C’è vita a sinistra :: Senza insegne di partito e senza fretta, di… Gianandrea Piccioli

culture,uscire dalla politica 17 Agosto 2015 | 0 Comments

c'è vita a sinistraMolti sapranno che si è aperto un dibattito diffuso e variegato sulle pagine de il manifesto, e non solo, …un dibattito sul “futuro delle sinistre”, lo diciamo così pur sapendo che in ballo c’è molto di più e qualcosa di diverso…

In ogni caso pubblichiamo un intervento di Gianandrea Piccioli che ci piace molto perché corrisponde al nostro sentire e pensare: si tiene lontano da categorie abusate, non parla di “unità delle sinistre”, nemmeno accenna alla “sinistra di governo”, non immagina una coalizione elettorale ma ci suggerisce l’ipotesi di far crescere, nel breve periodo, una diffusa azione di resistenza e disturbo, attraverso la quale sia possibile avviare, nel medio tempo, un percorso di costruzione di “progetti” sul territorio che coinvolgano direttamente i soggetti sociali…  

Considerando la vivacità e la ricchezza, poco nota o occultata, di molti pezzi di società e territori pensiamo che ci siano tutte le condizioni per poter avviare questo percorso, che dovrà necessariamente essere “fuori”dalla politica.

 

C’è vita a sinistra. Senza insegne di partito e senza fretta

di Gianandrea Piccioli

Qual­che giorno fa (il mani­fe­sto, 6 ago­sto), in un arti­colo sulla Ger­ma­nia, Marco Bascetta ha scritto che «il socia­li­smo euro­peo non è fal­lito per­ché si è con­ver­tito al neoliberismo, ma si è con­ver­tito al neoliberismo per­ché era fal­lito. Per­ché il modello di stato, di wel­fare, di lavoro, di iden­tità sin­go­lari e col­let­tive che esso pro­po­neva non corrispondevano più alle aspi­ra­zioni di soggettività sociali profon­da­mente tra­sfor­mate. Se non si parte da que­sto presupposto la par­tita con le pro­messe, sia pur disat­tese, del neoliberismo è irrimediabilmente per­duta». L’Andersen de I vestiti nuovi dell’Imperatore non avrebbe potuto dir meglio.

A sini­stra, oggi, in Ita­lia e nel mondo, non c’è solo dello spa­zio, ci sono addi­rit­tura steppe a per­dita d’occhio. Ma occor­re­rebbe sapere come abi­tarle e col­ti­varle e non si può certo farlo inal­be­rando annunci tipo «Qui non si vende e non si beve Coca Cola», come si leg­geva su uno stri­scione a un recente festi­val di Rifon­da­zione a Savona… E nem­meno illu­den­dosi che sia pos­si­bile rifor­mare il sistema dall’interno, come avverte giu­sta­mente Ber­ti­notti, alam­bic­cando con vec­chie alchi­mie di scis­sione e ricomposizione delle resi­due forze esi­stenti. Né, come ha più volte riba­dito Marco Revelli, cer­cando di far nascere nuove strut­ture poli­ti­che ormai impos­si­bili nelle forme novecentesche, che peral­tro sono ancora le sole che conosciamo.

E d’altra parte, nono­stante gli entu­sia­smi che tutti di volta in volta pro­viamo, mi sem­bra dimo­strata l’impossibilità di dare con­si­stenza e con­ti­nuità all’effervescente vola­ti­lità dei movi­menti nati in rete: cre­scono, esplo­dono, galvanizzano, si afflo­sciano (quasi sem­pre per esau­ri­mento interno davanti al logo­ra­mento cui sono sottoposti dal blocco com­patto di un’informazione orwel­liana).

Alla fine della grande fab­brica, quindi dell’esperienza col­let­tiva di lavoro e di organizzazione di resistenza, è seguito l’isolamento indotto dall’elettronica: i social net­work, spesso a un livello di comunicazione adolescenziale, sono una sagra delle fru­stra­zioni e, ancor più, del narcisismo di massa.

