Una interlocuzione a distanza…

culture,letture&ascolti&visioni,uscire dalla politica 11 novembre 2014 | 0 Comments

Jaar, abbiamo amato tanto la rivoluzioneUna interlocuzione a distanza

Invio due lettere di un scambio epistolare tra Delfina, una maestra di famiglia contadina che vive in Val Maira Provincia di Cuneo), e Totò, un napoletano che ha fatto il militare a Cuneo, dove ha frequentato per un anno il gruppo giovanile di cui lei faceva parte. Commentano la crisi, economica, politica e ambientale, dal punto di vista nientemeno che della decrescita. Le pubblico, dai primi di settembre, ogni lunedì sul sito www.decrescitafelice.it.       Sono testi un po’ lunghi ma vale la pena dedicarci un po’ di tempo.

Gianni Marchetto

Napoli, 4 ottobre 2014

Cara Delfina,

la Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza approvata dal Consiglio dei Ministri il 30 settembre su proposta dal premier Renzi e del suo Ministro del Tesoro, l’economista con curriculum internazionale Pier Carlo Padoan, contiene un’ammissione che potrebbe sembrare clamorosa, anche se in realtà è solo una conferma di quanto ogni persona normodotata aveva già ripetutamente constatato: tra il 2006 e il 2013 le previsioni di crescita formulate dal Ministero del Tesoro per l’anno successivo a quello in corso sono state sempre sovrastimate, e non di poco: in media del 2,2 per cento. Più di quanto non siano state sopravvalutate nello stesso periodo da tutti gli altri istituti di ricerca, nazionali e internazionali, che auscultano ansiosamente ogni minimo battito cardiaco del sistema economico: Bankitalia, Istat, Confindustria, Ocse e chi più ne ha più ne metta.

Come mai? Tre sono le interpretazioni possibili.

La prima è che gli economisti e gli statistici siano incompetenti. Tutti e totalmente incompetenti. Oddio, le loro facce non sono delle più sveglie. Più che facce sembrano maschere della commedia dell’arte. Ma resta il sospetto che a Roma si esprime con la domanda: «ce fai o ce sei»? Se «ce sei», è meglio che ti limiti a fare danni a casa tua, ma se non arrivi a capirlo da solo dovrebbe esserci qualcuno incaricato di accompagnarti con dolcezza, ma con fermezza alla porta. Macché. Li fanno girare da un’istituzione all’altra, a fare le stesse diagnosi sbagliate e a prescrivere le stesse terapie sbagliate con un cappello diverso.

Se, invece, «ce fai», stai consapevolmente imbrogliando la popolazione per far credere che le tue terapie per curare la crisi siano efficaci e stiano dando risultati positivi, che l’economia riparte, anzi è già ripartita e si vede la luce in fondo al tunnel, per cui vi abbiamo fatti neri, continuiamo a farvi neri, però le previsioni dimostrano che ne valeva la pena (vostra). Guido Tabellini, l’ex rettore della Bocconi, la principale fucina in cui li plasmano in Italia prima di completare la cottura negli Stati Uniti, assunto come consulente dall’attuale premier, l’ha detto con chiarezza il 17 agosto: bisogna

abbassare i salari anche sotto i minimi contrattuali e abbassare le tasse alle imprese, che potranno così diventare più competitive a livello internazionale. Togliere i soldi ai poveri per darli ai ricchi, per consentire ai ricchi di diventare più ricchi vendendo all’estero i loro prodotti, per cui chi se ne frega se in conseguenza della diminuzione dei salari venderanno di meno sul mercato interno. In pratica, bisogna abolire l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per eliminare le norme che tutelano dai licenziamenti senza giusta causa e incentivare le aziende multinazionali a fare investimenti in Italia, andando in giro per il mondo a raccontare che il nostro paese ha cambiato verso, i sindacati non contano più e la crescita finalmente sta ripartendo, come documentano tutte le previsioni. E invece no. Anche questa volta non è ripartita, ma sta ripartendo e si vede la luce in fondo al tunnel, come documentano tutte le previsioni. La stessa solfa ripetuta senza variazioni per otto anni di seguito, durante i quali sono cambiate solo le maschere della commedia dell’arte che la ripetevano con le stesse parole. In confronto Pulcinella e Arlecchino sono dei dilettanti.

