Lunedì 9 marzo la commissione LIBE del Parlamento europeo ha approvato il mandato negoziale sul nuovo Regolamento sui rimpatri – o, più precisamente, sulle deportazioni – aprendo la strada ai negoziati interistituzionali con il Consiglio dell’Unione europea. Si tratta di un passaggio decisivo che porterà alla definizione finale di una riforma destinata a incidere profondamente sull’assetto europeo in materia di espulsioni.
Oltre 200 organizzazioni della società civile avevano chiesto il rigetto totale di questa proposta, che introduce misure estremamente coercitive, razziste e in violazione dei diritti fondamentali. Ora questo appello è più urgente che mai, dato che i negoziati stanno rapidamente entrando nelle fasi finali.
La Commissione UE ha proposto l’11 marzo 2025 un nuovo regolamento sui rimpatri che privilegia detenzione, espulsione e misure punitive a scapito della protezione dei diritti fondamentali. La proposta rientra in un più ampio orientamento dell’UE che tratta la migrazione come una minaccia, ricorrendo a criminalizzazione e sorveglianza invece che a inclusione e rotte sicure.
Il testo di compromesso approvato in commissione mantiene e in alcuni casi rafforza elementi già fortemente controversi nella proposta originaria della Commissione europea. Tra questi, le disposizioni sui return hubs e l’estensione della definizione di “paese di rimpatrio”.
Violazioni e abusi come nuova norma
ll testo di compromesso concordato da una coalizione di centro ad estrema destra del Parlamento europeo, mantiene ed in alcuni casi peggiora disposizioni estremamente preoccupanti già presenti nella proposta della Commissione europea. Gli articoli sui return hubs e sull’estensione della definizione di “paese di rimpatrio” sono stati mantenuti, aprendo alla possibilità di deportare persone in paesi con cui non hanno alcun legame e in cui non sono mai state prima, ed eliminando le già poche garanzie di monitoraggio presenti nella proposta della Commissione.
Nessuna garanzia potrebbe comunque rendere sicuri questi modelli, poiché mirano a governare i corpi delle persone migranti attraverso detenzione ed esclusione, in un contesto giuridico opaco, al di fuori della giurisdizione dell’UE e quindi senza alcun controllo democratico né scrutinio. Altri modelli, come i centri offshore in Albania, pur presentando alcune differenze, hanno già mostrato la loro vera natura: violazioni sistematiche dei diritti, opacità radicale, detenzione generalizzata e frequenti episodi di autolesionismo e di estrema vulnerabilità tra le persone detenute.
Il testo mantiene inoltre una marcata espansione dei presupposti e della durata della detenzione nell’ambito delle procedure di rimpatrio. Vengono rafforzati gli obblighi di cooperazione a carico delle persone destinatarie di un ordine di espulsione, accompagnati da sanzioni severe in caso di mancata collaborazione, e si introduce la possibilità di emettere divieti di ingresso a vita. Il documento di compromesso concordato dal Consiglio a dicembre fornisce dettagli su queste e altre modifiche proposte. Nel complesso, l’impianto della riforma appare orientato verso un approccio sempre più coercitivo e securitario nella gestione della mobilità.
Un falso senso di urgenza
Fin dall’inizio delle discussioni su questo dossier, una delle narrazioni principali alla base della proposta è stata quella della fretta. Utilizzando l’argomento secondo cui i tassi di rimpatrio sono troppo bassi, gli Stati membri hanno accompagnato i negoziati con un estremo senso di urgenza. Al di là del fatto che l’accuratezza dei calcoli sui tassi di rimpatrio è di per sé discutibile, questo senso di urgenza è smentito dal testo di compromesso che il Consiglio ha concordato a dicembre, il quale prevede un periodo di transizione di due anni prima che il regolamento entri in vigore.
Due anni, con eccezione degli articoli sui return hubs e sull’estensione della definizione di “paese di rimpatrio”, che entrerebbero in applicazione immediatamente dopo l’adozione. Se la retorica dell’urgenza viene smentita dalla stessa posizione del Consiglio, quest’ultima mette anche in luce la vera fretta che circonda questo dossier: la pressione politica per esternalizzare ulteriormente il processo di rimpatrio, scaricando la responsabilità sui paesi terzi, sempre più lontano dalla tutela dei diritti fondamentali e dalla possibilità di controllo giuridico. Questa asimmetria evidenzia come la priorità politica non sia tanto quella di riformare in modo organico il sistema dei rimpatri, quanto piuttosto di accelerare i meccanismi di esternalizzazione.
In queste ultime fasi dei negoziati è fondamentale prendere una posizione netta e respingere questa proposta. Il testo contiene troppe disposizioni disumane – dai return hubs a una massiccia espansione della detenzione – che aumenterebbero enormemente un clima di odio, discriminazione e paura per persone migranti, richiedenti asilo e comunità razzializzate.
Comune.Info, 13 marzo 2026, Pubblicato su Meltingpot.org
