Ancora su Pomigliano. Un codice antioperaio, di Fausto Bertinotti

lavori&precarietà,movimenti&reti 22 giugno 2010 | 0 Comments

Forse c’è un dna anche nelle aziende, una sorta di codice genetico che le spinge ad essere quello che sono state. Se fosse così, quello della Fiat sarebbe il dna più organicamente repressivo e autoritario, un codice decisamente antioperaio. Un codice così strutturato che solo una straordinaria mobilitazione dei lavoratori, come è stato negli anni Settanta, e una straordinaria produzione culturale e politica delle loro organizzazioni possono piegare. Pomigliano è l’orribile assolutizzazione del suo codice autoritario di governo della produzione. Negli anni Cinquanta, la Fiat lo perseguì con un sistema di spionaggio sugli operai attraverso le loro schedature (a proposito di privacy), con il reparto-confino e i licenziamenti politici degli iscritti alla Fiom (una vera ossessione per la Fiat il dover avere a che fare con un sindacato dei lavoratori autonomo dall’azienda).
Nel passaggio cruciale dell’80 la Fiat affrontò la ristrutturazione internazionale dell’auto con uno scontro frontale con i sindacati, per mutare la composizione sociale del lavoro, per abbattere il potere di contrattazione in azienda e guadagnare mano libera nel governo dell’impresa. Nei passaggi cruciali la Fiat sceglie una filosofia regressiva dello stesso taylorismo: la fabbrica come universo concentrazionario, un luogo senza democrazia, senza libertà, senza dignità. Il mezzo è coerente con il fine. Questa volta per Pomigliano è ricorsa a un ricatto violento: o mangi questa minestra, quella che io ti preparo, o ti butto dalla finestra. L’onda d’urto è potente; tutto l’ordinamento democratico delle relazioni sociali viene travolto.

Non si salva niente, né la contrattazione aziendale, né il contratto nazionale, né il diritto di sciopero, né la Costituzione. Alcuni giuslavoristi hanno giustamente messo in rilievo lo strappo, a questo proposito, rispetto al diritto di sciopero. Ma c’è una cosa che, più profondamente, colpisce l’intera costruzione costituzionale. Nella Costituzione il lavoro è il fondamento della Repubblica e di una precisa concezione della democrazia, quella per cui deve tendere all’eguaglianza per essere tale. A Pomigliano, al contrario, per avere il lavoro devi rinunciare alla democrazia. Si capisce così il rapporto stringente tra l’attacco della Fiat, per il radicale cambiamento dei rapporti sociali in fabbrica, e la scelta del governo di mettere in discussione la Costituzione assolutizzando la libertà d’impresa per colpire l’intero rapporto sociale.

Pomigliano non è un caso, è un indicatore di tendenza: un segnalatore dell’incendio che sta bruciando i diritti sociali. Perciò è scandaloso che chi denuncia, giustamente, il bavaglio sui diritti di informazione non si affianchi alla Fiom nel denunciare lo strame di diritto quando questo tocca la vita dei lavoratori. Se poi è il sindacato a farlo, allora è puro suicidio. Né può convincere l’atteggiamento di chi, pur onestamente e lucidamente, vede e denuncia l’aggravamento drammatico imposto alla condizione di lavoro e l’abbattimento dei diritti dei lavoratori per poi sostenere però l’impossibilità di sottrarsi al ricatto.

Tener fuori il sindacato dalla corresponsabilità di questa svolta regressiva della civiltà del lavoro, qualsivoglia cosa oggi possano fare i lavoratori ricattati, è essenziale per il loro domani.
Su queste colonne, sono stati individuati, con molta precisione, gli elementi intollerabili di questo diktat che solo un’ipocrisia può definire accordo. C’è però una questione generale su cui bisognerebbe riuscire a investire l’opinione democratica. Quel che la Fiat vuol realizzare è un preciso modello di produzione e di lavoro, un modello che potremmo definire iper-taylorista. In esso non c’è posto per il sindacato perché non c’è posto per la soggettività operaia. Il lavoratore è concepito come un’entità sospesa tra lo scimmione ammaestrato e il robot. I tempi, i modi di lavorazione, l’organizzazione del lavoro sono stabiliti fuori dal controllo del lavoratore, fuori dal suo sapere, dalla sua conoscenza, dalla sua esperienza. Che queste potessero contare è ciò che è stato alla base del famoso «la salute non si vende».

Domani, a Pomigliano, la salute dei lavoratori non si compera neppure più. Se la Fiat deve competere, nelle forme che lei decide, che ci sia o no la salute dei lavoratori conta poco, anzi nulla. E, in effetti, non ci sarà, perché quel lavoro sarà causa diretta di malattia. La Fiat non impara neppure dal dibattito che in Europa si è aperto sui troppi suicidi nei luoghi di lavoro. Le fa scudo la sua pessima tradizione, quella che, con Valletta, divideva i lavoratori in «costruttori e distruttori», per poter licenziare, senza particolari complessi di colpa, questi ultimi. Usando lo stato di necessità, la paura, il ricatto la Fiat pensa di governare mettendo lavoratori contro lavoratori. Ieri fu drammaticamente così nella marcia dei 40mila oggi, farsescamente, trent’anni dopo, ci riprova a Pomigliano. Sempre organizzando le marce con i suoi quadri (quanto odio semina questa Fiat!).

Ma di cosa ha paura la Fiat? Essa ha con sé il governo, un gigantesco apparato di comunicazione pubblica e privata, le organizzazioni padronali e parti significative dei sindacati. Ha contro solo la Fiom, neanche la Cgil. Di che cosa ha paura? Eppure, ha ragione di avere paura.

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