“Contro la guerra”, oggi e domani

Da quando si è imposto il Capitalismo della globalizzazione le guerre nel mondo si sono moltiplicate. La Terza guerra mondiale è in corso da decenni, frammentata e diffusa.

Afganistan, ex Jugoslavia, Pakistan, India, Somalia, Etiopia, Sudan, Congo, Uganda, Nigeria, Mali, Burkina Faso, Myanmar, Thailandia, Libano, Iraq, Siria (ne ho dimenticata sicuramente qualcuna) e oggi Russia-Ucraina, Israele-Iran e ancora il Libano…

Questa è una guerra mondiale perché le armi si costruiscono per essere vendute nel mondo: perché garantiscono lo sviluppo economico degli Usa, dell’Europa, di Israele, della Russia e della Cina; perché servono a spartirsi le materie prime per le nuove tecnologie, perché permettono lo sviluppo tecnologico, perché mentre noi giochiamo stupidamente con l’IA, questa si sviluppa, sperimenta e si consolida con le guerre.

Queste guerre sono possibili anche perché gli Stati nazionali, tutti, in sintonia con la globalizzazione, cercano di salvare le proprie élite di Stato che, indipendentemente dal colore politico, riproducono se stesse e la forma-Stato in agonia. Una lettura geopolitica del presente può oscurare le contraddizioni delle società e i conflitti di classe in esse presenti.
In un mondo in cui gli Stati destituiscono i presidenti degli altri con le armi (Venezuela), teorizzano le guerre giuste (ex-Jugoslavia), fanno le guerre per abbattere i governi degli altri (Iraq e Iran); compiono assassini politici con i bombardamenti, genocidi e istituzionalizzano l’apartheid come fa Israele. In un mondo in cui si straccia il diritto internazionale e la carta dei diritti dell’Uomo non si può che concludere con Agamben che così scrive … “noi viviamo nel tempo nel quale lo stato ha gettato le sue maschere giuridiche e agisce ormai secondo la sua vera natura, che è in ultima analisi il terrore”.

E con questo abbiamo anche esaurito il vanto occidentale della democrazia.
Chiedete ai Palestinesi di Gaza o della Cisgiordania che cosa è la democrazia per la sentinella dell’Occidente, Israele, chiedete ai pochissimi israeliani che sono contro la guerra cosa subiscono nel loro paese.
L’Occidente vara leggi razziste contro i migranti, succede negli Usa ma anche in Europa, l’Europa finanzia campi di concentramento nel nord Africa e nel Sahel, l’Italia lo fa in Albania, per fermare una immigrazione che si sa inarrestabile, organizziamo respingimenti che hanno prodotto già decine di migliaia di morti nel Mediterraneo e lungo le rotte balcaniche.
Inoltre, la deriva autoritaria e la conseguente riduzione di spazi democratici è elemento comune di tutti i governi d’Europa, ormai qui si punisce chi critica Israele come antisemita. In questa piazza non ci sono antisemiti ma critichiamo duramente Israele!

E’ chiaro che in questa situazione gli avversari non sono i governi ma gli Stati!

Di fronte ad una crisi così profonda della forma-Stato e della democrazia non servono le schermaglie parlamentari e l’illusione riformista fallita ormai da trent’anni.
Una politica fatta di premi di maggioranza, collegi uninominali, voti di fiducia e decreti leggi non è democratica, e la continua diminuzione degli elettori lo conferma.

Questo è il tempo della partecipazione che rifiuta la delega, dell’assunzione di responsabilità personale e collettiva, questo è il tempo delle “grandi utopie concrete”.
Noi, qui, che rifiutiamo la guerra, dobbiamo chiedere e lottare per “il disarmo unilaterale e l’abolizione dell’esercito”, “l’uscita dalla Nato”, “la riconversione dell’industria militare” e dire “No al nucleare” perché è uno strumento di guerra.

Dobbiamo avere il coraggio di disobbedire e boicottare le leggi dello Stato ingiuste, noi dobbiamo disertare la Nazione identitaria, che contiene in sé i germi dell’esclusione e del razzismo.

Stimolare e organizzare piccoli o grandi conflitti è l’unica strada perseguibile per ridare spazio alla politica

21 marzo 2026


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