20 anni fa la guerra “umanitaria” della Nato

Il 23-24 marzo del 1999 iniziarono i bombardamenti aerei dell’Alleanza atlantica sulla Jugoslavia. Durarono 78 giorni in assoluta violazione della carta dell’Onu. Partecipò anche l’Italia governata dal Pd, in disprezzo della Carta costituzionale (art. 11). La sinistra di governo inventò la “guerra umanitaria”. Con il consenso politico generale e il sostegno di molti intellettuali. Fu la tappa di non ritorno del percorso di adesione della sinistra di governo al disegno neoliberista…

Si scelse di rinunciare alla politica, alla mediazione, al confronto, spesso con le menzogne e gli inganni, non fu mai lasciato spazio al dialogo! Politici, media e commentatori furono arruolati alla ricerca di un responsabile sempre solo da una parte: una terribile guerra civile fu trasformata in pulizia etnica con un solo responsabile.

Ora che la guerra è finita quasi nulla è risolto dello scontro che la provocò. Resta un pezzo d’Europa orientale diviso e frantumato, identificabile per etnie e lingue, nel quale l’Europa occidentale fa affari delocalizzando le proprie imprese.

Venerdì 22 marzo 2019 il manifesto ha pubblicato un prezioso inserto che ricostruisce  quella triste pagina della storia recente dell’Europa attraverso analisi accurate e puntuali.  Abbiamo scelto l’intervento di apertura di Luciana Castellina che con implacabile lucidità svolge una impietosa analisi politica delle responsabilità dell’Italia governata dal PD di D’Alema e Sergio Mattarella.

 

1999, bombe sull’Europa. I frutti amari di quella prima volta
Venti anni fa l’intervento dell’Alleanza atlantica

2.300 attacchi aerei Nato scaricarono 21.700 tonnellate di bombe. Non colpirono obiettivi militari ma civili, con tante case, ospedali, ponti, scuole e fabbriche. Fu un sanguinoso vulnus del diritto internazionale in pieno Sud-est europeo. Si apriva la stagione del militarismo umanitario.

di Luciana Castellina

«Buona sera signore e signori. Ho appena dato ordine al comandante supremo delle Forze alleate, il generale Clark, di dare inizio alle operazioni nella Repubblica federale di Jugoslavia». Sono le 23 del 23 marzo 1999 e questa fu la dichiarazione di venti anni fa del segretario della Nato, lo spagnolo Javier Solana, ahimè socialista e attivo protagonista delle nostre manifestazioni pacifiste negli anni ’80. (Ma si sa che la pace è cosa da ragazzi, gli adulti si occupano di politica internazionale).
Il 24 marzo, alle 20.25, il primo bombardamento su Belgrado; il 26 le «operazioni», chiamate interventi umanitari, sono già 500. Dureranno 78 giorni e scaricheranno 2.700 tonnellate di esplosivo. (Molte settimane, perché, alla domanda posta dall’allora presidente del Consiglio D’Alema il 5 di marzo – «che faremo se Milosevic resiste?» -, il consigliere dell’allora presidente americano Clinton, Sandy Berger, aveva risposto: «Continueremo a bombardare»).
Da quel 23 marzo 1999 sono passati venti anni. È una data che è utile ricordare, perché è stata l’occasione di una serie di significative «prime» su cui si è ancora troppo poco riflettuto. Vale la pena di elencarle.

1) È la prima guerra che si è combattuta sul suolo europeo dalla fine del conflitto mondiale, è un’aggressione di europei a un altro stato sovrano europeo, del sud-est de’Europa. Smentisce così la mitologia – che si ripete ogni giorno – secondo cui la creazione dell’Unione europea avrebbe per sempre allontanato lo spettro degli scontri fratricidi fra le nazioni del vecchio continente.

