Dopo Parigi. C’è chi non la pensa come Hollande 1

bastaguerre!,La città di sotto 30 novembre 2015 | 0 Comments

je-suis-411x512Cominciamo una serie di interviste e interventi che rompono con il “pensiero unico” dominante e provano a capire e spiegare, alla ricerca di una via d’uscita che non può essere la guerra che continua a fare vittime tra i civili ormai saliti a 700 dopo i raid francesi.

Trovare una via d’uscita è possibile, bisogna ricercarla tra i soggetti che affollano il Medio Oriente alla ricerca di interessi economici e strategici.  Ma davvero si vuole risolvere la crisi? davvero si vuole sconfiggere l’Isis?

Pascal Blanchard.  Lo spirito bastardo della République

Intervista di Guido Caldiron

La strage di Parigi avviene in un clima particolare per la Francia. Il paese è attraversato da anni da una angoscia identitaria e da nuove fratture, sia sociali che culturali, che sembrano aver finito per mettere in discussione gli stessi valori della République. Dopo aver lavorato a lungo sulla memoria coloniale e sull’ombra che qul passato mai veramente elaborato proietta ancora oggi sulla società transalpina, lo storico Pascal Blanchard, ricercatore del «Laboratoire Communication et Politique» del Cnrs di Parigi e uno tra i maggiori specialisti della storia dell’immigrazione nel paese, ha curato opere ed esposizioni dedicate alla presenza araba, africana e asiatica nella Ville Lumiere, ha pubblicato recentemente un’opera, Le grand repli che intende rispondere sul piano dell’analisi come quello della proposta politico-culturale al progressivo richiudersi su se stesso del paese.

Molti dei temi che sono al centro del suo lavoro, dalla mancata assunzione del passato coloniale fino alla ricerca di una nuova identità da parte dei giovani francesi figli o nipoti degli immigrati arabi o africani, sembrano rappresentare lo scenario che fa da sfondo ai fatti di questi giorni. La strage compiuta dagli jihadisti non potrà che rendere tutto ancora più difficile. Quale è la situazione nel suo paese?

Penso che la crisi che attraversa la Francia vada al di là della tragedia che ha colpito Parigi. Piuttosto, proprio questi fatti rappresentano uno degli aspetti più visibili e drammatici della situazione del paese: il fatto stesso che dei giovani francesi abbiano scelto di raggiungere le fila degli jihadisti per poi decidere di portare la morte e il terrorismo laddove sono nati, la dice lunga di quanto grave sia la crisi. Solo che in questi casi si rischia sempre di non guardare al modo in cui i fenomeni hanno preso piede.

La Francia della paura e dell’odio, del sospetto e del pregiudizio ha infatti preso da tempo il posto di quella del vivere insieme. Stiamo dimenticando ogni giorno di più gli ideali e le idee che abbiamo appreso dalla Rivoluzione francese, come i diritti dell’uomo e il fatto di aprire le nostre porte agli stranieri. E questo si avverte anche sul piano culturale. Da un lato, gli intellettuali di destra, i «neoreazionari» hanno inaugurato tutto un vocabolario per descrivere quello che considerano come «il declino» della Francia e la perdita della sua grandeur. Evocano «il paese dei bei tempi andati», in cui tutti stavano al loro posto, le donne in cucina e gli indigeni nelle colonie, quando non parlano apertamente, l’ha fatto di recente un’esponente del centro-destra, del fatto che questo sarebbe un paese «di razza bianca». Dall’altro, gli intellettuali di sinistra che hanno affrontato per primi e in modo utile il tema del meticciato e della contaminazione tra le culture, non sembrano più in grado di farsi sentire e forse anche di comprendere ciò che sta accadendo, fino a pensare che l’integrazione dei giovani delle ultime generazioni dell’emigrazione postcoloniale sia fallita, quando in realtà è proprio il passato coloniale che struttura ancora oggi i rapporti umani, sociali, territoriali. Il radicalismo jihadista partecipa a questa etnicizzazione dei rapporti sociali, dando voce all’odio per la Francia e per l’Occidente di una parte dei giovani figli dell’immigrazione.