Naturalmente si può prendere in considerazione una terza ipotesi, quella del mix tra il «ce sei» e il «ce fai». In questo caso, dal momento che è osservabile una costante coincidenza temporale tra gli annunci delle previsioni di crescita e l’aggravamento di tutti i fattori di crisi (diminuzione del Pil e della produzione industriale, aumento del tasso di disoccupazione generale e giovanile, aumento dello spread tra i buoni del tesoro italiani e i bund tedeschi, crollo della Borsa, diminuzione della vendita di automobili), si può ragionevolmente dedurre che i previsori, ovvero gli economisti, gli statistici, i ministri del Tesoro, i ministri del Lavoro, i primi ministri e, più in generale, i governi che si sono succeduti dal 2006 a oggi, portino sfiga, per cui ogni volta che quelli in carica dicono che si vede la luce in fondo al tunnel non ci resta che pregare San Gennaro e prendere in mano un cornetto.

Dopo otto anni di questa solfa, finalmente è arrivato l’outing: abbiamo sempre sopravvalutato le previsioni. Forse cominciano a rendersi conto che la loro credibilità è arrivata al livello di quel ragazzo che a forza di burlare i vicini gridando «al lupo! al lupo!» quando il lupo non c’era, non fu creduto quando lo gridò perché c’era davvero e fu lasciato da solo col lupo che lo sbranava. O forse cominciano a rendersi conto che le misure tradizionali di politica economica, le uniche che riescono a concepire, non sono in grado di rilanciare la crescita, l’unica prospettiva che rientra nel loro breve orizzonte mentale. A non capirlo è rimasto solo lo spianatutti, che non essendosi accorto del 41 per cento degli elettori che non è andato a votare, confonde il 41 per cento dei votanti per lui col 41 per cento gli aventi diritto al voto, per cui col 24 per cento effettivo dei consensi si crede onnipotente. Certo, ha asfaltato i secondi, che, altrettanto convinti della propria onnipotenza, erano sicuri di arrivare primi e si sono fermati alla metà dei suoi voti. Ha asfaltato gli avversari interni, caricando sul suo carro gli opportunisti che prima erano contro di lui e lasciando a piedi in mezzo alla strada quelli che non gli interessava far salire. Tenterà di asfaltare i sindacati che si oppongono ai suoi tentativi di far pagare ai lavoratori i costi delle misure con cui i suoi consiglieri economici pensano di rilanciare la crescita. Ma le cause oggettive della crisi non sono così facili da asfaltare come le imbarazzanti mediocrità dei suoi concorrenti politici, più preoccupati dei propri privilegi che del bene comune. Hanno la durezza dei fatti e da otto anni resistono a tutti i tentativi di rimuoverle. Davanti al rodomonte che proclamava di abbatterle come birilli, una al mese, non hanno fatto una piega. Le sue panzane non le hanno nemmeno scalfite. Ottanta euro in più in busta paga sotto forma di detrazione fiscale, ha proclamato con l’aria soddisfatta del guitto che a una fiera di paese, oplà, svela un coup de theatre davanti agli spettatori attoniti aspettandosi un lungo ohhhhh. Ma se si trovano in busta paga sotto forma di detrazione fiscale, ammesso che vengano spesi e facciano crescere la domanda delle famiglie, di certo fanno diminuire della stessa cifra la spesa pubblica.