2) È la prima volta che viene stracciato brutalmente un accordo internazionale considerato uno dei pilastri dell’ordine postbellico: quello di Helsinki, siglato nel quadro dell’Osce, secondo cui i confini degli stati continentali devono essere considerati intangibili. La violazione della Carta dell’Onu – intervenire militarmente senza mandato del Consiglio di sicurezza – è invece reato già consumato in precedenti occasioni, ma in questo caso appare certamente più grave perché non c’è nemmeno una sembianza di chiamata dall’interno: la popolazione serba, compresi tutti dissidenti, erano orripilati dall’aggressione.
Difficile anche invocare ancora una volta il fantasma di Monaco dove, non avendo, nel 1939, le imbelli nazioni democratiche fermato Hitler, si sarebbe aperta la strada all’invasione nazista dell’Europa: chi può realmente credere che la piccola e malandata Serbia potesse ipotizzare altrettanto?

3) Per la prima volta è tornata la guerra in Europa come strumento di regolazione dei rapporti internazionali, così rovesciando i principi sui quali si era faticosamente costruita la pace mondiale dopo il ’45. Sessant’anni non sono bastati a mettere definitivamente in mora l’idea e la pratica della guerra come valore e iniziativa legittima. E praticabile, quando non c’è deterrenza.

4) È stata la prima volta che tutti gli stati dell’Alleanza atlantica non si sono limitati a subire l’iniziativa americana ma si sono attivati direttamente mettendo a disposizione uomini, mezzi, basi, spazi aerei. È già accaduto in anticipo, il 13 ottobre precedente, quando è stato varato l’Act Order dal Comando Nato. Lo scenario, da quel momento, si è popolato di americani: generali, ministri, ambasciatori, mediatori. Sotto il diretto comando di Madeleine Albright. Stati vicini – la Macedonia – sono stati di fatto tranquillamente occupati. Gli europei si sono accontentati della virtuale presenza di Javier Solana. La loro preoccupazione non fu come giocare un ruolo autonomo in una regione confinante con quasi tutti, ma come essere riconosciuti partner, ancorché subalterni, degli Stati uniti.

5) È la prima volta che con tanta spudoratezza si è proceduto ad una applicazione selettiva dei diritti. In questo caso quello dell’auto-determinazione dei popoli, riconosciuto, in Europa, ai soli kosovari, che diventano quindi automaticamente «patrioti», sebbene la risoluzione 1160 del 3 marzo 1998 del Consiglio di sicurezza dell’Onu avesse definito «terroristi» gli attacchi dell’Uck.
Contemporaneamente, e come conseguenza, contro ogni principio sancito dai trattati dell’Unione europea, secondo cui deve esser rifiutato il pericoloso nesso etnia-cittadinanza, si appoggia l’ipotesi di stati etnicamente fondati.

6) Per l’Italia è stata la prima volta che ufficialmente è stata cancellata la costituzione, perché, nonostante l’art.11 lo vieti esplicitamente, il nostro paese ha partecipato in prima persona alla guerra contro Belgrado; e perché tale guerra non è stata autorizzata dal parlamento, che ha solo ratificato a posteriori le scelte del governo. Il solo presidente della Repubblica Scalfaro provò ad obiettare che la cosa era «illegittima», ma venne convinto a tacere.

7) Mai nella storia, è vero, i negoziati internazionali sono stati esempio di trasparenza e di equità. Ma mai si era arrivati a uno scandalo come per quello di Rambouillet, spacciato come accordo, sebbene si trattasse di una dichiarazione unilaterale, mentre la proposta serba (90% dei poteri statali devoluti a una autonoma autorità kosovara e presenza dei militari dell’Osce a tutela) non venne nemmeno discussa. La presunta non accettazione di Belgrado fu la causa che scatenò la guerra.
Ma Belgrado non poté accettare per via di un annesso B che restava e resta un mistero: non venne tradotto né reso pubblico. Si capisce perché: prevedeva l’occupazione a tempo indeterminato da parte delle truppe Nato di tutto il territorio jugoslavo (nemmeno il solo Kosovo), destinato così a diventare una sorta di gigantesca base atlantica dotata anche di extra-territorialità. Si trattò di una «clausola killer», inserita non nella speranza che potesse esser accolta, ma affinché il rifiuto consentisse di procedere senz’altro ai bombardamenti.