Lei ha spiegato come i simboli e il profilo della République non rappresentino più tutti i suoi cittadini. Anche a causa dell’estendersi delle diseguaglianze sociali, che hanno reso ancora più marcate le differenze culturali che attraversano la società francese, per i giovani maghrebini, neri e musulmani è sempre più difficile identificarsi con Marianne. Dunque, cosa fare?

Il problema è proprio questo: l’identità dell’«altro», di colui che non risponde ai canoni tradizionali della cultura, dell’origine, oggi perfino della religione, non sembra trovare spazio nel modo in cui la République si pensa e si rappresenta. Credo siano due i fattori decisivi che hanno caratterizzato il processo che ha portato a questo stato di cose.

Il primo riguarda il fatto che non si è mai davvero superato il passato coloniale del paese che ha finito per mescolarsi con il profilo stesso delle sue istituzioni. Penso al refrain sui «nostri avi Galli» che viene impartito anche agli studenti le cui famiglie sono originarie proprio di quello che fu il vasto impero di Parigi o all’accento sulle politiche di assimilazione che hanno guidato il sistema educativo e culturale. A questo si deve aggiungere che la Francia, in quanto culla dei diritti dell’uomo, dei valori di libertà, uguaglianza e fraternità che dai tempi della rivoluzione non hanno mai cessato di essere diffusi ai quattro angoli del mondo, ha sempre avuto un rapporto contraddittorio con tutto ciò.

I valori della République nata dalla presa della Bastiglia hanno infatti convissuto per più di due secoli con l’idea dell’inferiorità dell’«altro» che dominava il suo spazio coloniale, con l’idea che quel dominio fosse giustificato anche dal colore della pelle e che, a differenza di quanto accaduto ad esempio negli imperi britannico o giapponese, Parigi inseguiva l’utopia della piena assimilazione culturale dei cittadini dei paesi colonizzati. Così, ancora oggi se si parla con un giovane che appartiene alla seconda o alla terza generazione dell’immigrazione senegalese o algerina, ci si rende conto che essere il discendente di un indigeno delle colonie, significa per molti versi, anche se si è nati e cresciuti in Francia, non avere la stessa storia del resto dei cittadini francesi. In altre parole, non si è mai voluto costruire una memoria comune, scrivere una storia che fosse il «frutto di storie», intese in senso plurale come rappresentanza della diverse componenti del paese, in modo da impedire che la narrazione pubblica della République non si discostasse troppo dal suo volto quotidiano, soggettivo e privato. È questo il lavoro decisivo che resta ancora da fare.

Nel frattempo che i valori repubblicani attuino, per così dire, la loro riforma, non sarebbe sufficiente che si prendesse atto dell’esistenza di una dinamica comunitaria, se non di una prospettiva multiculturalista, in seno alla società francese?

Lei ha ragione, ma affermare questo in Francia equivale a riconoscere quella crisi dei valori della République che in molti, specie tra i rappresentanti politici e nel mondo intellettuale, si ostinano a negare. Personalmente credo che la Francia sia una società multiculturale a cui il sistema del multiculturalismo, per come lo conosciamo oggi, vada però stretto. Il punto non è però quello di cercare il «modello» sociale adatto per il paese, ma di affrontare i problemi che sono già sul terreno. Ho qualche dubbio a contrapporre le forme di multiculturalismo che regolano la vita collettiva negli Stati Uniti o in Gran Bretagna e il cosiddetto modello repubblicano francese, il cui vero limite è che ha smesso di funzionare perché non ha preso atto delle trasformazioni e delle modifiche profonde che sono intervenute nella nostra società.

