“Costi quel che costi, non indosseremo la divisa”. La protesta di 50 giovani israeliani

bastaguerre!,Biellesi per Palestina libera 11 Marzo 2014 | 0 Comments

“Costi quel che costi, non indosseremo la divisa”

Intervista. Cinquanta “shministim, ragazzi delle scuole medie superiori israeliane, scrivono una lettera al premier Benyamin Netanyahu per affermare il rifiuto di far parte di un “Esercito dell’occupazione” e per chiedere la fine dell’influenza delle Forze Armate sulla società. Parla la 17enne Dafna Rothstein Landman

Costi quel che costi, non indos­se­remo la divisa. I sol­dati israe­liani, pro­te­stano 50 “shmi­ni­stim”, «vio­lano diritti umani e com­piono azioni che il diritto inter­na­zio­nale con­si­dera cri­mini di guerra. Ci oppo­niamo all’occupazione dei Ter­ri­tori palestinesi…ad ese­cu­zioni mirate, costru­zioni di inse­dia­menti colo­nici, arre­sti ammi­ni­stra­tivi, tor­ture, puni­zioni col­let­tive». E’ una scelta e allo stesso tempo un pesante atto di accusa che que­ste decine di ragazzi delle scuole medie supe­riori israe­liane, hanno scritto in una let­tera spe­dita al pre­mier Benya­min Neta­nyahu. «Ci rifiu­tiamo di abban­do­nare i nostri prin­cipi come con­di­zione per essere accet­tati nella società», affer­mano, rivol­gendo agli israe­liani l’invito «a ricon­si­de­rare la loro posi­zione in merito all’occupazione , l’esercito e il ruolo dei mili­tari nella società civile». Sot­to­li­neano i mali che indi­vi­duano nella società israe­liana: «raz­zi­smo, vio­lenza, discri­mi­na­zioni etni­che». Pochi hanno accolto con favore la scelta di que­sti ado­le­scenti. I siti web israe­liani che hanno ripor­tato l’annuncio abbon­dano di rim­pro­veri e insulti. Qual­cuno invita que­sti ragazzi a lasciare Israele, a tra­sfe­rirsi altrove. Loro, nono­stante la gio­va­nis­sima età, non demor­dono e avver­tono che nuove firme si stanno aggiun­gendo i primi cin­quanta nomi. Sono con­sa­pe­voli di essere il gruppo più nume­roso di “refu­se­nik” ad uscire tutti insieme allo sco­perto da quando, a cavallo tra il 2001 e il 2002, cen­ti­naia di riser­vi­sti israe­liani, uffi­ciali e sol­dati, pro­cla­ma­rono il loro “rifiuto”. La loro pro­te­sta coin­cide con la mani­fe­sta­zione di massa tenuta qual­che giorno fa a Geru­sa­lemme da cen­ti­naia di migliaia di ebrei orto­dossi con­tro la leva, che anche per loro, pro­prio in que­sti giorni, dovrebbe diven­tare obbli­ga­to­ria con il via libera della Knes­set alla legge voluta dal governo. Ieri a Tel Aviv abbiamo incon­trato Dafna Roth­stein Land­man, 17enne por­ta­voce dei gio­va­nis­sini obiet­tori di coscienza.

 

Quando avete deciso di scri­vere que­sta let­tera, indi­riz­zata a Neta­nyahu ma di fatto rivolta a tutti gli israe­liani?
E’ una idea che parte da lon­tano. La scorsa estate abbiamo comin­ciato a discu­tere del ser­vi­zio mili­tare che ci attende dopo la scuola. Qual­cuno aveva già rice­vuto il tele­gramma di con­vo­ca­zione da parte delle Forze Armate. Cosa fac­ciamo? Ci chie­de­vamo sem­pre più di fre­quente. Que­sto inter­ro­ga­tivo nei mesi suc­ces­sivi si è allar­gato a ragazzi di altre scuole e tanti hanno rispo­sto, in modo espli­cito, di non essere dispo­sti a far parte di un eser­cito che com­pie cri­mini con­tro un popolo sotto occu­pa­zione (i pale­sti­nesi, ndr). Altri sono andati oltre affer­mando il rifiuto totale del ser­vi­zio di leva e del suo ruolo nella costru­zione della società israeliana.

