Per un reddito! …cambiare linguaggio, di Matteo Bruni Campanella dal Giappone

beni comuni,lavori&precarietà 16 luglio 2016 | 0 Comments

precarietàora stop 2006Buongiorno Prof.

Come puoi immaginare, quanto avviene in Italia mi è fortemente filtrato attraverso la lente della distanza.

Probabilmente grazie a ciò, credo di essere in una felice situazione in cui qualsiasi analisi decida di fare, essa non sarà mai completa in quanto mi mancano dei dati importanti. Al contempo, però, non sarà falsata da sentimenti soggettivi per lo stesso motivo.

L’analisi seguente è quindi basata oggettivamente sui dati che mi hai mandato finora.

Condivido gli spunti interessanti, e sono contento che ci sia dibattito. Non condivido i metodi di divulgazione. Li trovo deboli e troppo alti. Mi spiace dirlo, ma alzare il registro linguistico ed i contenuti temo allontani quei giovani che – volenti o nolenti – ignoranti sono.

Non me ne volere, so quanta fatica si provi a educare. E so quanti sforzi hai fatto quando, dieci anni fa, tentavi di insegnare cosa fosse lo spirito critico a noi studenti.  Non dico non sia servito, perché con me ed altri ha funzionato.  Ma se si desidera raggiungere l’obiettivo di far sentire tutti parte di un gruppo, credo che le parole lette fino ad ora non siano efficaci.

Il motivo è semplice, per fortuna. I contenuti sono ottimi, ma la modalità di comunicazione è tarata per affascinare il cervello, e non il cuore.

Se si desidera far percepire ad un giovane precario quanto egli sia parte di un gruppo, NON serve spiegarglielo con una analisi. Perché non gli interessa. Ha altri problemi: affitto, benzina, spesa, svago.

Il suo cervello è distante, e non bastano parole sensate per attirarlo. Dico davvero.  Occorre usare il linguaggio delle emozioni.

Si vuole far sapere che il 20 percento dei giovani sotto i trent’anni non ha lavoro, ed è a rischio povertà?  Non ditelo così, perché il “20%” è statistica, è un numero. È distante, è impersonale.

Trasformatelo in una storia: raccontate le storie di cinque tra quei 25 studenti. Proprio di quella quinta liceo che ha visto la luce nel 2000. Cinque storie vere (o verosimili, poco importa, quando si parla al cuore) di quei compagni che rientrano nella soglia.

Alessio e Carlotta si sono fidanzati ufficialmente e stanno lavorando presso la stessa fabbrica tessile. A settembre qualcuno verrà lasciato a casa. Carlotta in cuor suo spera di essere tra quelli: è al terzo mese, anche se non l’ha ancora detto a nessuno. Così avrebbe tempo per il bambino e per cucinare il pranzo al sacco di Alessio! Potrebbe forse riuscire a fare economie e, con un po’ di aiuto da parte dei suoi, brutte cose non dovrebbero capitare.

Luca ha passato quattro anni a lavorare come aiuto imbianchino, in nero. Ora ha messo un po’ di soldi da parte, e conta di aprire partita IVA per comprare un furgoncino usato e lanciarsi per conto suo. Ovvio, sa che dovrà ancora fare del nero, ma spera di poter detrarre qualcosa ora che l’attività è pronta! Conta anche di chiedere una mano a Fede con l’insegna, visto che è bravo a fare murales. Almeno potrebbe dargli duecento euro per un’insegna di stile… sperando che non se li spenda in giochi per l’Xbox.

Mirco è purtroppo morto a causa di un’overdose. Dopo avere provato a arrabattarsi come cameriere, lavapiatti, corriere, cassiere e custode, in preda alla crisi di quarto di vita si è lasciato andare e ha provato a bucarsi. Poveraccio, ha proprio avuto sfortuna a fidarsi di quello stronzo che gli ha preparato la dose quando non era lucido. O perlomeno così ho sentito dire, anche se la verità mi sa che non si saprà mai con certezza perché il padre non ha voluto che si sapesse in giro che l’amico che gli ha dato la roba frequentava un locale per gay.

Anna è felice. Dopo essersi diplomata con voti anche buoni, è poi andata a cercare lavoro a Milano. Lavoro trovato, per fortuna sua. Un buon call center, non uno di quelli in cui rompi i coglioni alla gente e ti pagano a contratto stipulato. Al contrario, qui formano la gente con un manuale di comunicazione per risolvere i problemi di chi chiama! Certo, alcuni clienti sono maleducati ed arroganti, ma poteva andare peggio… Le spiace solo che ha dovuto arrangiarsi con un appartamento fuori città, ed ogni giorno passa quattro ore solo per spostarsi. Fortunatamente quando lavora durante i week-end c’è meno gente sull’autobus e riesce quasi sempre a sedersi. Quello che le piace è che la società per cui lavora è seria, motivante. Prima pensava che non le sarebbe piaciuto lavorare come centralinista, ma ha la stoffa, e potrebbe fare carriera, le han detto. Ma questo arriverà più in là, ora non ha tempo per montarsi la testa. Meglio pensare a risparmiare i quasi trecento euro che riesce a mettere via ogni mese. A fine anno in banca avrà quasi cinquemila euro sul conto! Con questi chiari di luna, un tesoretto del genere dà proprio stabilità.

Spero d’aver dato uno spunto costruttivo al dialogo, che è l’unica cosa che mi piacerebbe si salvasse della cultura italiana.

Vedi, qui in Giappone la gente non si parla. Non comunica. Le recenti votazioni mi hanno messo una tristezza infinita per la mancanza di contenuti. La gente fa. Cosa, non è dato saperlo con certezza. L’importante è che non stia ferma. A parlare, poi!

Siamo dall’altra parte dello spettro: in Italia si parla troppo e si fa poco.

Spero che questo mio intervento possa aiutare a limitare il numero di parole inefficaci, per far sì che il dialogo sia il più possibile orientato al fare, che è l’unico risultato che conta davvero!

Con affetto,

Matteo

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