Onorare gli immigrati. di P. Amato, G. Borrelli, G. Di Marco, B. Moroncini, M. Zanardi

migranti,uscire dalla politica 30 gennaio 2010 | 0 Comments

Onorare gli immigrati.   Filosofia Democrazia Razzismo

di Pierandrea Amato, Gianfranco Borrelli, Giuseppe Di Marco, Bruno Moroncini, Maurizio Zanardi

 

La rivolta di Rosarno e la risposta data dal governo portano alla luce, una luce cruda e violenta, una realtà con cui conviviamo da tempo in Italia, ma che ci rifiutiamo di guardare e affrontare democraticamente. Democrazia è oggi una parola logora, ridotta al computo dei risultati elettorali o dei sondaggi, indebolita al punto tale da esistere quasi solo come un rito elettorale in cui non si sceglie nulla, se non di non di essere contati per non contare quasi nulla. Ma proprio la lotta per l’emancipazione degli immigrati può  ridare un senso profondo e un avvenire non miserabile alla cosa che chiamiamo “democrazia”. Forse, proprio gli immigrati, quelli che non contano nulla, che non sono contati da nessun risultato elettorale, e quindi non fanno parte del “gioco” democratico, possono ricordarci e già ci ricordano con la loro ribellione di fronte all’intollerabile che cosa può significare democrazia.

La nuova schiavitù e il razzismo di Stato – ben più micidiale del già micidiale razzismo “privato”, che giunge ormai ad armarsi – sono nudi di fronte a noi. Non solo: è evidente che sugli immigrati si esercita, senza nessun freno, nessuna maschera, in tutta la sua brutalità, una politica che in realtà vale, nascosta da qualche ipocrisia in più, per tutti quei soggetti che non si rassegnano ad accettare dominio e ingiustizia. Su chi viene considerato non-uomo, e quindi indegno di ottenere anche solo uno straccio di motivazione per i provvedimenti che si prendono nei suoi confronti, quella politica appare in tutta la sua verità. La celerità degli sgomberi e delle espulsioni dei “neri” è la risposta al fatto, inaccettabile non solo per chi ci governa ma per gran parte delle forze politiche della cosiddetta opposizione, che gli schiavi hanno osato reagire e ribellarsi alle violenze subite quotidianamente. In verità, c’è da meravigliarsi che non lo abbiano fatto prima. C’è da meravigliarsi che non lo facciano ogni giorno. E se non ci si stupisce della loro capacità di sopportazione è perché li si considera naturalmente disposti a essere dominati e trattati come cose, anzi senza neanche il riguardo che si ha per le cose. Se manifestano la loro umanità di fronte all’inaccettabile, se decidono di “esistere” nei modi che consente loro una situazione di vita al limite della sopravvivenza, ecco alzarsi cori d’indignazione ed ecumenici ripudi della violenza da qualsiasi parte essa provenga. Ma mettere sullo stesso piano qualsiasi violenza non aiuta a capire nulla della realtà delle situazioni e finisce sempre per favorire la violenza degli sfruttatori o dei criminali, di chi esercita un dominio.

Che cosa ha fatto, in fondo, l’intervento dello stato se non realizzare i desideri della criminalità organizzata e degli sfruttatori: allontanare i neri che non obbedivano? Chiedere a chi è trattato come non-uomo – vessato da una violenza quotidiana al di là dell’immaginabile –  di agire con buona forma ed  “educazione”, non solo è un vero e proprio esercizio di idiozia piccolo-borghese, in cui si esercitano mediocri politici, giornalisti e opinionisti, ma anche la dimostrazione che si è disposti a sopportare solo gli immigrati deboli, che suscitano pietà, che dipendono da noi. Ma se solo quegli immigrati dimostrano forza, si presentano come soggetti che non attendono la nostra compassione, ecco l’accusa d’ingratitudine, ossia la colpa di “esistere”. Siamo in un tempo che non ama chi tenta di diventare un soggetto. Si amano le vittime, mute e disperate, remissive, così che si possa parlare al loro posto.

Dopo la strage di Castelvolturno non sì è forse avuto un moto di condanna nei confronti della dura contestazione degl’immigrati e non si è cercato di dimostrare che in fondo si trattava di un regolamento di conti interno alla criminalità, e cioè che quegli immigrati in qualche modo la morte se l’erano meritata? Altri immigrati verranno a sostituire quelli che ora sono stati espulsi – l’economia italiana ha bisogno dello sfruttamento del loro lavoro e delle loro miserabili paghe – ma dovranno sapere, è questo il senso dei provvedimenti adottati, che saranno guai se oseranno tentare di entrare nel mondo degli “uomini”. E ciò varrà non solo per i clandestini ma anche per quelli che hanno il permesso di soggiorno.

Del resto, nel nostro paese gli immigrati non sono colpevoli ancor prima di aver commesso un reato? Non pagano la pena per la colpa di esistere con le infinite prove cui sono sottoposti prima di accedere allo statuto di cittadini a tutti gli effetti? E l’indegna legge che li vuole colpevoli solo perché clandestini, non li ha già condannati ancora prima che abbiano commesso anche il minimo reato? Colpevoli dunque non per ciò che si fa, ma per ciò che si è.

Tutti i partiti italiani hanno tentato di lucrare in questi anni sul tema della paura e della sicurezza. Chi in modo più aggressivo; chi in modo più sfumato. Nessuno se n’è tirato fuori. Ma paura e sicurezza non sono principi politici. Sono, al contrario, principi con i quali la politica e la democrazia – nel senso machiavelliano di lotta del “popolo” contro i “grandi” – sono distrutte. Principi politici sono la libertà e l’uguaglianza.

Oggi bisogna chiedere e lottare per ciò che dal punto di vista politico è il minimo, ma quel minimo che nella nostra situazione sembra “impossibile” da ottenere. È stato un lucido pensatore conservatore come Max Weber a scrivere che la politica deve mirare all’impossibile e tenersi ferma a esso, senza cedere di un millimetro, aggiungiamo noi. L’impossibile nel nostro paese è la regolarizzazione dei lavoratori immigrati, la concessione del voto amministrativo e politico; la drastica diminuzione degli anni richiesti per ottenere la cittadinanza italiana. Ebbene, che si regolarizzino i lavoratori, si cancelli la legge che li condanna in quanto clandestini, si riducano gli anni necessari per ottenere la cittadinanza, si ammetta il voto politico e amministrativo, si separi la possibilità di uscire dal lavoro sommerso dal permesso di soggiorno. Insomma, vogliamo semplicemente il minimo: gli immigrati che vivono in Italia devono poter eleggere i propri rappresentanti politici. Non risolveranno certo in questo modo tutti i loro problemi, ma almeno costringeranno una parte del paese a fare i conti con le loro decisioni.

Nessuna forza politica che si dice democratica, osi ancor farlo se non assume, oggi, il compito di onorare i lavoratori immigrati. In ogni caso, a decidere di un ritorno della politica sarà, anche in Italia, una nuova alleanza e inedite forme organizzative tra immigrati e soggetti impegnati a lottare contro le nuove forme del dominio.

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