Un primo passo per cambiare strada subito…

La città di sotto,uscire dalla politica 17 Maggio 2015 | 0 Comments

kath haring 2Consideriamo avveniristica l’ipotesi di costruzione di una “sinistra di governo”, perché non c’è spazio per una uscita a sinistra dalla fase attuale del capitalismo globale.  Anche in questa fase di crisi “la governabilità”, sotto qualsiasi forma, deve fare i conti con le compatibilità internazionali, le politiche economiche sovranazionali europee e mondiali, e non c’è spazio per un’ipotesi di cambiamento istituzionale profondo dei rapporti di forza.

Le difficoltà che incontra la Grecia ne sono una  testimonianza: la sua giusta e ostinata scelta di costruire politiche economiche alternative la sta mettendo contro gli organismi internazionali che regolano e dispensano, ostacolando qualsiasi “uscita” e buona parte della realizzazione di queste politiche.  Eppure la vittoria della sinistra greca non è il frutto di una coalizione elettorale (come sarebbe in Italia se mai si tentasse) ma di un percorso politico e sociale profondo apertosi nel paese da anni e radicato nella società.

Oggi è possibile, solo, mettere in moto un processo di costruzione di un fronte che raccolga i pezzi della società in lotta o in rivolta, soggettività collettive e associazioni che già agiscono nella società costruendo pratiche alternative in ambito sociale, economico o culturale, comitati di scopo che svolgono azioni di critica e di proposta.

Sì, mettere insieme queste diversità in azione alla ricerca di “letture” comuni della società e delle sue prospettive, per dar vita ad una coalizione sociale che solo allora potrà interrogarsi sull’urgenza o meno di pratiche politiche istituzionali, di accettare la sfida elettorale e di prepararsi a governare il paese…  Tempi lunghi sì, i tempi necessari per iniziare a “trasformare la società prima di prendere il potere”.

Quindi prendendo comunque le distanze da qualsiasi ipotesi di “ricostruzione della sinistra” e ancor meno di costruzione di una “coalizione di sinistra” che partecipi a qualsiasi elezione, volevamo mettere un tassello per quella proposta alternativa alla quale molti di noi hanno lavorato per anni.

Così, ecco qui una proposta concreta, una cosa da fare subito, un modo per cambiare strada subito, adesso. Tonino Perna e Alfonso Gianni dalle pagine de il manifesto ci aiutano e  suggeriscono “una seconda riforma agraria” che ci piace molto!

 

Ci vuole una seconda riforma agraria

Tonino Perna, Alfonso Gianni

Un fatto è certo: la nostra zoo­tec­nia, la pasto­ri­zia e gran parte delle grandi aziende agri­cole non esi­ste­reb­bero senza la mano d’opera offerta a basso costo dagli immigrati.

Se sono clan­de­stini o irre­go­lari è ancora meglio, per­ché pos­sono lavo­rare senza limiti orari e essere sot­to­pa­gati a 20 euro al giorno per 10 ore di lavoro, come capita ancora nella piana di Gioia– Rosarno o nella terra dei fuo­chi, o in altri luo­ghi ameni del nostro Bel Paese. Molti pro­dotti di qua­lità del made in Italy non esi­ste­reb­bero senza il lavoro degli immi­grati. Il super­sfrut­ta­mento della forza-lavoro immi­grata non è solo una con­se­guenza delle leggi del mer­cato capi­ta­li­stico, è anche il frutto di una visione miope e subal­terna della gran parte delle nostre aziende dell’agroalimentare.

Come testi­mo­nia l’esistenza di SOS Rosarno, di Cala­bria soli­dale, e di Gal­line Felici in Sici­lia e di tante altre espe­rienze, è pos­si­bile costruire una filiera agro-alimentare rispet­tando i diritti dei lavora­tori, facendo gua­da­gnare i pro­prie­tari delle aziende agri­cole e dando ampie sod­di­sfa­zioni ai con­su­ma­tori. Una magia? No, solo basta uscire dal domi­nio della grande distri­bu­zione e creare una rela­zione diretta tra aziende, che rispet­tano l’ambiente e i diritti dei lavo­ra­tori, e le organizzazioni dei con­su­ma­tori respon­sa­bili, come sono i Gruppi d’Acquisto Soli­dale o le organizza­zioni del «fair trade».

