C’è qualcosa che non riesce a diventare abitudine, anche quando tutto sembra spingerci verso l’assuefazione. È lo spostamento continuo del limite. Ogni volta che si pensa di aver toccato il fondo, che non sia possibile andare oltre, qualcosa avanza ancora. E ciò che colpisce non è solo la violenza in sé, ma la qualità di questa violenza: dichiarata, ostentata, quasi festosa. La “Marcia delle bandiere” a Gerusalemme (14 e 15 maggio), celebrazione dell’occupazione di Gerusalemme Est, ne è l’immagine più vivida e recente. Migliaia di giovani che gridano «Morte agli arabi», «Che il vostro villaggio bruci» — non ai margini, non di nascosto, ma in strada, collettivamente, come un rito identitario.
Non si tratta di episodi devianti. Quelle parole trovano un corrispettivo preciso nelle violenze quotidiane dei coloni in Cisgiordania, nelle case incendiate, nei campi devastati, e nell’immensità della catastrofe umanitaria che si consuma nella Striscia di Gaza. Ministri del governo parlano apertamente di occupazione permanente e di espulsione: parole pronunciate senza pudore, senza più il bisogno di mascherare ciò che fino a pochi anni fa sarebbe apparso indicibile. È qui che si trova il nucleo più tragico di questa storia. Perché ciò che accade non può essere separato da ciò che Israele porta dentro di sé: la memoria dello sterminio, la persecuzione, il dolore trasmesso di generazione in generazione. Non lo si dice per minimizzare il trauma del 7 ottobre, né per ignorare la paura reale di una popolazione lacerata dalla storia. Lo si dice perché il rovesciamento è tanto più straziante quanto più è riconoscibile. Quando la memoria del trauma viene assolutizzata, rischia di generare un’identità impermeabile alla sofferenza altrui, dove il proprio dolore diventa uno scudo che acceca e giustifica la cancellazione dell’altro.
Nessuna sofferenza subita può legittimare la disumanizzazione di un popolo. Il diritto internazionale esiste precisamente per questo: per impedire che il dolore si trasformi in dominio, che la vittima si converta in carnefice. Non è un caso che chi oggi perpetra quelle violazioni lavori sistematicamente per erodere il quadro giuridico internazionale, perché è lì dentro che le responsabilità attendono di essere riconosciute. Il male, oggi, non ha più bisogno di nascondersi.
Esistono, però, voci che resistono. Giornalisti che denunciano, attivisti ebrei e arabi che cercano di proteggere i corpi e le terre dei palestinesi, ebrei della diaspora che contestano le politiche distruttive del governo, storici e rabbini che ricordano che la sicurezza non può nascere dall’annientamento dell’altro. Queste voci vanno dette, non come contrappeso consolatorio, ma perché la loro esistenza testimonia che nulla è inevitabile, che dentro ogni società esiste sempre una possibilità di resistenza ostinata. Il problema è che sono voci lasciate sempre più sole, ridotte al silenzio dalla forza d’urto del nazionalismo radicale.
Resta una domanda profonda, che interroga il futuro. A Gerusalemme, quei giovani che marciano cantando slogan d’odio, dentro quale pedagogia sono cresciuti? Quale immagine dell’altro hanno interiorizzato per arrivare a fare della crudeltà un tratto identitario?
E dall’altra parte: come crescono i bambini palestinesi, tra le tende rattoppate nel vento, la ricerca quotidiana di acqua e il rumore costante dei droni? Sono due infanzie che si formano dentro la medesima catastrofe, su sponde opposte. Una nell’odio che si fa cultura; l’altra nella distruzione come unico orizzonte conosciuto. Due percorsi educativi che preparano l’orrore di domani.
Quando la sofferenza di intere popolazioni non produce più scandalo ma assuefazione, non è solo una guerra a consumarsi. È l’erosione della capacità di riconoscere l’altro come umano. Di fronte a questo abisso, l’indignazione da sola non basta più: rischia di essere un’emozione passeggera, un sussulto che ci lascia impotenti. La sfida è che quel rifiuto non si esaurisca nell’emozione del momento, ma diventi scelta consapevole, pratica quotidiana. Il modo in cui cresceranno questi bambini dipende anche da quanto saremo capaci di non abituarci, restando custodi ostinati dell’umano
Comune, 17 maggio 2026