Come si può pensare che in questo modo possano aumentare i consumi? E infatti non sono aumentati. Hai sentito fare questa banale constatazione da qualche economista, o dai rivali politici del venghino, signori verghino, non ve lo do per quattro, non ve lo do per tre, ve lo regalo? Se non l’hanno fatta loro, si poteva pensare che la facessero i beneficiari del gruzzolo a un mese dalle elezioni che lo avrebbero fatto sentire onnipotente? E in base a quale principio d’equità ne sono stati esclusi i percettori di un reddito annuo inferiore agli 8.000 Euro e i disoccupati, che ne avrebbero avuto più bisogno? Lo stesso principio di equità in base al quale dice di voler abolire le tutele che l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori garantisce agli occupati a tempo indeterminato per equipararli ai precari che non le hanno? Non sarebbe più equo estendere ai precari le tutele degli occupati?

Mi fermo qui, cara Delfina, perché tutto il resto che vorrei ricordarti in proposito l’ho elencato in un pro-memoria, che ti accludo, sull’andamento della crisi economica dal giorno in cui l’asfaltatore è diventato primo ministro e sugli esiti delle misure di politica economica che ha adottato con l’aiuto del suo fido scudiero (o tutore?) al Ministero del Tesoro.

Un abbraccio tuo Totò

Breve storia della crisi durante il governo guidato dal loquace Matteo Renzi, incaricato di formare l’esecutivo dal perspicace Giorgio Napolitano.

