Gaza. Un tranello infame? …di Bruno Guglielminotti

E’ stato raccontato a lungo il massacro, compiuto dai combattenti di Hamas, tra i giovani partecipanti a un rave party tenutosi in Israele, quasi al confine con la Striscia di Gaza, il 7 ottobre del 2023: un’atroce vendetta contro il governo dei sionisti, l’area di coloro i quali, in nome del mito del “popolo eletto”,  hanno politicizzato una religione secondo canoni conservatori e reazionari che si propongono ostinatamente la conquista dell’agognata “terra promessa”: l’intera Palestina, un solo Stato.

Si è sottolineato che, in quel giorno, i Palestinesi furono così abili da prendere di sorpresa i servizi segreti israeliani, un’intelligence famosa per le azioni spettacolari operate in tutto il mondo. Un’autentica beffa che ha sorpreso tutti, suscitando molte perplessità in quanto è parso impossibile che tale organismo elitarionon si sia accorto di quanto stava avvenendo a pochi chilometri di distanza dal confine. Era infatti da tempo che i combattenti di Hamas stavano preparando un attacco in forze, con esercitazioni spettacoli, grandi mezzi e tanti uomini, anche operando dall’alto con l’utilizzo di deltaplani. Conseguentemente è qui che nasce e serpeggia tra i molti critici di Netanyahu un sospetto tragico, che trova ragione d’essere in una domanda: siamo certi che i servizi segreti non abbiano invece informato adeguatamente il governo della grave minaccia incombente? Se lo fecero furono costretti a tacere,  affrontando la gogna e il ridicolo in nome della superiore ragion di stato.

Sarebbe stato infatti necessario che il governo israeliano prendesse tempo, consapevole di non poter intraprendere un’azione preventiva, come sperimentato con successo in passato, senza suscitare la riprovazione dell’opinione pubblica mondiale. Ed è qui che alcuni osservatori azzardarono un’ipotesi esplicativa che parve assurda: Netanyahu avrebbe ritenuto di fare ricorso a un pretesto, uno eclatante tanto da costituire la “ragione necessaria” in grado di legittimare la conseguente reazione israeliana. E questo, sempre secondo l’opinione di questi critici, se lo trovarono bell’e pronto: il rave party di migliaia di giovani israeliani, organizzato a soli cinque chilometri dal confine. La reazione di Hamas fu quella attesa: la strage che seguì fu il costo da pagare per gli Israeliani,  e le sue dimensioni furono ben maggiori del previsto.  

Allora ci si chiede: com’è possibile condividere questa ricostruzione dei fatti, che hanno portato alla successiva guerra distruttiva a Gaza, drammaticamente simile a un olocausto? Come si può anche solo sospettare che menti umane alla guida di un Paese civile possano aver voluto trasformare cinicamente tanti suoi giovani in altrettante vittime sacrificali da immolare sull’altare della costruzione della “Grande Israele?”. Perché realizzare la “riappropriazione” della vaticinata terra promessa profanando, com’è avvenuto e sta avvenendo tuttora, quella, altrettanto sacra, dei Palestinesi?

Qual è la verità? Lo dirà la storia, che ha tempi lunghi, ma difficilmente sbaglia.

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