 

Un dibat­tito impor­tante per una società come quella israe­liana che con­si­dera l’Esercito il suo pila­stro.
Senza dub­bio e va ancora avanti, pro­prio per­chè l’obiettivo è quello di coin­vol­gere un numero cre­scente di nostri coe­ta­nei. Nono­stante le rea­zioni con­tra­rie che affron­te­remo molto pre­sto. La nostra let­tera è troppo recente e sino ad oggi abbiamo regi­strato rispo­ste solo sul web e non da parte delle isti­tu­zioni o dell’ufficio di Neta­nyahu. Sap­piamo già che dal primo mini­stro non avremo com­menti al nostro appello, pre­fe­rirà igno­rarci, men­tre ci aspet­tiamo pre­sto le rea­zioni di una parte con­si­stente del mondo politico.

 

Rea­zioni che vi pre­oc­cu­pano?
No per­chè siamo deter­mi­nati e con­vinti delle posi­zioni che abbiamo espresso in quel docu­mento che ha due punti fon­da­men­tali. Il primo è il rifiuto dell’occupazione (dei Ter­ri­tori pale­sti­nesi) e di ciò che com­mette l’esercito con­tro i pale­sti­nesi. Il secondo, altret­tanto cen­trale, è il rifiuto della pesante influenza delle Forze Armate nella società israe­liana. Fac­cio un esem­pio. Un ragazzo israe­liano a 16–17 anni, men­tre si avvi­cina la fine della scuola, non discute con amici e com­pa­gni di classe di cosa vor­rebbe stu­diare all’università o di come intende costruire la sua for­ma­zione verso il mondo del lavoro. Parla invece del ser­vi­zio di leva, del mondo mili­tare, pensa e agi­sce in modo com­ple­ta­mente diverso da un ragazzo di un altro posto del mondo. La pres­sione dell’Esercito sui gio­vani israe­liani è enorme, oltre a con­di­zio­nare tutta la società.

 

Qual­cuno di voi è mai stato nei Ter­ri­tori occu­pati?
Sì, tanti tra quelli che hanno fir­mato il docu­mento sono stati in Cisgior­da­nia. Anche io, diverse volte.

 

Cosa ti ha col­pito di più, quale situa­zione ha con­tri­buito di più ad orien­tare la scelta che hai fatto di rifiu­tare il ser­vi­zio di leva.
Credo che per me sia stato molto impor­tante par­te­ci­pare alle mani­fe­sta­zioni (nei Ter­ri­tori occu­pati) a soste­gno delle comu­nità pale­sti­nesi minac­ciate dalla costru­zione del Muro. In quell’occasione ha potuto vedere di per­sona cosa ha signi­fi­cato per i pale­sti­nesi e la loro vita la rea­liz­za­zione di que­sto gigan­te­sco pro­getto dell’occupazione. E ho anche visto la rispo­sta bru­tale e vio­lenta dell’Esercito alle pro­te­ste dei pale­sti­nesi. Quando vai nei vil­laggi e cono­sci le per­sone, parli con loro, vedi cosa sof­frono, allora capi­sci che non sono cre­di­bili le noti­zie che la sera ascolti dalla tele­vi­sione e com­prendi di aver avuto la pos­si­bi­lità di capire la realtà dell’occupazione, senza più fil­tri e omis­sioni. A quel punto chi vede, chi sa è chia­mato a sce­gliere, deve deci­dere. E noi abbiamo deciso, abbiamo fatto la nostra scelta. Ed esor­tiamo i nostri coe­ta­nei, tutti gli israe­liani, a riflet­tere, a ripen­sare a un modello di vita e di com­por­ta­mento. Lo fac­ciamo per met­tere fine all’occupazione e all’oppressione dei pale­sti­nesi e per costruire una società israe­liana com­ple­ta­mente diversa da quella attuale.

il manifesto, 11/3/2014

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