Quando lo Stato fa l’ignavo l’acciaieria muore …di Elisa Giuliani

Per decenni lo Stato italiano, attraverso governi di orientamento politico diverso, non ha voluto che uno dei più grandi impianti siderurgici d’Europa potesse produrre senza mettere sistematicamente a rischio la salute dei lavoratori e della popolazione. Non si è trattato di incuria o stupidità ma, da una parte, della strutturale assenza di una politica industriale, dall’altra, di arretratezza politca manifesta nella miopia nei confronti delle questioni ambientali, le condizioni del nostro territorio sono lì a dimostrarlo.
A noi pare però che anche il sindacato si sia trovato bloccato nella stessa condizione: incapace di farsi sostenitore dei bisogni economici dei lavoratori insieme alla difesa della loro salute, così come della salute delle famiglie residenti e dell’ambiente della città di Taranto.
Ora il rischio è che lavoatori, cittadini e ambiente paghino un prezzo altissimo. Che fare?

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L’ex-Ilva non è arrivata al collasso perché qualcuno ha deciso improvvisamente di chiudere un’acciaieria in nome della transizione ecologica. C’è arrivata perché per decenni lo Stato italiano, attraverso governi di orientamento politico diverso, non ha voluto che uno dei più grandi impianti siderurgici d’Europa potesse produrre acciaio senza mettere sistematicamente a rischio la salute dei lavoratori e della popolazione.

Nessuno sostiene che il nostro paese non debba avere un’industria siderurgica. Al contrario. Ma proprio per questo avrebbe dovuto investire molto prima e molto più seriamente nella sua sicurezza e nella riduzione delle emissioni. Le conoscenze scientifiche sulla nocività delle emissioni di Taranto risalgono addirittura al 1964.

Eppure, negli anni, la politica ha autorizzato la produzione a condizioni che si sono rivelate presto inadeguate e, quando la magistratura è intervenuta nel 2012, la politica ha parlato di «estremismo giudiziario» e voltato le spalle alla salute dei tarantini. Il messaggio era chiaro: prima la produzione, poi la salute, e i giudici fuori dalla porta.
Su questa narrazione si è costruita la stagione dei sedici decreti «salva Ilva» fino alla censura arrivata anche dall’Europa nel 2024 per l’insufficiente attenzione agli effetti sulla salute. Si è preferito gestire l’emergenza anziché risolverla alla radice, lasciando cadere il piano del commissario Enrico Bondi del 2013, l’unico che avrebbe forse potuto salvare l’Ilva. Ma l’emergenza raramente produce buona politica industriale.

Questa non è dunque una storia di ambientalisti che hanno impedito all’Ilva di produrre. È una storia di mancata prevenzione. Le stesse forze politiche, e talvolta gli stessi commentatori, che oggi denunciano i costi della transizione ecologica hanno contrastato gli strumenti pensati per fare ciò che a Taranto non si è fatto: obbligare le imprese a prevenire e riparare i danni delle proprie attività, mettendo a bilancio i costi per ridurre le emissioni e rendere sicuri gli impianti. Questo prevede la direttiva europea sulla due diligence di sostenibilità. Prima si combattono le regole che evitano il danno, poi si scarica la colpa sul green. Eppure sostenerla e anticiparla ci avrebbe forse risparmiato il rischio di perdere l’industria dell’acciaio.
La transizione ecologica non ha quindi distrutto l’ex-Ilva: è arrivata troppo tardi, dopo decenni di crisi industriale, sanitaria e istituzionale. Chi paga? I costi non sono una fatalità dello sviluppo industriale. Vanno riconosciuti e risarciti ai lavoratori ammalati, alle famiglie delle vittime e a una città che ha vissuto per decenni accanto a uno degli impianti più inquinanti d’Europa.

C’è infine una lezione ancora più generale. Un sistema economico funziona male quando privatizza i profitti e socializza i costi. Funziona peggio ancora quando, una volta prodotti i danni, diventa quasi impossibile recuperare le risorse per ripararli. Lo mostrano le storie di molti altri siti di interesse nazionale mai bonificati.
Per questo la domanda sull’Ilva non dovrebbe essere: «Chi ha fermato l’acciaio italiano?» Dovrebbe essere: perché abbiamo aspettato che fosse la magistratura, dopo che per decenni le conoscenze scientifiche avevano già indicato i rischi, a ricordarci che un impianto davvero così strategico non può reggersi scaricando i propri costi sulla salute dei lavoratori e di un’intera città?

il manifesto, 10 ottobre 2026

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