Nel 1966 i Giganti, un gruppo italiano in voga allora, incidono, in piena Guerra fredda, la canzone La bomba atomica il cui ritornello faceva: «Noi non abbiamo paura della bomba atomica». Una provocazione, una sfida, che arrivava in un momento di tensione tra gli Stati Uniti e l’allora Unione Sovietica e a poco più di vent’anni dallo sganciamento della bomba atomica sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki da parte degli Stati Uniti che causò la morte, stimata, tra le 150 mila e le 220 mila persone.
Oggi, a 60 anni da quella canzone, abbiamo ancora paura della bomba atomica? Molto probabilmente più di allora viste le guerre in atto e chi governa alcuni degli stati che la possiedono. La bomba atomica è lì, pronta. A ricordarcelo è il rapporto Sipri Yearbook 2026 redatto dall’Istituto internazionale indipendente di ricerca sulla pace di Stoccolma che ci indica che sul totale delle scorte mondiali in armi nucleari, stimate nel 2026 in 12.187 testate, circa 9.745 fanno parte di quelle pronte per un eventuale impiego. A detenerle sono nove stati: Russia (4.400), Stati Uniti (3.700), Cina (620), Francia (290), Gran Bretagna (225), India (190), Pakistan (170), Israele (90), Corea del Nord (60).
È quindi facile comprendere che ci stiamo muovendo su una polveriera. Su questo pericolo concreto per l’umanità ha scritto un saggio Carlo Rovelli – fisico e membro dell’Istituto universitario di Francia e dell’Accademia internazionale di filosofia delle scienze – dal titolo La cattiva coscienza dei fisici (Solferino, euro 15,50) raccontando la storia della bomba atomica «concentrandosi su eventi meno noti, ma illuminanti per comprendere il presente»
“Dobbiamo liberarci dalle armi nucleari Usa in Italia”. Intervista a Carlo Rovelli
