Il parlamento turco ha trasformato in legge ciò che fino a poco più di un anno fa sembrava politicamente impensabile. Il 10 agosto è stato approvato il primo vero quadro legislativo costruito attorno alla dissoluzione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, il Pkk, e alla fine di oltre quarant’anni di conflitto armato.
La legge rientra nel processo di pace tra la Turchia e il Pkk, iniziato nel febbraio 2025, quando Abdullah Öcalan, fondatore del partito e detenuto dal 1999 sull’isola di Imralı, aveva chiesto all’organizzazione di deporre le armi e sciogliersi. La nuova normativa consente a migliaia di membri del Pkk di beneficiare, a determinate condizioni, della sospensione delle pene, del rinvio dei procedimenti o della futura archiviazione dei casi. Restano esclusi i condannati per omicidio volontario e alcuni detenuti all’ergastolo. Tra questi c’è lo stesso Öcalan.
Il Pkk ha accolto la legge come un «inizio», ma molte questioni restano fuori: la riforma della legislazione antiterrorismo, le garanzie per l’attività politica di chi è stato detenuto, i diritti linguistici e culturali dei curdi, il ruolo delle amministrazioni locali e soprattutto lo status di Öcalan, considerato dal movimento una condizione centrale per portare avanti il processo. Il 2 agosto Öcalan lo ha sintetizzato con una metafora: «Un viaggio di mille chilometri comincia con un passo».
Ma limitare quanto accade alla sola Turchia rischia di far perdere una delle dimensioni più importanti del processo. Per Ankara la questione riguarda l’intero spazio politico curdo della regione. È qui che entra in gioco il Rojava, meglio noto come Amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est, Aanes. Il modello politico sviluppato nell’Aanes è stato profondamente influenzato dalle idee di Öcalan: comuni locali, consigli, copresidenze uomo-donna, organizzazioni femminili e un sistema politico che rivendica esplicitamente una forma di autonomia democratica senza chiedere la creazione di uno Stato curdo indipendente.
La Turchia considera però le unità di autodifesa Ypg e Ypj e le principali strutture militari curde siriane parte dello stesso spazio politico del Pkk. Le Sdf (Forze democratiche siriane) respingono questa accusa e già nel febbraio 2025 il loro comandante Mazloum Abdi aveva dichiarato che l’appello di Öcalan al disarmo del Pkk non li riguardava.
Gli eventi del 2026 hanno cambiato drasticamente i rapporti di forza. Dopo l’avanzata delle forze della nuova Damasco di Al-Sharaa nel nord-est, le Sdf e il governo siriano hanno raggiunto un accordo per integrare progressivamente strutture militari e amministrative nell’apparato statale. L’intesa prevede l’ingresso di forze del ministero dell’interno a Hasakah e Qamishli, l’integrazione delle istituzioni dell’amministrazione autonoma e una nuova struttura militare che dovrebbe comprendere anche brigate provenienti dalle Sdf. Sono previste inoltre garanzie sui diritti civili ed educativi dei curdi e sul ritorno degli sfollati. È proprio qui che il processo turco e quello siriano iniziano a sovrapporsi.
Erdogan ha dichiarato esplicitamente che l’accordo tra Damasco e Sdf ha alleviato la pressione sul negoziato interno con il Pkk. Ankara può dunque immaginare un nuovo assetto regionale nel quale il Pkk cessa di esistere come organizzazione armata autonoma, le strutture curde siriane vengono integrate nello Stato siriano e il movimento politico curdo in Turchia trova spazio nelle istituzioni.
Ma gli avvenimenti di questi giorni mostrano quanto questo equilibrio resti fragile. Il 10 agosto il ritorno delle famiglie curde sfollate a Serêkaniyê è stato sospeso dopo le aggressioni contro il primo gruppo di persone rientrate. Gli episodi hanno provocato proteste a Hasakah e Qamishli e nuove tensioni con le forze di sicurezza siriane. È questa ambiguità a rendere la legge turca storica e, allo stesso tempo, incompleta.
Per Ankara può rappresentare la conclusione di un’insurrezione attraverso il disarmo del Pkk e l’integrazione dei suoi membri nello Stato; per Öcalan e buona parte del movimento curdo può essere l’inizio della trasformazione della lotta armata in una lotta politica, con l’obiettivo di portare avanti il confederalismo democratico attraverso le istituzioni, i comuni e la rappresentanza parlamentare; per l’opposizione nazionalista può essere una pericolosa legittimazione del Pkk. Per i critici di Erdogan può rappresentare un’operazione di ingegneria politica interna e regionale, capace di neutralizzare il conflitto armato e rafforzare Ankara in Siria e Iraq.
Nessuna di queste interpretazioni, da sola, riesce a spiegare completamente ciò che sta accadendo. Il fatto decisivo è forse un altro: per la prima volta dopo decenni, il centro del confronto si sta spostando dalle montagne e dalle operazioni militari alle istituzioni e alla definizione stessa di cittadinanza e democrazia. Il Pkk ha accettato di mettere in discussione lo strumento che per quarant’anni ha costituito il principale elemento del proprio potere negoziale: le armi. Ankara dovrà ora dimostrare che ciò che viene dopo non si limita alla scomparsa di quell’organizzazione
il manifesto, 19 agosto 2026
