Fausto Bettinotti per i 25 anni del crollo del muro di Berlino

culture,letture&ascolti&visioni,uscire dalla politica 13 novembre 2014 | 0 Comments

Crollo del muro di berlino. Ma oggi la democrazia è più debole di allora
di Fausto Bertinotti

E’ già passato un quarto di secolo. Si potrebbe dire, con Carlo Levi, «sono passati lunghi anni pieni di quel che si usa chiamare la Storia». Una brutta storia. La caduta di quel muro poteva far pensare a un processo di liberazione dai gravami della Guerra Fredda.

La Guerra Fredda aveva interrotto nell’Europa occidentale la grande speranza che aveva animato i suoi popoli dopo l’immane tragedia della Seconda Guerra Mondiale e la vittoria contro il nazifascismo. La Resistenza era stata l’esperienza straordinaria di un popolo che – preparato dall’antifascismo, dalla clandestinità, dalle mille forme di opposizione al fascismo, minoritarie ma feconde – era diventato il protagonista della Storia. Erano le masse che entravano nella scena della politica, costruendo la democrazia e aprendo la strada alla possibilità di una società diversa: una società nella quale potessero essere rimossi tutti gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono ai più lo sviluppo della persona umana. Il popolo aveva trovato nella lotta la sua unità. In Italia, e non solo da noi, i comunisti e i socialisti che guardavano all’Unione Sovietica come al paese del socialismo, erano stati protagonisti della Resistenza e di quella unità di popolo. La divisione del mondo in due blocchi contrapposti e la Guerra Fredda avevano rotto quell’unità.

Poi, in più occasioni, l’Unione Sovietica aveva mostrato il suo volto oppressivo, che aveva pesato su tutto il movimento operaio. Neanche la grande riscossa operaia e studentesca del ’68-‘69, l’ascesa dello studente di massa e dell’operaio comune di serie che pure aveva voluto l’immaginazione al potere, se ne era potuta liberare. «Praga è sola», aveva scritto Luigi Pintor. Quel muro pesava massicciamente persino lì, in quel ’68-‘69 colmo di domande di liberazione, e rivelava simbolicamente l’impossibilità, per chi stava a Oriente, di cambiare le cose, e per noi che stavamo ad Occidente la capacità di farlo.

Così, quando il muro di Berlino crollò, sotto la spinta della Storia, abbattuto da una moltitudine che si proponeva di conquistare la libertà, si diffuse come portata dal vento l’idea che la nuova era che stava per cominciare sarebbe stata l’era della democrazia. Mai previsione si rivelò più infondata. A 25 anni di distanza, dobbiamo pesantemente constatare che la democrazia non è cresciuta laddove viveva l’Unione Sovietica, mentre è andata perduta in quell’Europa dove la lotta di classe e le battaglie della sinistra, dei sindacati e dei nuovi soggetti critici che di volta in volta sono emersi nella società, l’avevano conquistata, costruita e arricchita nei 30 anni gloriosi fino alle soglie degli anni Ottanta.

Ricordo di quei giorni, mentre con grande attenzione e partecipazione guardavamo i mille assalti che sgretolavano quel muro, una discussione serale a casa mia con Vittorio Foa. Il grande intellettuale e dirigente del movimento operaio manifestava tutto il suo ottimismo: il muro era finalmente crollato, e per quella breccia sarebbe passata – attraverso la partecipazione delle popolazioni – la conquista e l’affermazione della democrazia. Insomma, il vecchio sogno dell’antifascismo, quel che aveva preparato in Europa le costruzioni democratiche, sarebbe tornato a camminare nel mondo. Non mi riuscì di essere d’accordo con il grande vecchio. Sebbene allora mi legasse a lui, oltre che la stima e il rispetto di sempre, anche l’amicizia. Glielo dissi e ne discutemmo aspramente. Naturalmente non rivendico nessuna preveggenza.

La caduta del muro, che mi coinvolgeva emotivamente – partecipe di una speranza che animava quella manifestazione di popolo – non mi convinceva invece sul terreno politico. O almeno, non mi sembrò aggiungesse alcunché a quello che sapevamo del socialismo reale dei paesi dell’est dell’Unione Sovietica. Per molti di noi era stata Praga a segnare lo spartiacque. A Praga i massi di un Muro erano già rovinati tutti da una parte. La non riformabilità del sistema si era manifestata in tutta la sua evidenza. Da lì in poi, l’impero non avrebbe potuto far altro che sgretolarsi. In discussione era ormai soltanto la modalità della sua fine. Riconosco che non è poco, ma per ciò che aveva annunciato e per un tempo perseguito la Rivoluzione d’Ottobre, era comunque troppo poco. Da lì era difficile che tornasse a spirare il vento della democrazia.

Ma anche a Occidente non c’era ragione di essere così speranzosi. L’ascesa del conflitto di classe mostrava già i sintomi di una sua crescente difficoltà. Per quel che riguarda il caso italiano, da noi il biennio ’68-‘69 era durato molto più a lungo, ma già alla fine degli anni Settanta, di fronte all’aut-aut proposto dal livello dello scontro, il movimento non era riuscito a vincere e si era esposto alla controffensiva dell’avversario. Avevamo già alle spalle la sconfitta della Fiat e quella sulla scala mobile. L’incertezza e l’ambiguità delle risposte del Partito comunista e del sindacato di fronte a questi fattori di crisi diventarono evidenti.

Dopo i revisionismi di sinistra che avevano animato gli anni Sessanta e Settanta, per la prima volta la sinistra italiana era investita da un robusto revisionismo di destra. Nel mondo, le destre tornavano a vincere. Negli Stati Uniti di Reagan come nella Gran Bretagna della Thatcher. In ogni caso, era ben lontano dal mio sguardo, seppure critico, la previsione del disastro del nostro tempo: un tempo in cui la democrazia è letteralmente soffocata. Per una astuzia della storia, quell’Unione Sovietica che imprigionava al suo interno le domande di democrazia, di libertà e di uguaglianza che la sua nascita aveva promesso, aveva pur sempre contribuito a far sì che il processo per la loro conquista avanzasse fuori dal suo recinto, con la costruzione di quello che è stato chiamato “il compromesso sociale e democratico europeo.” Sotto i colpi di piccone contro il muro di Berlino cadde il mito del paese del socialismo. Per quanto fosse ormai sfigurato, non cambia questa percezione della realtà. Si è trattato di un esito storicamente necessario. E non è colpa del piccone se noi, a 25 anni dai suoi colpi, ci troviamo ad essere orfani.

S’intende, non orfani dell’Unione Sovietica e della cortina di ferro, ma orfani di quell’idea di uguaglianza che nel mondo si affermò a partire dall’Ottobre. Certo, era vissuta assai prima – non solo lontana nel tempo ma anche vicina alla Rivoluzione del ‘17, dalla Comune di Parigi alla Repubblica di Weimar – ma nel ‘17 spiccò il volo diventando protagonista di quello che Hobsbawm ha chiamato «il secolo breve». Quel piccone è del tutto innocente. C’è chi già prima ma almeno da lì avrebbe dovuto reinventare una storia di liberazione e non l’ha fatto, perdendo le diverse occasioni che pure si sono presentate e che almeno ora, dopo una sconfitta epocale e la fine del ciclo di una storia, dovrebbe ricominciare a creare, daccapo.

novembre 2014

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