Poveri e invisibili nella vita …di Roberto Ciccarelli

[…] leggere i dati sulla povertà pubblicati ieri dall’Istat dal punto di vista del diritto all’abitare e non solo da quello della variazione dei numeri assoluti che, nel 2025, hanno registrato un calo. Da 5,7 milioni di persone incapaci di acquistare beni e servizi essenziali per una vita dignitosa si è passati a 5,4 milioni. Una variazione di 300 mila persone, e di 119mila famiglie in meno, che però non annulla la multidimensionalità della povertà. Essere poveri non significa solo rientrare in una statistica, ma essere impossibilitati da un sistema ad accedere alla casa, al reddito, al welfare e alle cure, oltre che al divenire di una vita umana.

Il calo della povertà può essere stato dovuto al superamento di una soglia di reddito familiare, di solito quantificata in 9.350 euro di Isee. Ciò non implica smettere di essere «poveri», ma solo un aumento contingente di pochi euro che non bastano ad arrivare alla fine del mese, per di più con un’inflazione crescente. A tale proposito l’Istat usa la categoria di «poveri relativi»: persone che hanno un reddito inferiore al 60% del reddito mediano e non possono assicurarsi cibo, casa, riscaldamento, cure mediche. In questa condizione si trovavano oltre 2,8 milioni di famiglie e quasi 8,7 milioni di individui nel 2025. Tra gli operai, ad esempio, l’incidenza della povertà è scesa, ma resta doppia rispetto alla media degli occupati. Pur essendo occupati, il lavoro resta povero. E non basta in una metropoli dove la soglia della povertà è più alta (1.256,37 euro in Lombardia), o in un piccolo comune della Puglia dove la soglia scende a 728,87 euro ma gli stipendi più bassi riassorbono il vantaggio del minor costo della vita.

Anche i figli, bambini e adolescenti, sono colpiti dalla povertà. I minori in povertà sono 1 milione e 136mila, anche se la situazione sembra essere migliorata nella fascia tra i 7 e i 13 anni. Anche loro non hanno smesso di essere poveri. Nelle loro famiglie, quelle più numerose, diminuisce la spesa mensile destinata all’acquisto dei beni essenziali per i figli. Peggio stanno gli stranieri residenti in Italia: oltre 1,5 milioni, quasi uno su tre, è un povero assoluto. In questo caso la povertà non è solo un’«esclusione» sociale, ma diventa un ostacolo diretto all’ottenimento e al rinnovo dei titoli di soggiorno e all’accesso alla cittadinanza.

Povertà non è solo un problema di allineamento dei redditi rispetto al mercato del lavoro, ma è negazione dei diritti fondamentali come l’abitare. Le più colpite sono le famiglie che vivono in affitto (il 28,7%) rispetto a quelle proprietarie (6%). Di conseguenza gli sfratti colpiscono chi non riesce, per necessità, a pagare ogni mese: il 72% degli oltre 37 mila sfratti del 2025 è stato causato dalla morosità.

La povertà resta comunque vicina ai massimi storici del 2024, ha evidenziato la Fondazione Banco Alimentare Ets. I dati sono peggiori rispetto a quelli del 2021, prima che arrivasse il governo Meloni, ha osservato Massimiliano Dona dell’Unione Nazionale Consumatori. Andando più indietro, tranne che per il primo anno del reddito di cittadinanza (2019), la povertà non è mai scesa stabilmente da quando, con la crisi del 2008, è raddoppiata. La sua persistenza si spiega con l’aumento delle crisi – almeno tre da allora.

«Nella legge di bilancio chiediamo interventi strutturali e di lungo periodo su più fronti» sostiene Giorgia D’Errico di Save the Children. «Bisogna aumentare gli alloggi pubblici e gli affitti sostenibili per i redditi più bassi e prevenire gli sfratti dei vulnerabili» incalza l’Alleanza contro la povertà. Queste e altre soluzioni, a cominciare da un’estensione incondizionata di una misura di reddito garantito, sembrano fuori portata per una manovra che cercherà di tagliare l’Irpef ai redditi tra 50 e 60 mila euro o erogherà qualche bonus contro il caro-vita. Sempre che le risorse siano autorizzate dall’Unione Europea

il manifesto, 16 ottobre 2026

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