Non solo. Renzi è una mac­chietta vernacolare (ma nel vuoto ita­lico peri­co­losa) e stru­mento più o meno consapevole di forze ben più grandi di lui. Però non è che la situa­zione gene­rale del mondo con­senta grandi slanci.

Elenco alla rin­fusa il pano­rama che si sro­tola quotidianamente davanti a noi e che del resto i let­tori del mani­fe­sto cono­scono meglio di me. Una crisi eco­no­mica che sem­bra non finire mai. Migra­zioni bibli­che di popoli (e con­se­guenti rea­zioni raz­zi­ste nei paesi di approdo, quelli che ci rie­scono). Rina­scita dell’islamismo poli­tico e bel­lico. Ristrutturazione geopolitica glo­bale con dimi­nu­zione dell’egemonia degli Stati uniti. La Tur­chia, ormai esplicitamente antidemocratica, colonna della Nato (che era nata in fun­zione antisovietica e che avrebbe dovuto scio­gliersi dopo il crollo dell’Urss). I paesi dell’area ex Unione Sovie­tica esplicitamente antidemocratici (Unghe­ria in pri­mis), ma favo­riti in Europa.

Intanto Usa e Rus­sia hanno quasi fer­mato il disarmo con­cor­dato a suo tempo, e India, Paki­stan e Cina acce­le­rano le ricer­che per la bomba nucleare. Ue in crisi e apparentemente non in grado di rifor­marsi. Gli stati nazio­nali esau­to­rati con trasferimento di sovra­nità a opa­chi cen­tri di potere finan­zia­rio. Espli­cite accuse di “eccesso di demo­cra­zia” da parte di agen­zie finan­zia­rie ame­ri­cane alle Costi­tu­zioni dei paesi euro­pei mediterranei. Gli stati dell’Ue, pri­vati della sovra­nità mone­ta­ria, suc­cubi della Ger­ma­nia e degli stati suoi satel­liti: Olanda, Bel­gio, paesi nor­dici. E l’incombente cata­strofe eco­lo­gica, forse, con quella umanitaria, la più dram­ma­tica di tutte le cosid­dette “emergenze” (ma le emer­genze non sono cir­co­stanze cri­ti­che improv­vise e acci­den­tali? E che cosa c’è di improv­viso e acci­den­tale nell’implosione dell’Africa sub sahariana e del bacino mediterra­neo? E il Rap­porto sui limiti dello svi­luppo del Club di Roma non è del 1972?).

Volendo, si potrebbe comun­que con­ti­nuare. Non credo che nella sto­ria del mondo si siano verificate spesso con­giun­ture in cui una sola mossa sba­gliata di qual­che sta­ti­sta sprov­ve­duto (e oggi non c’è che l’imbarazzo della scelta) potesse far sal­tare per aria il pia­neta.

Personalmente, quella che feri­sce di più, e che più acu­ta­mente morde nell’impotente sus­se­guirsi dei giorni, è la gene­rale per­dita di umanità.

Solo Ber­go­glio ce la ricorda, quotidianamente, con voce sem­pre più sof­ferta e stanca (ma die­tro, nell’ombra, c’è sem­pre il favo­rito della Curia, il car­di­nal Scola, che si scalda i muscoli sul tapis roulant dell’ auspi­cata suc­ces­sione). Non si percepisce più la dimen­sione del tra­gico, non sen­tiamo più la sof­fe­renza degli altri come qual­cosa che ci riguarda per­ché abbiamo per­duto la capa­cità di immedesimarci, di proiettarci-specchiarci nell’altro da sé. Si prova un po’ di pena, quando va bene, ma nulla ci coin­volge nel pro­fondo, nem­meno il pen­siero che quando man­giamo tonno e cipolla siamo can­ni­bali. Chi si ricorda più della giu­sti­zia per le vit­time inno­centi della sto­ria? Chi riper­corre lo sguardo dell’ Ange­lus Novus benjaminiano?