  • Il 22 febbraio 2014 entra in carica il governo guidato da Matteo Renzi.
  • Il 12 marzo, dopo due giorni di votazioni, la Camera dei Deputati approva in prima lettura la nuova legge elettorale Italicum. Numerose polemiche per la sostanziale identità con il Porcellum (abnorme premio di maggioranza, elevate soglie di sbarramento, mancata introduzione delle preferenze). Il Consiglio dei Ministri vara un decreto-legge sui contratti a termine e un disegno di legge delega sul lavoro denominato Jobs Act. In conferenza stampa il presidente del Consiglio annuncia «la svolta buona»: 100 giorni di lotta durissima per cambiare, nel mese di aprile la pubblica amministrazione, nel mese di maggio il fisco, nel mese di giugno la giustizia. Annuncia inoltre una riduzione del carico fiscale di 80 euro al mese ai lavoratori dipendenti e assimilati con un reddito netto compreso tra gli 8 e i 24 mila euro all’anno.
  • L’8 aprile il Consiglio dei ministri approva il relativo decreto-legge e il Documento di economia e finanza, che prevede un incremento del PIL dello 0,8 per cento nell’anno in corso (il governo Letta aveva previsto l’1 per cento) e dell’1,3 per cento nel 2015. Nonostante la crescita, si prevede anche un aumento del tasso di disoccupazione al 12,8 per cento. In conferenza stampa il premier afferma: «Questo è un documento molto serio e molto rigoroso. Credo che dobbiamo alla storia anche personale di Padoan il rispetto che si deve a previsioni che io ho definito rigorose, lui mi ha corretto con serie». E, riferendosi al fatto che la crescita presunta è inferiore rispetto alla previsione del precedente governo, aggiunge: «Spero sarò smentito in positivo. Chi tra voi immaginava di poter utilizzare questa occasione per dire ‘ma guarda i numeri sono ballerini’, si scontra con un dato di fatto. E cioè che diamo numeri seri».
  • L’8 maggio, nel corso di un convegno alla Luiss il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, dichiara: «La fase peggiore della crisi economica è finita, ora si tratta di ricostruire».
  • Il 16 maggio, l’Istat comunica che nel primo trimestre dell’anno il Pil italiano è tornato a scendere, anche se di un marginale -0,1 per cento rispetto al trimestre precedente, ma del -0,5 su base annua, vanificando le aspettative su una ripresa ormai imminente. «Non mi faccio facili illusioni quando il Pil è +0,1 per cento, non mi deprimo quando, come oggi, è -0,1 per cento. Valuteremo con grande attenzione i dati Istat che sicuramente non ci fanno piacere, commenta il premier Matteo Renzi, che si dichiara in ogni caso «molto fiducioso, ottimista» sull’economia italiana, perché, ancora una volta, «i numeri sono molto incoraggianti».
  • Dal 22 al 25 maggio si svolgono le elezioni europee, in cui il PD ottiene il 40,8 per cento dei voti, il doppio del risultato elettorale ottenuto dal secondo partito, il Movimento 5 stelle. Ma la percentuale dei votanti è appena del 58,68 per cento, per cui il consenso reale è del 24 per cento degli elettori.
  • Il 4 giugno Confindustria rende noto che mentre i volumi della produzione industriale mondiale tra il 2000 e il 2013 sono cresciuti del 36 per cento, il nostro paese è «in netta controtendenza» con una riduzione del 25,5 per cento. Dall’inizio della crisi sono state chiuse 100.000 aziende e si è perso un milione di posti di lavoro. Nella graduatoria dei maggiori paesi industrializzati l’Italia è stata superata dal Brasile ed è scesa dal settimo all’ottavo posto.
  • Il 28 giugno si registra il flop del bonus giovani del precedente governo Letta: solo 22.000 assunti, invece dei 200.000 che erano stati previsti stanziando lo scorso agosto 800 milioni di euro. [Risposta alla domanda del 26 giugno 2013: sembrerà strano, ma un’azienda che non ha ordini in portafoglio non viene incentivata ad assumere da una riduzione delle tasse sulle nuove assunzioni.]
  • A conferma di quanto dichiarato dal presidente del Consiglio nella conferenza stampa dell’8 aprile sulle previsioni rigorose e i numeri seri, sfuma definitivamente l’incremento del Pil del +0,8 per cento previsto dal DEF per il 2014 e, a fortiori, la speranza di una smentita in positivo. Secondo l’Istat la crescita sarà dello 0 per cento. È diminuita anche l’inflazione, perché i consumi non sono cresciuti nonostante il bonus di 80 euro stanziato dal governo. Bankitalia e Confindustria valutano che l’effetto espansivo è stato praticamente nullo (+0,2 per cento sui consumi, +0,1 per cento sul Pil nel biennio 2014-2015) e confermano i dati Istat sulla stagnazione. Tuttavia prevedono, tanto per cambiare, che in futuro il Pil crescerà anche più di quanto precedentemente previsto, questa volta dell’1,3 per cento nel 2015, contro l’1 per cento stimato a gennaio.
  • Il 30 giugno l’Istat conferma che il Pil nel primo trimestre 2014 è diminuito dello 0,1 per cento rispetto al periodo precedente e dello 0,5 per cento su base annua. L’economia è tornata a scendere dopo il +0,1 per cento congiunturale dell’ultimo trimestre 2013. Il tasso di disoccupazione a maggio raggiunge il 12,6 per cento, con un aumento di 0,1 punti percentuali rispetto ad aprile e di 0,5 punti nei dodici mesi. Rispetto al massimo storico del 12,7 per cento raggiunto a gennaio e febbraio, l’Istituto mette in evidenza un leggero miglioramento. Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni è stabile al 43 per cento: in calo di 0,3 punti percentuali su aprile, ma in crescita di 4,2 punti su base annua. In termini assoluti i disoccupati sono 3.222.000, gli occupati 22.300.000 (61.000 meno dello scorso maggio).