Ci gua­da­gnano i brac­cianti, i con­ta­dini, i pro­prie­tari di pic­cole e medie aziende agri­cole che entrano in un per­corso di lega­lità sociale ed ambien­tale. Infatti, le aziende agri­cole che sfrut­tano gli immi­grati a loro volta subi­scono i ricatti della grande distri­bu­zione che com­prano i pro­dotti della terra a prezzi irri­sori e li riven­dono al con­su­ma­tore con un rica­rico finale che arriva fino a dieci volte il costo di pro­du­zione agricolo.

Que­sto distorto e cieco mec­ca­ni­smo di sfrut­ta­mento inten­sivo dei lavo­ra­tori e della terra, ha prodotto non solo danni ambien­tali cre­scenti, deser­ti­fi­ca­zione delle terre agri­cole, ma ha anche messo fuori mer­cato molte pic­cole e medie aziende. Come ricor­dava Piero Bevi­lac­qua, negli ultimi trent’anni sono scom­parse in Ita­lia un milione e mezzo di aziende agri­cole. Il risul­tato finale è poco noto, ma para­dos­sale: l’Italia, famosa nel mondo per le sue eccel­lenze ali­men­tari, ha un defi­cit della bilan­cia ali­men­tare che si tra­scina da decenni e che ha rag­giunto nel 2013 oltre 7 miliardi di pas­sivo! Impor­tiamo la gran parte del grano, della soia, della carne, del latte che con­su­miamo. Se riu­scis­simo a ripor­tare in pareg­gio la bilan­cia com­mer­ciale agro-alimentare cree­remmo qual­cosa come 30–40.000 nuovi posti di lavoro reali.

Come fare? Non c’è una sola rispo­sta, ma forse un punto di par­tenza sì: recu­pe­rare le terre abbando­nate. Solo nelle aree col­li­nari del Mez­zo­giorno sono oltre il 30%, ed una per­cen­tuale non lon­tana la tro­viamo anche nel Centro-Nord e nelle zone alpine non turistiche.

Ci vor­rebbe una seconda Riforma Agra­ria per met­tere a col­tura que­sto grande patri­mo­nio agropastorale. Biso­gne­rebbe però fare tesoro degli errori della prima. Come forse non tutti ricordano, nel 1950 , sotto la spinta delle lotte brac­cian­tili e dei con­ta­dini senza terra, il governo demo­cri­stiano varò la Riforma Agra­ria che inte­ressò le terre incolte del Mez­zo­giorno, che ven­nero strap­pate al lati­fondo e con­se­gnate ai con­ta­dini meri­dio­nali. In media venne distri­buito circa un ettaro a fami­glia con­ta­dina, media­mente con sei sette figli, ma senza mezzi agri­coli, sementi, accesso al cre­dito agri­colo, e risorse per com­mer­cia­liz­zare i pro­dotti della terra. Risul­tato: dopo una decina d’anni le terre furono in parte nuo­va­mente abban­do­nate, soprat­tutto dalle fami­glie conta­dine con pic­coli appez­za­menti, ed i con­ta­dini emi­gra­rono per andare a lavo­rare come ope­rai nel Nord-Italia, in Sviz­zera, in Ger­ma­nia, nel Nord Europa.

Per non ripe­tere gli stessi errori occorre pen­sare ad un piano com­ples­sivo di rina­scita delle terre incolte e dei paesi abban­do­nati che avrebbe, fra l’altro, un bene­fico effetto sulla pre­ven­zione degli incendi e del dis­se­sto idro­geo­lo­gico. Tale piano dovrebbe essere parte di una pro­gram­ma­zione demo­cra­tica di nuovo tipo, capace di rilan­ciare l’economia pro­dut­tiva sulla base dei nuovi biso­gni della popo­la­zione e di un rap­porto dia­let­tico, senza esclu­dere momenti con­flit­tuali, con i sog­getti e i movi­menti sociali.