«Sono stato indotto a con­clu­dere che l’American way of life era il genere di vita pro­prio del mondo post-storico, dal momento che l’attuale pre­senza degli Stati Uniti nel Mondo pre­fi­gura il futuro ’eterno presente’ dell’umanità tutta intera. Così il ritorno dell’Uomo all’animalità appa­riva non più come una passibilità ancora di là da venire, bensì come una cer­tezza già pre­sente». Così scri­veva, più di mezzo secolo fa, Ale­xan­dre Kojéve.

Ma se la poli­tica è prassi, vuol dire che è anche un modo di vivere. E qui, secondo me, sta il nocciolo duro del nostro pro­blema.

Ricordo uno slo­gan del Ses­san­totto, credo di ori­gine deleu­ziana o laca­niana: «Rivo­lu­zione non è la soddisfazione dei biso­gni ma la stimolazione del desi­de­rio». Al tempo sem­brava liberatorio, anzi era una parola guida, ma poi, per la solita eterogenesi dei fini, si è rove­sciato nel suo con­tra­rio: da lì, per passi suc­ces­sivi, sca­val­lando droga e terrorismo (una gene­ra­zione per­duta), attra­verso gli anni da bere e il ber­lu­sco­ni­smo si arriva ai sel­fie di Renzi, alle coper­tine di made­moi­selle Boschi e alla stupefazione della mini­stra Madia.

In Ita­lia la scon­fitta della poli­tica comin­cia negli anni Set­tanta del secolo scorso, e la rivo­lu­zione del costume, che è quanto resta del Ses­san­totto, è diven­tata ben pre­sto fun­zio­nale al capitalismo: Paso­lini l’aveva capito con gran­dis­simo anti­cipo. E pure Ale­xan­der Lan­ger. E su que­sti temi rin­vio a I destini gene­rali di Guido Maz­zoni: se ne è par­lato anche su que­sto gior­nale, forse un po’ troppo sbrigativamente per i pro­blemi che il libro pone. Certo, sono pagine che si chiu­dono senza prospettive su un radioso futuro, ma, come dice Simon Crit­chley: «Keep your mind in hell and despair not».

A sini­stra c’è spa­zio, dicevo all’inizio. Può esserci anche vita, se non abbiamo fretta di riper­cor­rere strade senza uscita: e con i par­ti­tini vec­chi e nuovi si andrebbe certo poco lon­tano. Sui tempi brevi dovun­que si può, chiun­que è in grado, si metta sab­bia negli ingra­naggi, gufiamo rosi­chiamo boicottiamo intral­ciamo, sgam­bet­tiamo anche.

Sui tempi lun­ghi, senza pre­ten­dere di seguire le tracce della vec­chia talpa, cer­chiamo di aprire il più pos­si­bile nuovi spazi “pub­blici” nelle realtà locali, collaborazioni di pubblico-privato su pro­getti ben defi­niti, senza inse­gne di par­tito, senza aggi­rarci in un gioco di spec­chi che riflet­tono sem­pre la nostra imma­gine. Iscri­viamo segnali di resi­stenza, soprat­tutto morale, nella trama del quo­ti­diano.

Cer­chiamo di rico­sti­tuire e difen­dere un’immagine dell’uomo, ripri­sti­niamo il “noi” dell’azione, ripren­dia­moci il tempo ridando al tempo la sua temporalità, cioè un pas­sato e un futuro, non solo un immo­bile, tra­gico pre­sente. In fin dei conti nei tanti tempi bui dell’umanità son sem­pre stati i piccoli gruppi – mino­ranze intel­let­tuali, monaci, folli, buca­nieri, anar­chici, tea­tranti – a lan­ciare segnali nell’oscurità.

Come diceva Gustav Mahler: «La tra­di­zione è custo­dire il fuoco, non ado­rare le ceneri».

il manifesto, 15/8/2015

 

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