  • Non riuscendo i governi in nessun modo a far ripartire la crescita, l’istituto di statistica dell’Unione europea elabora una revisione del sistema di calcolo del Pil (Sec 2010) introducendo tra le attività che concorrono a definirne l’ammontare: i servizi della prostituzione, il contrabbando di alcol e tabacco, il traffico di droga. Su questa revisione Matteo Renzi fonda la speranza di una ripartenza col botto dopo le vacanze estive, come dice allusivamente ai mass media. Invano il 23 giugno l’ufficio studi di Bankitalia aveva provato a frenare gli entusiasmi prevedendo che il ricalcolo «Avrà di sicuro un effetto sui livelli assoluti del Pil, ma non sul tasso di variazione. La dinamica congiunturale resta quella». L’arma segreta, che più volte ha fatto prefigurare alla fantasia del premier una sorpresa positiva nell’ultimo trimestre dell’anno, potrebbe rivelarsi spuntata.
  • Il 1 agosto l’infaticabile Presidente del Consiglio illustra in conferenza stampa le linee guida di un decreto legge battezzato Sblocca Italia, destinato, nelle sue intenzioni, a facilitare l’esecuzione di grandi opere pubbliche non ancora avviate, opere edili e infrastrutture, snellendo le procedure e sottraendo agli enti locali ogni potere decisionale in merito.
  • Il 6 agosto l’Istat comunica che nel secondo trimestre il prodotto interno lordo italiano è calato dello 0,2 per cento. Poiché nel primo trimestre la diminuzione era stata dello 0,1 per cento, l’Italia è di nuovo in recessione, dopo esserne uscita solo alla fine del 2013. La variazione del Pil acquisita per il 2014, cioè quella che si avrebbe se fino a fine anno non ci fossero variazioni, è pari al -0,3 per cento e costituisce il livello più basso registrato negli ultimi 14 anni.
  • Anche Germania e Francia oscillano tra calo del Pil e stagnazione. Il Pil tedesco diminuisce per la prima volta dal 2012, facendo registrare un -0,2 per cento nel secondo trimestre rispetto al primo. Il dato è peggiore delle attese che indicavano una possibile flessione del -0,1 per cento. In Francia l’economia non ha avuto incrementi per due trimestri consecutivi. Le attese erano di un incremento dello 0,1 per cento. Crescita 0 per tutta l’area euro nel secondo trimestre.
  • Le successive smentite delle sue previsioni rigorose e dei suoi numeri seri, inducono il ministro Padoan a dire: «Il Pil non basta più, il benessere dei cittadini ha più dimensioni». [Versione aggiornata della favola della volpe e l’uva: dopo aver posto a fine della politica economica la crescita del Pil, non esserci riuscito e dubitando di riuscirci in futuro, il ministro s’accorge che non è così importante.] Il guaio è che la diminuzione del Pil farà salire il rapporto deficit/Pil a un livello più alto rispetto al 2,6 per cento che il governo aveva inserito cinque mesi prima nel Documento di economia e finanza. Quindi non sarà possibile aumentare il debito per sostenere la crescita. A complicare le cose ci si mette anche la deflazione. Alla fine d’agosto l’indice dei prezzi al consumo misurato dall’Istat segna un calo dello 0,1 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Non accadeva dal 1959, però allora l’economia era in forte espansione e la variazione dei prezzi al ribasso avvenne in una fase di tassi negativi durata sette mesi e non sette anni. Gli 80 euro in più nelle buste paga non sono serviti a rilanciare la domanda, ma l’evidenza non impedisce al premier di sostenere che gli effetti espansivi si vedranno in futuro.
  • Il 29 agosto Il Consiglio dei Ministri approva il decreto legge Sblocca Italia
  • A metà settembre l’Istat presenta i valori del Pil degli anni precedenti, ricalcolati col nuovo sistema che include le attività illegali. E, finalmente, senza che sia cambiato nulla nell’economia reale, il Pil cresce. Nel 2011 risulta di 1.638,9 e non di 1.579,9 miliardi di euro come precedentemente indicato, con un incremento di 59 miliardi, pari al 3,7 per cento. Ma il rapporto deficit/Pil è migliorato molto meno delle aspettative: solo di 0,2 punti, scendendo dal 3,7 al 3,5 per cento. Nei due anni successivi gli incrementi apportati al Pil dalle attività illegali non riducono le variazioni percentuali sull’anno precedente: nel 2012 la diminuzione sul 2011 scende dal -2,4 al -2,3 per cento, nel 2013 rimane invariata al -1,9 per cento sul 2012.
  • Tornando alla dura realtà del presente, le previsioni dell’Ocse valutano che il Pil italiano nel 2014 farà registrare una flessione più alta del previsto, raggiungendo il -0,4 per cento, invece del +0,5 per cento che aveva previsto a maggio e del +0,8 per cento previsto dai calcoli seri del governo.
  • Di ritorno dal G20 in Australia, il 24 settembre il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan dice in un’intervista: «Per definizione una crescita nominale così bassa, data da crescita reale negativa [come dire, per fare un esempio che non c’entra niente, che un minus habens ha un’intelligenza reale negativa] e inflazione molto bassa, è un problema in più per la dinamica del debito. Se la crescita nominale fosse più in linea con gli obiettivi della Bce, l’Italia vivrebbe su un pilota automatico. Il nostro surplus strutturale al netto degli interessi, più tassi d’interesse ragionevolmente bassi sul debito e una crescita nominale superiore al 2 per cento, sommando un po’ di crescita reale e un po’ di inflazione, darebbero risultati chiari: il debito sarebbe in calo a velocità più che soddisfacente». [«Se mio nonno avesse avuto le ruote sarebbe stato un tram» era più facile da capire e più efficace, ma non l’ha inventata un economista, per di più con esperienza internazionale].
  • A settembre i prezzi al consumo si riducono di un ulteriore 0,1 per cento. Nella fascia d’età dai 15 ai 24 anni il tasso dei disoccupati sale al 44,2 per cento (+1 per cento sul mese precedente, +3,6 per cento su base annua). Secondo l’Istat il Pil dovrebbe registrare una nuova flessione anche nel terzo trimestre. Il governo rivede le stime di crescita dell’economia: dal +0,8 al -0,3 per cento nel 2014, ma, tranquilli, nel 2015 risalirà, un po’ meno del previsto, ma risalirà: dello 0,6 anziché dell’1,3 per cento. Il rapporto tra deficit e Pil sarà al 3 per cento nel 2014, la soglia limite prevista dagli accordi europei, e al 2,9 per cento nel 2015.

