Albania, laboratorio di “liberismo urbano” …di Romeo Farinella

Sappiamo che dittature e autocrazie fanno ballare, al ritmo delle commesse milionarie, le archistar occidentali, sempre pronte a dispensare lezioni di sostenibilità ma spesso espressione di quello che Mike Davis definì nel 2007 The Dreamworld of neoliberalism.

Una fantasmagoria sempre più verde, ricca di alberi e facciate vegetali, energeticamente performante ma socialmente sempre più esclusiva. L’Albania sta diventando uno dei laboratori di questo nuovo eldorado architettonico, come racconta The Albanian Files: Freedom and Architecture, pubblicato nel 2026 con una prefazione del presidente Edi Rama.

Il volume raccoglie i contributi di sessanta studi internazionali – tra cui Stefano Boeri, Mvrdv, Oma, Archea Associati ed Embt – presentando centinaia di progetti realizzati o in corso. Più che un catalogo di architettura, costituisce il manifesto del modello di sviluppo promosso negli ultimi anni. Un modello contrastato dalla “Rivolta dei fenicotteri sempre più attiva nel paese e che si fonda su quattro elementi: la retorica della sostenibilità come motore della rendita immobiliare; la privatizzazione della natura, soprattutto lungo la costa; il ruolo delle archistar come strumento di legittimazione simbolica del potere.

L’Albania non è soltanto un Paese attraversato dalla speculazione immobiliare: sta diventando un laboratorio del neoliberismo urbano, caratterizzato dalla concentrazione del potere decisionale, dalla deregolamentazione urbanistica, dalla centralità degli investimenti esteri e dall’utilizzo dell’architettura come costruzione del consenso. The Albanian Files ne rappresenta il manifesto.

Le architetture iconiche trasformano operazioni immobiliari speculative in immagini di modernità. Come aveva intuito Guy Debord, lo spettacolo non nasconde il potere: ne costituisce una forma di legittimazione. Il linguaggio della sostenibilità – alberi, biodiversità, neutralità climatica – rende desiderabile un modello che continua a produrre concentrazione della ricchezza ed esclusione sociale. È lo stesso meccanismo osservato anche a Milano, dove l’ecologia diventa dispositivo di marketing immobiliare.

L’architettura contemporanea assume così i caratteri di un manierismo fondato sulla stranezza delle forme e sulle possibilità offerte dalla modellazione digitale, spesso indipendenti dai contesti urbani. Emblematico è lo Skanderbeg Building di Mvrdv – noto come Tirana’s Rock – che trasforma il principale eroe nazionale albanese in un marchio immobiliare. Il volto di Skanderbeg diventa la facciata di una torre residenziale di lusso: il patrimonio simbolico della nazione viene incorporato nella valorizzazione fondiaria, mentre l’identità collettiva alimenta la rendita e la spettacolarizzazione della città. Questo approccio è fortemente influenzato dall’eredità di Rem Koolhaas e di una generazione di progettisti – Zaha Hadid, Bjarke Ingels, Mvrdv, Boeri e altri – che utilizzano temi sociali e ambientali come cornice narrativa di interventi pienamente inseriti nelle dinamiche economiche del capitalismo globale. La città neoliberale si appropria di codici linguistici locali e li ricompone in un collage di immagini globali funzionali all’attrazione di capitali.

Per il capitalismo immobiliare la democrazia è una possibilità, non un principio cui attenersi. Nei regimi autoritari è sufficiente l’accordo tra investitore e potere; nelle democrazie il consenso viene costruito attraverso sofisticati apparati comunicativi, nei quali il futuro green oscura questioni come il diritto alla casa, lo spazio pubblico e il diritto alla città. In questo modo l’autoritarismo tende a insinuarsi anche nei sistemi democratici. Significativa è la prefazione di Reinier de Graaf, partner di Oma.

Con tono provocatorio teme che un cambio di governo possa interrompere quella che definisce la «Mecca dell’architettura contemporanea», arrivando a suggerire di cancellare le elezioni e lasciare Rama «presidente a vita, forse persino re», auspicando «un autocrate benevolo con gusto». Al di là dell’ironia, emerge con chiarezza il rapporto di reciproca legittimazione tra potere politico, profitto e produzione architettonica, infarcito di egocentrismo.

Per questo la protesta di Narta, contro il maxi-resort promosso dal genero di Donald Trump in un’area di elevato valore naturalistico, come i cortei che in queste settimane attraversano Tirana, oltrepassa i confini dell’Albania. “I fenicotteri” sono diventati il simbolo di un conflitto che riguarda ormai molte città e molte democrazie: quello tra il diritto collettivo ai territori e alle città e la loro riduzione a beni finanziari. La posta in gioco non è soltanto la democrazia urbana, ma la qualità stessa della democrazia. Perché quando le trasformazioni del territorio vengono decise principalmente in funzione della rendita e degli investimenti, restringendo gli spazi del confronto pubblico, non è solo la città a essere ridefinita: cambia il significato stesso della democrazia

il manifesto, 5 luglio 2026

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