8) Anche per l’uso spregiudicato dei media non si tratta di una prima volta. Ma mai prima di questa volta la verità dei fatti è stata a tal punto stravolta dai bombardamenti di schegge di emozione lanciati dal video sui telespettatori.
Non è bello conteggiare le vittime per stabilire chi ne abbia avute di più, anche perché brutalità insensate sono state operate da ambo le parti. Resta il fatto che, a cominciare dall’eccidio di Racak, il 16 marzo, nonostante i dubbi espressi da autorevoli giornalisti di tutto il mondo, ogni conflitto a fuoco fra bande dell’Uck e bande o reparti serbi diventarono «pulizia etnica». Non solo: il grosso degli incidenti si verificò dopo l’inizio dei bombardamenti Nato, non prima, e non può dunque esser invocato a giustificazione dell’intervento. I profughi serbi che persino il ministro degli esteri Dini ammise esser la stragrande maggioranza, non sarebbero stati mai conteggiati, nonostante non possa non averli visti la commissaria europea Emma Bonino, presente allora in battle dress sul posto. (Un altro record, quello del nostro Bruno Vespa, che annunciò che il moderato primo ministro kosovaro albanese Rugova giaceva in una fossa comune. Ricomparve invece due giorni dopo a Belgrado).

9) Il Kosovo è stato anche il primo rilevante test della validità della cosiddetta giustizia internazionale. Che ha cancellato la differenza fra il ruolo della politica e quello giudiziario, una confusione perniciosa. Al punto che a svolgere la funzione di polizia giudiziaria è stata direttamente la Nato e i servizi segreti dei suoi paesi membri. Alla giurisdizione definita dai confini entro cui si esercita la sovranità si sostituì una delega extra-territoriale in bianco che consenti e consente tuttora a chiunque di arrogarsi il diritto di operare fuori da ogni quadro legale. In un mondo caratterizzato da una assoluta asimmetria dei poteri – osservò l’esperto di diritto internazionale, Danilo Zolo – una giustizia internazionale si rivela impossibile. L’ingerenza umanitaria fondata sulla superiorità tecnologica (militare e mediatica), produce solo una pena di morte collettiva.

10) E, infine, la vera primizia: la guerra del Kosovo è stata la prima guerra della sinistra. Non solo nel senso, evidente, del coinvolgimento attivo di un governo dove le massime responsabilità erano in mano di chi pure proveniva dalla tradizione di chi si era ribellato alla prima guerra mondiale, ma anche per l’atteggiamento imbarazzato quando non connivente assunto da intellettuali progressisti e pezzi di movimento, affascinati dall’idea che la Nato potesse essere il braccio armato di Amnesty International. (Come, in Afghanistan, del femminismo).
A venti anni di distanza il problema Kosovo è ancora tutto lì: aperto e drammatico, sebbene, dopo le bombe, i paesi Nato abbiano proceduto – non tutti – a un riconoscimento ufficiale dell’indipendenza del paese, calpestando definitivamente tutte le regole internazionali e senza aprire la strada a una soluzione reale.

Ma questa volta la sinistra governativa europea almeno si divise: il ministro degli esteri del governo spagnolo Zapatero, Moratinos, si rifiutò di condividere la decisione. E Madrid dieci anni fa annunciò il ritiro del proprio contingente militare. A riprova che non casca il mondo se uno dice no alle imposizioni americane.

A 20 anni di distanza le macerie della Jugoslavia, una delle più significative nazioni emerse dalla Resistenza nel 1945, uno stato cui dobbiamo quello straordinario schieramento internazionale che fu chiamato dei «Non allineati», sono tutte lì: nessuno degli stati emersi dallo smembramento fa bella figura di sé.
Una e una sola nota di ottimismo: gli ex cittadini jugoslavi nel frattempo si sono l’un l’altro «annusati» e perfino riconosciuti. All’ultimo Festival del cinema di Berlino tutti i film presenti in gara (davvero molto belli) erano prodotti, insieme, da tutte le nuove repubbliche, compresa la Bosnia e la Serbia.

il manifesto, 22/3/2019

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