Un piano non solo eco­no­mico, ma sociale e cul­tu­rale per far rina­scere que­ste aree, per ren­derle nuo­va­mente vivi­bili, per creare quelle reti sociali capaci di dare il «giu­sto valore» ai pro­dotti della terra. Negli ultimi anni, come è dimo­strato da alcune inchie­ste, c’è una risco­perta del valore del lavoro agri­colo, che deve essere ade­gua­ta­mente retri­buito. Diversi gio­vani sono andati o tor­nati nelle cam­pa­gne, avviando espe­rienze di lavoro e di pro­du­zione inno­va­tivi. Inol­tre, in que­ste zone interne dovreb­bero essere finan­ziati quei pro­getti che pun­tano a rivi­ta­liz­zare l’artigianato e la cultura locale, l’espressione arti­stica e la ricerca scien­ti­fica che è pos­si­bile delo­ca­liz­zare (come hanno fatto alcuni Par­chi nazio­nali in Ita­lia ed in Europa). Ma, que­sta «seconda Riforma Agra­ria» abbi­so­gna di sog­getti sociali che siano inte­res­sati a que­sta operazione.

Le forze inu­ti­liz­zate del mer­cato del lavoro interno non sareb­bero di per sé suf­fi­cienti, e adatte, a reg­gere una simile impresa di tra­sfor­ma­zione del nostro ter­ri­to­rio. Il popolo dei migranti potrebbe dare un aiuto for­mi­da­bile al nostro paese. Natu­ral­mente non tutti i migranti che vogliono venire in Europa, e che non fini­scono in fondo al mare, desi­de­rano e pos­sono fare gli agri­col­tori o i braccianti. Molti di que­sti sono mossi non tanto dal biso­gno di lavo­rare, ma dalla neces­sità di fuggire da guerre, per­se­cu­zioni, con­di­zioni inso­ste­ni­bili di vita.

Ma anche que­sti ultimi, alcuni con capa­cità e com­pe­tenze ele­vate, sareb­bero ben felici di inse­rirsi con un lavoro nelle nostre comu­nità, anche tran­si­to­ria­mente. I migranti, assieme ai gio­vani ita­liani che tor­nano nelle cam­pa­gne, potreb­bero diven­tare il sog­getto sociale più imme­dia­ta­mente e diretta­mente inte­res­sati a que­sto pro­getto di difesa, valo­riz­za­zione e tra­sfor­ma­zione della nostra agri­col­tura e del nostro ter­ri­to­rio, al recu­pero di terre e paesi scar­tati ed emar­gi­nati, al pari di tanti gio­vani, da que­sto modello di sviluppo.

Insomma, la spinta che viene dai migranti, la loro voglia di esi­stere, di poter lavo­rare dignitosamente, di avere una casa, potrebbe costi­tuire una occa­sione sto­rica per far rina­scere una parte rile­vante del nostro paese ormai desti­nato all’abbandono ed al degrado. Le vere Riforme che hanno modi­fi­cato i rap­porti di pro­du­zione sono nate sem­pre sotto la spinta di lotte sociali e movimenti di popo­la­zione. La prima Riforma Agra­ria, nata dopo anni di occu­pa­zione delle terre e vio­lenti scon­tri nelle cam­pa­gne, segnò la scon­fitta poli­tica degli agrari. La seconda R.A. diven­terà una realtà se verrà scon­fitta la classe poli­tica dell’emergenza e dell’ipocrisia, se finirà la repressione dei flussi migra­tori o l’accoglienza micra­gnosa, e que­sto movi­mento di essere umani che lot­tano per soprav­vi­vere tro­verà la rispo­sta appro­priata nella tra­sfor­ma­zione del nostro modello di svi­luppo basato sullo spreco di risorse umane ed ambientali.

il manifesto, 6/5/2015

 

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