Il filo rosso della repressione …di Iain Chambers

In tutta Europa, il sistema giudiziario è diventato un’arma per tutelare la narrazione dei cosiddetti «valori» occidentali. La pratica si estende dal sostegno all’attività genocida di Israele, all’immaginifica vittoria contro la Russia nelle steppe ucraine e al presunto hooliganismo della gioventù nostrana.

Nel Regno unito, le procedure legali vengono manipolate per sottrarre prove alla giuria, mentre la parola dei difensori viene limitata e le proteste vengono trasformate in terrorismo. Qui, in Italia, accanto al migrante, la gioventù urbana viene elevata a capro espiatorio in un panico morale che sente l’odio violento che arriva dalle periferie e l’intenzione di questi giovani di voler pisciare sulle metropoli (per citare due recenti testi significativi sull’argomento).
Questo accanimento della gioventù in rivolta sarebbe da sistemare in una spirale di sbigottimento legato al presunto antisemitismo e alla parallela orchestrazione dell’islamofobia e, soprattutto, alla questione migratoria.
Le sottoculture maschili di ieri – ricordate i Teddy Boys, i Mods, i Punk e la gioventù nera con i loro stili e comportamenti «anti-britannici» – ci portano ai Maranza di oggi. La combinazione di musica giovanile, stili spettacolari di vestirsi e il razzismo che incontra da parte di coloro che vogliono punire il mettere in dubbio l’identità nazionale tradizionale viene elevata a demone popolare o cosiddetto folk devil. Così si è trovata la chiave per spiegare la crisi della società contemporanea e lanciare un panico morale.
Dentro questa cortina di fumo, qualsiasi critica alla situazione reale viene sottratta dalle analisi storiche e strutturali. La politica viene ridotta a uno spettacolo di poteri che rispondono soltanto a sé stessi. Vengono approvate leggi sempre più restrittive in nome della sicurezza. Ma la sicurezza di chi?

Stiamo assistendo alla trasformazione di un autoritarismo emergente in un regime repressivo, orchestrato attraverso panici morali interni contro i migranti e le «baby gang», mentre si prepara a difendere i «valori» dell’Occidente tramite quello che il Cancelliere tedesco chiama il «lavoro sporco» necessario delle guerre all’estero. Anche se, di questi tempi, sarebbe forse pertinente chiedersi quali siano esattamente questi valori: cristiani (?), dell’Illuminismo (?), liberali (?).
Argomenti del genere si fanno ormai molto esili, mentre Israele e l’Occidente sono impegnati a stracciare quel copione. Palestina, Gaza, Ucraina e Maranza: può sembrare un accostamento forzato. Eppure, la stretta sullo spazio pubblico e la chiusura del dibattito critico condividono questa stessa matrice comune. Non si tratta tanto di trovare simpatia per i Maranza… o Hamas, quanto di capire le ragioni storiche e strutturali che le esprimono.
In uno spostamento in gran parte inosservato, la questione palestinese e la difesa del sionismo sono diventate lo scudo pubblico e lo strumento politico più forte della censura e dell’espansione dell’autoritarismo in tutto l’Occidente.

Ma dietro il riparo fornito dalla lotta all’antisemitismo e dal sostegno a Israele, la vera barriera che si sta erigendo è quella tra l’Occidente e il resto del mondo. I tentativi di reprimere la vita giovanile di strada nelle periferie di Milano, Torino o Roma e l’appoggio incondizionato alla distruzione di Gaza e alla colonizzazione della Cisgiordania, mentre l’Europa si riarma per «sconfiggere» la Russia, sono tutti intrecciati in una logica brutale che cerca di conservare i rapporti ineguali che costituiscono i veri «valori» della classe dirigente europea.
Ormai è chiaro che la maggioranza della popolazione sia in Ucraina sia in Russia desidera negoziare, che la sofferenza a Gaza e in Cisgiordania rappresenta uno spartiacque storico segnato da un’oscenità politica francamente inimmaginabile fino a poco tempo fa, e che la criminalità giovanile nelle nostre strade non è in aumento. Ma la possibilità di considerare politicamente queste crepe non è consentita.

La violenza di Stato dispiegata attraverso apparati repressivi e giuridici contro chi protesta, persino contro il cambiamento climatico, accompagnata da accuse di terrorismo e punizioni punitive, racconta una storia significativa su un Occidente sempre più indifendibile. Nel nome di legge e ordine, la democrazia si sta rivelando una farsa. Il disastro può succedere di nuovo. E sta iniziando proprio ora

il manifesto, 12 agosto 2026

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *