Senza il nemico, Israele sembra smarrire la sua identità coesiva. Se la vittoria fosse davvero totale, la guerra finirebbe, e con essa finirebbe il modello sociale ed economico su cui si regge il Paese. Ecco allora la necessità di una «vittoria relativamente totale»: un conflitto a bassa o alta intensità che si rinnova ogni giorno, una routine di sangue. Una guerra permanente, feroce e chirurgica, che non serve solo a garantire la stabilità politica ma disegna l’identità israeliana. E’il prodotto della “sindrome di Masada”. Ma il costo è altissimo e “scava nella psiche di un’intera generazione”. L’esercito che fa quella guerra “produce migliaia di giovani che non riescono più a guardarsi allo specchio”
* Widad Tamimi (Milano, 1981), figlia di un profugo palestinese fuggito dall’occupazione israeliana del 1967 e di una donna di origini ebree, la cui famiglia scappò a New York durante la Seconda guerra mondiale. E’ cresciuta in Italia. E’ una scrittrice che attualmente vive a Lubiana col marito e i due figli e presta servizio nei campi di accoglienza ai profughi nell’ambito del programma “Restoring Family Link” della Croce Rossa Slovena
