazioni di massa e una legge del Congresso degli Usa decretò l’espulsione dal Paese di tutti i “delinquenti” che non avessero la nazionalità statunitense o che si fossero naturalizzati da poco. Tra il 1998 e il 2005, gli Stati Uniti deportarono quasi 46mila centro-americani.
I deportati dagli Stati Uniti furono rimpatriati in Salvador, Guatemala e Honduras, molti naturalmente appartenevano alle Maras 18 e Salvatrucha, si trattava di giovani che erano arrivati negli Stati Uniti ancora bambini. Il ritorno fu dunque traumatico, questi ragazzi non si sono riconosciuti nelle tradizioni latino americane e hanno riprodotto le strutture e i modelli di comportamento appresi negli Usa. Crearono gruppi, clicas, legati alle organizzazioni madri e attraendo numerosi aderenti soppiantarono le pandillas locali. Resta chiaro che né la 18, né la Salvatrucha hanno un’unica catena gerarchica. Al massimo le maras possono essere intese come reti deboli di bande locali fra le quali non c’è molta comunicazione che vada oltre le bande vicine e fra le quali non c’è molto coordinamento. Il tratto comune tra i giovani delle maras è quello di essere stati deportati in America Latina, ciò è dimostrabile dal fatto che in Nicaragua non ci sono maras perché il numero di espulsioni dagli Stati Uniti al Nicaragua è stato molto basso.
Molte inchieste dimostrano come la stragrande maggioranza delle bande sia dedita principalmente a piccoli furti, rapine e atti di delinquenza realizzati in forma individuale. E’ stato anche rilevato come in Salvador, Guatemala e Honduras, le maras impongono ad autobus e taxi che attraversano le zone sotto il loro controllo una sorta di “tassa di passaggio”. Non manca l’estorsione ai commercianti.
Naturalmente le lotte sanguinose tra maras hanno come radice il controllo del flusso di denaro che deriva dal mercato della droga, un fenomeno però cresciuto solo negli ultimi anni. Si pensi soltanto che per il Centroamerica transita l’80% di tutta la cocaina che dai Paesi produttori andini si dirige a quelli consumatori del Nord. Una tale struttura si basa sul “decentramento” del narcotraffico in cui i piccoli cartelli locali gestiscono il flusso e per compenso trattengono una parte della droga, che viene poi rivenduta creando così mercati locali. Ecco allora che le maras hanno incarnato il ruolo di forze locali che assicurano protezione ai piccoli cartelli, oppure di spaccio al dettaglio. Le bande restano però fuori dalla vendita all’ingrosso.
Molti governi, soprattutto centroamericani, negli ultimi anni hanno scatenato una vera e propria guerra contro le bande. La violenza che ne è seguita è stata micidiale. Nel luglio 2003 dal Salvador prese il via un conflitto regionale con l’avvio della cosiddetta “politica del pugno di ferro”, che prevedeva l’arresto immediato di tutti i presunti membri delle bande, anche senza prove. Bastava che i giovani avessero tatuaggi tipici dei mareros o comportamenti che potevano far pensare ad una loro appartenenza alle gang. La pena era il carcere, da due a cinque anni, pena applicabile ai giovani dai 12 anni in sù. Le cifre sono enormi, fra il Luglio 2003 e l’Agosto 2004, 20mila salvadoregni hanno riempito le patrie galere, il 95% dei quali, però, è uscito solo quando la “legge della mano dura” è stata giudicata incostituzionale dalla Corte Suprema, in quanto violava le convenzioni dell’Onu sui diritti dei minori. Ma il governo tornò alla carica e promosse una nuova legge: Mano Super Dura. Con questo provvedimento le pene per i maggiori di 18 anni sono state portate a 5 anni di carcere. Il risultato è stato che fra il 2004 e il 2007, la popolazione carceraria salvadoregna è raddoppiata, passando da 6 mila a 12 mila detenuti, un 40% dei quali arrestati in quanto mareros.

da Liberazione 11/10/2009

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