Un dibattito (a Casale Monferrato) sui “beni comuni”, liberalizzazioni e privatizzazioni

beni comuni,movimenti&reti 3 Agosto 2011 | 0 Comments

…mi permetto di pubblicare tracce di un dibattito apertosi a Casale Monferrato sui “beni comuni”, liberalizzazioni e privatizzazioni. Interessante, al di là delle schermaglie, e occasione di una riflessione importante che delinea due posizioni diverse capaci di caratterizzare le politiche economiche del dopo Berlusconi.

Senza alcuna pretesa, varrebbe la pena di avviare ovunque questa riflessione potrebbe essere lo strumento utile per trasformare, a settembre, le esperienze dei Comitati di scopo in un unico comitato per i beni comuni.

marco 

UNA LETTERA APERTA AI MILITANTI DEL PD CASALESE E AL COMITATO CASALESE PER I BENI COMUNI

Senti che bel vento. E’ questo lo slogan che campeggiava sui manifesti affissi dal PD dopo l’affermazione dei quesiti referendari. Un giusto giubilo mi son detto, anche perché ho pensato, con la mia innata ingenuità, che la parola raccogliesse non solo l’occasione di una “botta” al governo Berlusconi, ma anche il portato, il sentire generalizzato di un elettorato sempre più critico verso gli assunti liberisti.

Da semplice militante ho partecipato a Casale ai molti banchetti del comitato referendario (ora giustamente trasformato in comitato per i beni comuni) e ho registrato con favore, benché fosse confluita solo nell’ultimo periodo, la presenza di militanti del PD: un promettente allargamento della coscienza e della lotta per il “comune”, mi son detto. Siccome ho l’inveterata abitudine di “dare al meglio” le posizioni di tutti, persino quelle degli avversari politici, oggi intendo porre qualche domanda a quei militanti a seguito di ciò che sta accadendo in queste ora durante la drammatica discussione largamente bipartisan della manovra finanziaria nazionale.

I fatti: alcuni potenti settori del PD di diversa connotazione interna stanno chiedendo e ottenendo dal Governo una forte accelerazione della politica delle privatizzazioni. A esser messe sul mercato non saranno solo ENI, ENEL o Finmeccanica, ma anche le municipalizzate, senza toccare l’acqua perché forse pare brutto. In relazione al patto di stabilità i Comuni che venderanno per primi saranno premiati, chi vorrà resistere sarà penalizzato. L’operazione è attuata, con ogni evidenza, attraverso la completa sparizione del risultato di uno dei due referendum sui servizi ed è dimentica del fatto che per una misura similare abbiamo già pagato una salata sanzione a Bruxelles.

La concitata discussione parlamentare di queste ore sta dunque mettendo a punto il preciso rovesciamento dello spirito referendario e non so se e in che modo si potranno manifestare reazioni sufficientemente consistenti per fermare questa ennesima deriva verso il sommamente ideologico adagio : la gestione dei servizi, del “comune” è resa efficiente solo dal privato.

Ecco allora le domande ai militanti del PD che hanno attraversato in qualche modo la stagione referendaria. Pensate che il tema del “comune”, di una proprietà altra tra privato e Stato, sia una strada da percorrere di fronte a un’economia che sempre di più vuole estrarre valore (rendita) dall’appropriazione e dalla mercificazione di sfere decisive per il singolo e per la vita associata? Pensate che la sperimentazione dei beni comuni possa aiutare la crescita della libertà politica intesa come reale possibilità del cittadino di partecipare e contare nelle decisioni che disegnano i processi sociali? Credete o no che la recente vittoria dei referendum sull’acqua non possa essere relegata a uno snodo simbolico e che invece debba essere produttrice di un allargamento della sfera del “comune” fuori dal mercato? Le decisioni che alcuni settori del vostro partito stanno sostenendo con l’accordo governativo sono tese a disporre “on the market” anche, per fare alcuni esempi lampanti, il trasporto pubblico locale, i rifiuti, le farmacie comunali. Non sono forse anche questi servizi assimilabili alla revisione possibile della teoria e della pratica dei beni comuni? Infine: non credete che disattendere sostanzialmente e platealmente il risultato referendario sia anche politicamente dannoso e controproducente? In questi ultimi e travagliati mesi abbiamo assistito (creduto di assistere ?) a una promettente riconversione su due fronti. Da una parte i movimenti hanno provato a immettere nella loro azione una certa dose di “politica”, connettendo i diversi temi (beni comuni, nucleare, ecc.) in un orizzonte antiliberista in maturazione. Dall’altra è parso che anche la politica, pure in un sistema bipolare con l’orticaria per i rivolgimenti sociali, avesse riconosciuto, “socializzandosi”, il valore del lavoro sociale senza pretendere di sequestrare totalmente la rappresentanza. Non credete che tradire lo spirito referendario significhi ora condannare al fallimento questa “doppia possibile rinascita”? Che devono pensare gli elettori che vedono il loro voto così calpestato? Perché consegnare nuova e sempre maggiore linfa all’antipolitica, a movimenti populistico estremisti o, peggio, a gruppi della destra estrema.

