Violenza Pacifismo Non-violenza …di Ettore Macchieraldo

Ci è giunta una lettera di Ettore che affronbta il tema della violenza, della non violenza, del pacifismo. La pubblichiamo convinti che può contribuire a sviluppare un dibattito necessario e importante

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Cari amic* e compagn*,
[…] Ritornare a quanto scrivevo nel 2011 non significa esercitare una nostalgia difensiva, né celebrare una coerenza da museo. Rileggo quelle righe e ne confermo la sostanza originaria: l’autodifesa non è una concessione, ma il diritto elementare di chiunque subisca la violenza delle strutture oppressive. Eppure, la fedeltà a un’idea richiede la capacità di vederla mutare dentro la materia della storia.
La verifica dei nostri concetti avviene sempre nell’attrito con la realtà. Non possiamo permetterci la “falsa coscienza” di chi applica schemi del Novecento a un presente che ha già sfigurato quelle categorie.

Quando parliamo di nonviolenza, la cultura dominante cerca di venderci una caricatura innocua: la rassegnazione, la passività, il disarmo morale. Ma Aldo Capitini non ha mai pensato la nonviolenza come assenza di scontro. Le sue tecniche sono strumenti d’azione diretta, istituzione di una forza altra, capaci di inceppare il potere mediante la prassi della “compresenza” e del rifiuto aperto. La nonviolenza capitiniana è tensione, organizzazione, aggiunta di forza sociale. Non chiede il permesso di esistere
La critica alla nonviolenza, quella che ha delle ragioni, si abbatte sul pacifismo dogmatico, che finisce per trasformarsi in una polizia morale interna ai movimenti, colpevolizzando l’autodifesa e consegnando i corpi degli oppressi alla violenza “legittima” dello Stato. Mantengo dunque fermo il principio: l’autodifesa è legittima e indispensabile. Ma la domanda oggi non è più se difendersi, bensì come farlo dentro una trasformazione epocale delle forze in campo.
Bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere la rottura delle forme storiche. Nessuna delle grandi figure della rivoluzione armata del passato è oggi riproducibile:

Non la presa del Palazzo d’Inverno, figlia di una centralità statale e industriale ormai polverizzata; non la Lunga Marcia dei comunisti cinesi, che potevano costruire forme di autogoverno e società alternativa in territori liberati prima ancora di toccare il potere centrale; non la guerriglia cubana, impossibile nell’attuale maglia di controllo geopolitico.
Senza contare i risultati che ebbero di trasfigurazione rivoluzionaria nel medio e lungo periodo. L’eccesso di valore all’aspetto militare è, in fondo, parte del patriarcato.
Oggi vi è ancora di più il senso di inutilità strategica dell’uso della violenza. La guerra e la repressione sono gestite da intelligenze artificiali, droni, sorveglianza biometrica globale e compagnie private di scontro. La tecnologia ha rescisso il rapporto asimmetrico classico. Pensare oggi di sfidare l’apparato repressivo sul piano dello scontro fisico frontale non è sovversione: è analfabetismo strategico, o peggio, una tragica finzione teatrale.

La disperazione, la rabbia e l’etica della cura. Siamo davanti all’espressione di una rabbia che, priva di un progetto politico, rischia di consumarsi nell’inutile o nello spettacolare. La violenza che emerge nelle piazze è un urlo comprensibile, il sedimento viscerale dell’ingiustizia subita. Ma la rabbia non è ancora politica. La rabbia va pensata, educata, canalizzata.

È qui che si gioca il senso profondo del nostro stare insieme. Dobbiamo avere il coraggio di porci le domande essenziali, orientate da una vera etica della cura:
È più importante avere cura di chi cammina al tuo fianco, proteggere il corpo collettivo di un corteo, o esaurire la propria spinta scagliandosi alla cieca contro la prima linea delle forze dell’ordine?
È più rivoluzionario cercare la salvezza e la tenuta della comunità, o compiere il gesto eclatante che soddisfa l’estetica dell’urgenza ma lascia dietro di sé macerie e sgomento?
Vogliamo semplicemente affermare la nostra disperazione o intendiamo costruire un’alternativa materiale e culturale al sistema che ci opprime?

Non possiamo cedere al ricatto del pacifismo di regime, ma nemmeno alla retorica infantile della guerriglia impossibile. La vera resistenza oggi non sta nel scimmiottare le forme di un potere che ci sovrasta sul piano tecnologico, ma nel radicare una prassi della cura, nel proteggere i corpi, nell’organizzare il dissenso con la severità della ragione e la forza delle tecniche nonviolente. La rivoluzione si misura da quanta vita sa custodire e da quanta alternativa sa fondare.

Ettore Macchieraldo, Pressenza

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