Gli interventi contenuti nel volume. Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti (a cura di Mimmo Cangiano, Nottetempo, pp. 144, euro 15) offrono l’occasione per comprendere la ragione per cui il neoliberalismo resti l’orizzonte criticato, ma incontestabile, della vita sociale italiana, e non solo. Gli autori – Daniele Lo Vetere, Marco Maurizi, Marina Polacco, Rossella Latempa, Attilio Scuderi, Emanuela Bandini, Emanuele Zinato, Roberto Contu – fanno parte del collettivo Consigli di classe, che scrive sul blog «Le parole e le cose» e produce materiali per organizzare un dissenso ragionato nelle scuole e nelle università. L’organizzazione del dissenso è necessaria di fronte a un’istruzione che si sposta sempre più verso le università telematiche, veri e propri «esamifici» digitali che hanno industrializzato i percorsi abilitanti. In questa realtà speculativa, il sapere è ridotto a una sequenza di quiz standardizzati e l’aspirante docente è trattato come un cliente pagante di un pacchetto a uso della domanda di consumo, mentre l’università pubblica non riesce più a garantire la mediazione culturale e il confronto umano necessari alla professione.
Questa deriva non è un evento isolato, ma il risultato di un lungo laboratorio legislativo che ha preparato il terreno all’attuale gestione aziendalistica. Le tappe sono note: l’autonomia scolastica (1997) ha introdotto la mercificazione dell’offerta formativa, la «riforma» Gelmini (2008 – 2010) ha ridotto le risorse e rifondato l’università, la «Buona Scuola» (2015) di Renzi e del Pd ha gerarchizzato i ruoli e allargato l’«alternanza scuola-lavoro». Questo processo passa oggi dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) che con i suoi 17,59 miliardi di euro ha imposto progetti standardizzati e «competenze» funzionali al mercato, ha saturato il tempo di lavoro con adempimenti burocratici e ha svuotato i collegi-docenti di ogni reale potere decisionale. L’istituzione, in generale, è costretta a pubblicizzare un pacchetto variegato per genitori-utenti, alimentando una concorrenza tra scuole in cui la facilitazione del percorso formativo diventa parte dell’appeal dell’istituto a tutto svantaggio della conoscenza e del benessere degli studenti.
La valutazione, mediata dal sistema Invalsi, è diventata uno degli strumenti del controllo algoritmico. La scuola tende a diventare una fabbrica di dati che premia l’addestramento ai quiz a scapito del pensiero critico. Il volume collettaneo descrive minuziosamente come i contenuti disciplinari vengano trasformati in capacità plasmate sugli interessi delle imprese, specchio di un capitalismo che richiede l’adattamento continuo della specificità del soggetto. Gli autori analizzano feticci come il «capolavoro» dello studente, i curricula personalizzati e il controllo strategico operato tramite l’ideologia del merito. A questa spinta si affianca l’esame delle recenti Linee guida di Valditara, dove il «docente tutor» e il «voto in condotta» servono a normalizzare l’obbedienza, mentre il Decreto sicurezza viene descritto come un attacco alla libertà di protesta. Il libro critica anche la subalternità dei docenti sospesi tra un collaborazionismo interessato e un mugugno impotente dinnanzi alla governance. È uno degli effetti della realizzazione del «capitale umano», in cui il soggetto è spinto a individuare la propria «umanità» in ciò che la sfrutta, cioè il «capitale».
Occorre rovesciare questo modello. Ed è interessante il rinvio che gli autori fanno alla «verifica dei poteri» secondo la lezione di Franco Fortini. Tale verifica è intesa come analisi dei meccanismi decisionali e dei rapporti di forza per individuare i punti di fragilità del potere che noi stessi alimentiamo. In quest’ottica le «tecniche di resistenza» non sono proteste astratte, ma azioni fondate sulla conoscenza dei regolamenti, sulla riappropriazione della funzione deliberativa dei Collegi, sul rifiuto di compiti burocratici che esulano dall’insegnamento e sulla costruzione di un rapporto differente con gli studenti, anch’essi condizionati da una competizione costante sulla performance. Troviamo qui una prima contraddizione: quella tra il desiderio di educare e l’obbligo di compilare report che non dicono nulla della realtà dell’aula. Solo abitando operativamente questa tensione il dissenso può uscire dalla lamentela privata, si sostiene nel libro. Il problema resta la distanza tra la lucidità della denuncia e la sua effettiva capacità di incidere. La critica ai neoliberalismi è rimasta un esercizio prevalentemente analitico. Oggi l’urgenza è verificare la tenuta di quelle idee nel vivo del lavoro. In questo passaggio politico si avvertono le difficoltà maggiori ed è sui modi di affrontarle che il libro spinge a interrogarsi.
il manifesto, 11 febbraio 2026