Uno degli elementi più potenti che alimentano la disaffezione alla politica da anni è la crescente distanza tra il dire e il fare. Se ancora oggi siamo disponibili a far vincere la cosiddetta responsabilità strumentale, è perché riteniamo giusto o comunque praticabile l’atteggiamento di chi, prima di decidere politicamente, tiene accuratamente separati fatti e valori. Che ne pensate, cari militanti casalesi del PD?

Naturalmente non è a me che dovete risposte. Forse qualcuna la dovreste sostanziare dentro un rapporto di massa o almeno dentro la rete di relazioni che il Comitato casalese per i beni comuni garantisce. Quel che è certo è che “il bel vento” è già finito e temo ci si debba attrezzare per contrastare una allucinata “bonaccia” degna dei migliori film di Herzog.

Torino 14 luglio 2011

Alberto Deambrogio, Rifondazione Comunista – Federazione della Sinistra

La vice coordinatrice cittadina Cristina Bargero: ‘Stupisce che Rifondazione difenda gli ordini professionali e gli extra profitti dei farmacisti…’ 

A distanza di poche ore dalla lettera aperta di Alberto Deambrogio ai militanti casalesi del Pd, su un presunto tradimento dello spirito dei referendum, il Partito Democratico replica all’attacco, tutto interno alla sinistra, dell’esponente di Rifondazione Comunista.

“Liberalizzare non significa privatizzare – spiega Cristina Bargero, vice coordinatrice della sezione cittadina del Pd – e mi stupisce che invece di attaccare la manovra economica del governo di centro destra Rifondazione preferisca prendersela con il Pd. E ancora più sorprendente è che Rifondazione si schieri a difesa degli ordini professionali e degli extra profitti dei farmacisti”.

“Da parte di Rifondazione Comunista – inizia così l’intervento di Cristina Bargero – mi sarei aspettata un attacco al governo di centro-destra, che, in un momento drammatico per la tenuta del nostro paese, sta varando una manovra economica, che, con l’introduzione dei ticket sanitari, di tagli lineari sulle detrazioni Irpef e di una serie di altre misure inique, colpisce solo i ceti medio-bassi”.

“E, invece – prosegue –, scopro che è tutta colpa del Pd, reo di aver suggerito interventi di liberalizzazione di alcuni settori dell’economia, che, senza incidere sulle tasche dei cittadini, avrebbero potuto dare un minimo di ripresa al nostro paese. Si trattava dell’abolizione degli ordini professionali (avvocati ecc), della liberalizzazione della vendita di tutti i medicinali per i cittadini, ampliando le attività consentite alle parafarmacie ecc, ossia di portare a termine le lenzuolate che il segretario Bersani, da  ministro dell’Economia del governo Prodi, aveva intrapreso contro interessi corporativi, a difesa dei cittadini”.

“Niente paura: il governo su tale fronte ha fatto una rapida retromarcia, dietro le pressioni degli avvocati presenti in Parlamento. Quel che stupisce, però, è che Rifondazione si schieri a difesa degli ordini professionali, degli extra-profitti dei farmacisti. Le farmacie comunali non c’entrano un fico secco. E poi, a me pare, che non costituiscano un bene comune”.

“Sui servizi pubblici, è tempo di sfatare qualche mito. Per prima cosa, liberalizzare non significa privatizzare, ma semplicemente aprire il mercato alla concorrenza.  In secondo luogo, spesso gli enti decidono di vendere parte delle loro quote nelle aziende di pubblica utilità (le società miste pubblico-private sono anche caldeggiate dalla Commissione Europea), mantenendone comunque il controllo. Se i Comuni ritengono di vendere quote delle proprie aziende per finanziare la spesa sociale o chiudere i buchi delle strade, non c’è nulla di scandaloso. Anche gli asili nido, le mense scolastiche, i servizi per gli anziani sono beni comuni”.