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Canosio, 11 ottobre 2014

Caro Totò,

sul Fatto Quotidiano on line del 6 ottobre è stato pubblicato un trafiletto che riportava un intervento del capo del personale della Volkswagen, Horst Neumann, sul giornale tedesco Sueddeutsche Zeitung, a cui non è stato dato molto risalto dalla stampa italiana, anche se, a mio parere, spiega le cause della crisi in modo chiarissimo e non paragonabile alle fumose analisi con cui cercano di rimbambirci gli economisti italiani. Tipo questa dichiarazione rilasciata dal ministro del Tesoro, Pier Carlo Padoan, lo scorso 24 settembre, al ritorno dall’Australia, dove aveva partecipato al G20: «Per definizione una crescita nominale così bassa, data da crescita reale negativa e inflazione molto bassa, è un problema in più per la dinamica del debito. Se la crescita nominale fosse più in linea con gli obiettivi della Bce, l’Italia vivrebbe su un pilota automatico. Il nostro surplus strutturale al netto degli interessi, più tassi d’interesse ragionevolmente bassi sul debito e una crescita nominale superiore al 2 per cento, sommando un po’ di crescita reale e un po’ di inflazione, darebbero risultati chiari: il debito sarebbe in calo a velocità più che soddisfacente».

A partire dalla definizione di crescita negativa, che è un’assurdità logica (a chi salterebbe in mente, per fare due esempi, di definire gioventù negativa la vecchiaia, o intelligenza negativa l’incapacità di capire?), sarebbe stato quasi impossibile esprimersi in maniera più contorta per dire alla fin fine un concetto che la saggezza popolare ha espresso con la frase: «se mio nonno avesse avuto le ruote sarebbe stato un tram». Che è più efficace e meno inutilmente complicata, ma non è stata inventata da un economista, per di più con esperienza a livello internazionale.

Il capo del personale della Volkswagen è stato, invece, di una semplicità disarmante. Ha detto che nei prossimi anni andranno in pensione 32.000 dipendenti, ma non potranno essere rimpiazzati da nuovi assunti perché la concorrenza internazionale non lo consente. Nell’industria automobilistica tedesca il costo del lavoro è superiore a 40 euro all’ora, mentre nell’Europa dell’est è di 11 euro e in Cina di 10. In queste condizioni l’unica possibilità per rimanere competitivi è la sostituzione degli operai con robot, che attualmente per lo svolgimento dei lavori ripetitivi hanno un costo orario di 5 euro, destinato ad abbassarsi in conseguenza dell’evoluzione tecnologica del settore.