Paradossalmente in Francia si parla di comunità si fa riferimento alla Bretagna o alla Corsica, ma si esita a farlo per descrivere le molteplici identità fiorite nel paese con il passare del tempo. A questo si deve aggiungere che il nostro è l’unico paese al mondo che continua a promuovere, almeno sulla carta, l’integrazione di chi viene da altre realtà culturali. Da ciò la difficoltà che si registra in modo sempre più drammatico nel definire un nuovo percorso che assicuri allo stesso tempo, da un lato, l’espressione della diversità come di un pieno diritto di cittadinanza di ciascuno e, dall’altro, l’unità nazionale di un paese e di un popolo. In questo momento, nel paese si fronteggiano coloro che sembrano rifarsi ancora all’esperienza coloniale e che ritengono che in base al colore della pelle o alla fede religiosa un individuo possa o meno essere considerato a tutti gli effetti francese e chi ritiene invece che l’idea stessa di cittadinanza non abbia nulla a che fare con le nozioni di razza o cultura. Oggi, queste due prospettive si contrappongono in modo radicale perché, per alcuni, il fatto stesso che la società francese possa aprirsi alle differenze significa che si sta avviando verso il declino e, in ultima istanza, verso la sua fine.

A scorrere le biografie degli assalitori del Bataclan viene da pensare che dieci anni sopo la grande rivolta delle banlieue il sogno di trasformazione di alcuni giovani delle periferie si è trasformato in un incubo di morte e autodistruzione. È così?

Proprio perché ho studiato a lungo l’immagine stereotipata dell’indigeno delle colonie che si è imposta in Francia, praticamente fino ad oggi, rifuggo dalla generalizzazioni anche quando riguardano i giovani delle attuali periferie urbane. Non esiste uno solo «giovane delle banlieue», ma milioni di ragazzi che nascono e crescono in questi quartieri e che seguono diverse traiettorie scolastiche, lavorative, politiche e culturali.

Non si può racchiudere questa molteplicità nelle scelte di qualche migliaia di giovani che si sono avvicinati al radicalismo islamico e al terrorismo, andando a combattere in Siria o compiendo attentati in Europa. È una parte ultraminoritaria del mondo giovanile dei quartieri popolari, come della comunità dei fedeli musulmani — che per altro segnalo essere composta in Francia al 30% da convertiti che non provengono da famiglie di tradizione islamica. La stragrande maggioranza ha continuato a vivere la propria vita e sono moltissimi coloro che sono ancora impegnati in attività sociali nei loro quartieri. Piuttosto, ciò che colpisce nelle vicende di questi giovani jihadisti è come sia spesso la ricerca spasmodica di un’identità a caratterizzare il loro percorso: qualcosa che ha che fare con un profondo malessere interiore, con il rapporto non risolto con la Francia come con se stessi. Molti di costoro sembrano non saper più chi sono e non a caso la scelta di integrare lo Stato islamico o altre simili organizzazione terroriste equivale in molti casi ad annullare la propria individualità nel contesto di una guerra dove la ricerca della morte è considerata come il bene supremo.

Gli scaffali di Pascal Blanchard

Storico, documentarista e ricercatore del Cnrs, Pascal Blanchard è uno dei maggiori studiosi dell’epoca coloniale. Responsabile scientifico della mostra «Exhibitions. L’invention du sauvage», ha realizzato i documentari «Paris couleurs» (France 3) e «Noirs de France» (France 5). Co-direttore della raccolta «Un siècle d’immigration des Suds en France» (Gra), ha dedicato diverse opere alla storia delle comunità immigrate, realizzando opere considerate già dei classici come «Le Paris arabe. Deux siècles de présence des Orientaux et des Maghrébins en France», «Le Paris asie» e «La France noire. Trois siècles de présences», tutti pubblicati da La Découverte. Per lo stesso editore parigino sono usciti «La fracture colonial» e «Le grand repli», scritto insieme ai colleghi Nicolas Bancel e Ahmed Boubeker, un volume che affronta la grande crisi sociale e culturale che attraversa la Francia.

il manifesto, 19/11/2015

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