“Già da tempo  alcuni servizi pubblici sono gestiti da aziende non a proprietà pubblica: ad esempio, la maggior parte delle imprese che effettuano servizi extraurbani di trasporto pubblico locale sono da sempre private e si aggiudicano il servizio dopo aver vinto una gara. Un po’ di concorrenza, per quanto riguarda il servizio ferroviario, togliendo la posizione di monopolio a Trenitalia (posseduta al 100% dal Ministero del Tesoro), magari farebbe bene ai pendolari, che troverebbero treni più puntuali e puliti”.

“Per quel che riguarda la liberalizzazione del gas, separando l’operatore della rete di trasporto del gas naturale e degli stoccaggi da quello dominante (Eni, società quotata in borsa), sarebbe possibile creare maggiore concorrenza nel mercato e far diminuire il peso della bolletta del gas”.
“Insomma, io non vedo incoerenza tra i 4 SI al referendum – e ora non mi sento in dovere di ribadire il perché dei 4 SI del Pd- e  la proposta organica, precisa e  seria, che il mio partito fa sulle liberalizzazioni e che invito a leggere  sul sito http://beta.partitodemocratico.it/liberalizzazioni.

“Soffia il vento, infuria la bufera, scarpe rotte eppur bisogna andar…”: così  il Pd sta andando avanti  in un paese attraversato dalla bufera, con proposte che partono dalla consapevolezza della necessità di tornare a crescere, in un contesto in cui i conti pubblici non sono  illimitati”.
“Il Pd si candida ad esser alternativa di governo seria e responsabile, senza demagogia e senza raccontare favole, perché di incantatori questo paese ne ha già avuto abbastanza”.

Torino 18 luglio 2011

In merito alla recente risposta dell’esponente del PD casalese Cristina Bargero alla mia lettera aperta su privatizzazioni e beni comuni desidero puntualizzare, come ultimo contributo a una discussione che spero si allarghi , quanto segue:

1) Lo slogan “Liberalizzare non significa privatizzare” usato da Bargero non c’entra assolutamente niente: è il refrain, imparato a memoria, di un disco rotto. Il PD ha dato la corsia preferenziale alla Camere dell’iter del DL del governo Berlusconi in cambio di due- tre emendamenti, uno dei quali consiste nell’inserire tra i comuni virtuosi, e comunque non penalizzati nei trasferimenti di fondi dallo Stato, quelli che cederanno quote dei pacchetti azionari DELLE SPA LOCALI AI PRIVATI. A Berlusconi e ai suoi non era neanche passata per il cervello una norma così sgangherata dopo i risultati referendari! Anzi, il Decreto Ronchi, abrogato, non era così sciagurato perché prevedeva sì una scadenza per il 2013 (presumibilmente procrastinata alla scadenza), ma nessuna sanzione per gli enti locali eventualmente “disobbedienti”…

QUESTO SI CHIAMA PRIVATIZZARE E NON LIBERALIZZARE. Certi slogan vanno bene per il circo Barnum degli studenti di liberismo tramite Bignami.

2) Posto che la tutela della salute, come interesse generale, è concetto uscito dritto dritto dalla Rivoluzione democratica francese, non da quella russa: cioè da chi ha abbattuto la Bastiglia e tagliato la testa a Luigi XIV e al Medio Evo. Probabilmente in molti si può concordare che sia anche un bene comune.     Allora il problema consiste nel come tutelare la salute al meglio e “in progress”, senza tornare indietro. Da questo punto di vista è completamente disinteressante la tutela degli ordini professionali o la loro distruzione. Parliamo della materia sanitaria. E’ utile però per l’interesse generale eliminare il valore legale dei biologi? Chi caverà il sangue, anche cerusici e barbieri? E’ utile per l’interesse generale eliminare il valore legale dei farmacisti? Chi somministra il farmaco e dove? E’ stato un bene il passaggio di farmaci con effetti collaterali serissimi alla vendita parafarmaceutica? In questo manicomio di nazione quanto si spende in farmacoepidemiovigilanza?

Proprio per l’attenuarsi della tutela dell’interesse generale in materia di salute e per l’aumentare della povertà, ormai ufficializzato dall’ISTAT, bisognerebbe anzi aumentare le farmacie pubbliche che devono vendere i farmaci, pochi ninnoli e fare educazione sanitaria. Ma forse per Bargero l’interesse generale non esiste più perché ormai sfumato nel sogno dei Chigago boys di Milton Friedman dove il mondo è tutto fiorellini, liberalizzazioni e gente che sta bene.    Ma quello dei Chigago boys non è un sogno, ma un incubo, è una realizzazione perfetta inveratasi purtroppo qualche anno fa in un noto Paese del Sudamerica.

