Per capire cosa accade a Spin Time non basta guardare all’emergenza delle ultime settimane. Bisogna guardare alla storia di quel palazzo e, soprattutto, a ciò che in tredici anni è stato prodotto al suo interno e intorno ad esso. Perché Spin Time non è mai stato soltanto un immobile occupato: è il risultato di un processo attraverso cui un edificio è stato restituito all’uso pubblico che gli era stato sottratto.
Raccontare Spin Time soltanto come una delle tante occupazioni abitative significa infatti perdere ciò che ha reso questa esperienza particolare. Il palazzo è stato una casa per centinaia di persone, di circa 27 nazionalità differenti, ma anche teatro, osteria popolare, falegnameria, sede di sportelli e realtà culturali, costruzione di reti territoriali e nazionali.
Nel 2016, durante uno sciopero della fame a seguito della lista sgomberi dell’allora delibera Tronca, Spin Time si è definito un «cantiere di rigenerazione urbana», assumendo l’apertura al territorio non come una concessione, ma come una nuova modalità di lotta. La casa è rimasta centrale, ma l’apertura di quel cancello si è fatta strategia politica concreta, trasformando Spin Time in uno spazio di servizi e welfare comunitario rivolto all’intera città.
Anche per questo la scelta di InvestiRE di interrompere la trattativa dimostra qualcosa di più di quello che ha detto il sindaco Gualtieri, quando ha parlato di una decisione che mostra di «non avere un cuore». Dimostra che i fondi immobiliari sono tutt’altro che soggetti neutrali: anche quando si presentano come semplici strumenti di gestione economica del patrimonio, fanno scelte che sono profondamente politiche.
Il Comune aveva proposto acquisto e accordo ponte per la messa in sicurezza, ma InvestiRE ha rifiutato. Una scelta che appare tanto più significativa se la si legge insieme alle posizioni assunte in queste settimane da Fratelli d’Italia, che ha rivendicato pubblicamente il ripristino della «legalità». Non ci sono elementi per sostenere che il partito abbia determinato direttamente la decisione del fondo, è però evidente una convergenza nel considerare intollerabile la possibilità che quell’esperienza venga riconosciuta e diventi un precedente. E se c’è una cosa che ci insegna questa storia, è che una determinata idea di proprietà e di città può finire per prevalere persino su una soluzione economicamente e amministrativamente praticabile.
Dopo l’incendio, le soluzioni abitative temporanee sono necessarie e gli abitanti le stanno accettando. Ma una casa non è soltanto un tetto. Dopo tredici anni, spostare una persona significa intervenire sulle relazioni costruite nel tempo e sulle reti di cura e mutuo aiuto. Per questo la rivendicazione della territorialità di queste settimane non è un elemento aggiuntivo, né un capriccio: è parte integrante della lotta di Spin Time fin dall’inizio della sua storia.
È qui che si comprende perché il ritorno nel palazzo continui a essere centrale. Non si tratta semplicemente di difendere un edificio. Un edificio può essere comprato, venduto, ristrutturato, trasformato. A Spin Time le due dimensioni sono diventate inseparabili: il palazzo ha prodotto relazioni perché è stato abitato; quelle relazioni hanno trasformato il significato stesso del palazzo.
La richiesta di acquisto pubblico può quindi sembrare distante dal linguaggio tradizionale del conflitto per il diritto all’abitare. In realtà è una richiesta che Spin Time porta avanti da molti anni: riportare quell’immobile alla disponibilità pubblica e impedire che un patrimonio con una storia e una funzione sociale così rilevanti venga sottratto alla città. L’acquisto, quindi, non è il punto in cui la radicalità finisce. È uno degli strumenti attraverso cui oggi si può provare a raggiungere un obiettivo che radicale lo è eccome: fare in modo che quel palazzo torni a essere un bene pubblico e che le persone possano tornare a viverci.
Si tratta di tenere insieme l’esigenza di garantire una casa e quella di impedire che la comunità venga dispersa. La radicalità infatti non coincide necessariamente con la scelta dello strumento più duro disponibile: una politica radicale è quella che prova ad arrivare alla radice del problema. E la radice, nel caso di Spin Time, non è soltanto chi possiede un immobile. È il modo in cui una città decide che cosa fare del proprio patrimonio, chi ha diritto a viverci, quali forme di vita considera legittime e quali invece è disposta a spostare, separare e disperdere.
La battaglia per tornare nel palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme non è quindi soltanto la battaglia per salvare Spin Time. È la battaglia per affermare che un’esperienza costruita dal basso possa avere un valore pubblico. E che la città possa riconoscere come patrimonio proprio anche ciò che è nato fuori dai percorsi istituzionali
il manifesto, 20 agosto 2026