La domanda che sorge spontanea a questo punto è: ma i robot comprano anche le automobili che contribuiscono a produrre? Hanno bisogno di cibo e vestiti? Di una casa, di un letto e delle coperte? Vanno al cinema o in vacanza al mare? Mandano i figli a scuola? Non ci vuole molto a dedurre che la sostituzione delle operaie e degli operai con macchine che producono di più e costano di meno, comporta un aumento dell’offerta e una diminuzione della domanda di merci. E questa è la causa della crisi iniziata nel 2008, che secondo l’attuale ministro del Tesoro ha comportato una riduzione del Pil superiore alla quella causata dalla grande depressione del 29. Una crisi da cui non si riesce a venir fuori, né ci si riuscirà, se si continuerà a pensare che il fine dell’economia sia la crescita della produzione di merci e la globalizzazione sia una cosa buona. Il fatto è che i due fenomeni sono inscindibili: le economie dei paesi industrializzati non possono continuare a crescere se non cresce il numero dei produttori e dei consumatori di merci al di fuori dei loro confini, se non possono continuare a rifornirsi al di fuori dei loro confini delle quantità crescenti di materie prime e di fonti fossili di cui hanno bisogno, se non possono vendere quantità crescenti dei loro prodotti al di fuori dei loro confini. Ovvero, se il modo di produzione industriale non si estende a percentuali sempre maggiori della popolazione mondiale. Ciò implica il coinvolgimento nelle dinamiche del mercato globale di paesi in cui costi e tutele dei lavoratori sono inferiori. Senza globalizzazione le economie dei paesi di più antica industrializzazione non crescono, ma la globalizzazione le mette in crisi. Per sostenere la concorrenza internazionale, questi paesi hanno tre possibilità: sostituire i lavoratori con macchine aumentando la disoccupazione, trasferire le proprie aziende nei paesi in cui il costo del lavoro è più basso, ridurre il costo e le tutele dei lavoratori nei propri paesi. In tutti e tre i casi, le condizioni di vita dei loro popoli sono destinate a peggiorare e la domanda interna a diminuire. È per questo che le loro economie sono entrate in crisi e non riescono a venirne fuori.

In questo contesto si comprende l’ostinazione con cui l’ex presidente del Consiglio Monti e la sua ministra Fornero si sono impegnati per abolire le norme dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che ostacolavano i licenziamenti senza giusta causa, riuscendoci però solo in parte. E si comprende perché con determinazione ancora maggiore ci si stia impegnando l’attuale presidente del Consiglio Renzi e perché Monti vede una continuità tra il suo governo e quello di Renzi, a cui riconosce una maggiore abilità politica. Ma si comprende anche perché, nonostante la riduzione delle tutele dei lavoratori, il nostro paese non è uscito dalla crisi, il Pil ha continuato a diminuire, la disoccupazione e la precarietà hanno continuato a crescere. Se questi sono i risultati che si ottengono, mi domando che senso abbia indirizzare i progressi tecnologici ad accrescere la produttività e ridurre l’incidenza del lavoro umano sul valore aggiunto. Io credo non si sia capito che la fase storica iniziata 250 anni fa con la rivoluzione industriale è arrivata al capolinea e le misure di politica economica che fino ad ora sono riuscite a riavviare la crescita nei periodi di crisi, non funzionano più. Per uscire da questa situazione che peggiora ogni anno, occorre rendersi conto delle differenze tra questa crisi e tutte le altre che l’hanno preceduta e domandarsi se non sia arrivato il momento di rimettere in discussione il dogma della crescita.