3) Bargero sostiene “Sui servizi pubblici, è tempo di sfatare qualche mito. Per prima cosa, liberalizzare non significa privatizzare, ma semplicemente aprire il mercato alla concorrenza. In secondo luogo, spesso gli enti decidono di vendere parte delle loro quote nelle aziende di pubblica utilità (le società miste pubblico-private sono anche caldeggiate dalla Commissione Europea), mantenendone comunque il controllo. Se i Comuni ritengono di vendere quote delle proprie aziende per finanziare la spesa sociale o chiudere i buchi delle strade, non c’è nulla di scandaloso. Anche gli asili nido, le mense scolastiche, i servizi per gli anziani sono beni comuni”. Si tratta di affermazioni senza capo né coda, piene di estremismo ideologico. Su privatizzare/liberalizzare si è già detto. C’è un’ affermazione veramente grottesca sul richiamo vacuo a Bruxelles, quando fa comodo. Bargero non richiama sentenze, direttive o regolamenti, europei, ma i “caldeggiamenti” dell’Unione Europea. Siamo al delirio. Il richiamo “all’onda lunga” di craxiana memoria o “allo spirito” di un qualcosa avrebbe più senso: affabulazioni ideologiche pure. E non potrebbe che essere così, in quanto uno dei piloni fondanti dell’Unione europea è il principio di indifferenza sulla proprietà pubblica, privata o mista delle imprese, così come normato in ogni singolo paese! Immaginate cosa succederebbe in Francia se qualcuno obbligasse alcune imprese pubbliche di armamenti a cedere quote azionarie! O che direbbero i tedeschi se a Bruxelles qualcuno imponesse di cedere le piscine comunali pubbliche. O in Olanda cosa accadrebbe se qualcuno avesse in testa di demolire la gestione pubblica e di comunità delle acque nelle zone dei polder! O se qualcuno volesse privatizzare il ciclo delle acque in Svezia o le università agrarie in Portogallo! E poi perché privatizzare la gestione pubblica dell’acqua o del trasporto locale per preservare mense e asili? E’ la logica del famoso film “La scelta di Sophie”, quando la protagonista veniva costretta a scegliere quale dei due figli consegnare agli aguzzini nazisti. Bisogna invece ribaltare la logica: basta regalare soldi al privato a discapito del lavoro e dell’interesse generale. Il che tradotto più esplicitamente significa: basta con il patto di stabilità sancito follemente dopo il Trattato di Maastricht, di cui il custode supremo è la casta parasacerdotale della BCE.

4) Una delle ultime affermazioni ci riporta la delizioso mondo di fiorellini, privatizzazioni e gente felice. “Un po’ di concorrenza, per quanto riguarda il servizio ferroviario, togliendo la posizione di monopolio a Trenitalia (posseduta al 100% dal Ministero del Tesoro), magari farebbe bene ai pendolari, che troverebbero treni più puntuali e puliti”. Evidentemente Bargero non conosce Inghilterra e Galles, i primi posti europei dove la Thatcher inaugurò l’avvento reazionario europeo della reaganomics, in primis con la privatizzazione delle ferrovie. Al di là delle visite turistiche, quanta gente conosce i drammi della vita della working class e degli impiegati di basso livello: tutti pendolari ferroviari inglesi degli ultimi trenta anni? Tariffe da capogiro, assenza di manutenzione delle linee, incidenti, vetture puzzolenti non lavate… Lo sanno che quando, a seguito di decine di morti in incidenti, le società private cominciarono a fare un po’ di manutenzione i bilanci schizzarono e l’ultimo Blair fu costretto ad avviare il processo di ripubblicizzazione delle ferrovie?

5) Da ultimo, qualcuno in casa PD mi sa spiegare perché sono stati drenati dai bilanci di stato dei paesi occidentali centinaia di miliardi di dollari o euro per “salvare” le banche e non si possono tutelare i servizi pubblici locali, costringendoci a scegliere, come Sophie, tra asili e acqua, tra farmacie comunali e ciclo dei rifiuti?

Alberto Deambrogio, Rifondazione Comunista – Federazione della Sinistra

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