Come fanno a non capirlo degli specialisti laureati col massimo dei voti, che hanno conseguito più di un master nelle migliori università degli Stati Uniti, hanno girato il mondo e ricoperto incarichi della massima importanza? Almeno così sembra a me, che vengo da una famiglia contadina, ho solo il diploma di maestra e non mi sono mai allontanata dai luoghi in cui sono nata. Qualche viaggio l’ho fatto, anche all’estero, ma sono sempre tornata in questo angolo di mondo appartato, dove ho le mie radici e sono sepolti i miei vecchi. Mi viene da pensare che ci sia una verità misconosciuta nella frase di Gesù riportata nel Vangelo di Matteo, 11, 25-26: hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli scaltri e le hai rivelate ai semplici. Probabilmente i sapienti e gli scaltri non hanno mai usato un flessibile, riparato le ruote di una bicicletta, vangato un orto, piantato dei pomodori. Non sono in grado di fare nient’altro che comprare tutto ciò di cui hanno bisogno e per questo, ma non solo per questo, adorano il denaro, confondono benessere con tantoavere, pensano che tutto abbia un prezzo e che i problemi economici si possano risolvere con la politica monetaria e fiscale, togliendo denaro con le tasse a chi ne ha di meno e girandolo con gli incentivi a chi ne ha di più.

Che senso ha produrre sempre di più se per produrre sempre di più occorre aumentare la precarietà, ridurre le tutele dei lavoratori e il numero degli occupati, peggiorare le condizioni di vita individuali di un numero sempre più ampio di persone e rendere sempre più conflittuali i rapporti sociali? Per non parlare delle guerre per il controllo delle risorse e dei danni ambientali causati dall’aumento dei consumi e delle emissioni inquinanti. Ma il fine del lavoro non è il miglioramento delle condizioni di vita degli esseri umani? Anche a me sembra, come dici tu, che qui siano asciti tutti pazzi. Non sarebbe ora di cancellare dalle nostre teste che lo scopo dell’economia sia la crescita, o lo sviluppo, che non è un obiettivo diverso come si vorrebbe far credere, ma solo, scusami per quello che sto per dire, la definizione paracula della crescita? Non sarebbe ora di finirla di pensare che la via d’uscita dalla crisi sia un fantomatico nuovo modello di sviluppo, di cui tanti parlano perché fa fine ma non significa niente, o la crescita qualitativa, che è un tentativo di rivalutare un concetto quantitativo con una generica connotazione di qualità non consentita dalla sua natura? Non sarebbe ora di liberare le attività produttive dalla finalizzazione a qualsiasi tipo di crescita, o sviluppo che dir si voglia, ristabilendo che il loro scopo è il miglioramento della qualità della vita attraverso il lavoro, come è sempre stato dalla notte dei tempi? Élemire Zolla (anche se sono solo una maestra, leggo forse di più di certi sapienti che hanno fatto il master negli Stati Uniti) riteneva che i danni provocati dal modo di produzione industriale potessero essere riparati solo una recessione ben temperata, Nicholas Geogescu Roegen da una trasformazione dell’economia in bioeconomia, Ivan Illich dal recupero della convivialità e delle culture vernacolari, il Movimento per la decrescita felice da innovazioni tecnologiche finalizzate a realizzare una decrescita selettiva della produzione di merci che non sono beni, dall’autoproduzione di beni e da relazioni fondate sul dono e la reciprocità. Questi sono gli elementi che possono liberare il lavoro dalle catene della mercificazione e della crescita, riportandolo alla sua funzione di migliorare le condizioni di vita della specie umana.

Le scelte esistenziali che abbiamo fatto con le nostre famiglie sono come la goccia d’acqua che il colibrì, nell’apologo caro a Pierre Rabhi, porta nel suo minuscolo becco per contrastare l’incendio divampato nella foresta. Serviranno a poco, ma ci fanno star bene, non solo con la nostra coscienza, ma anche nella nostra vita quotidiana, a differenza di chi si affanna dalla mattina alla sera e vive in modi devastanti per avere sempre più soldi per comprare sempre più cose da buttare sempre più in fretta. Per fortuna non siamo i soli ad andare in direzione ostinata e contraria a questa corrente, perché la follia della crescita non è riuscita, nonostante il suo impegno, a contagiare tutti

Un abbraccio Delfina

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