C’è una tempesta perfetta che erode il potere d’acquisto dei salari in Italia ed è alimentata dall’aumento dei costi energetici, dei beni di prima necessità, dei servizi e dei trasporti. L’ha descritta l’Istat ieri nel report di dicembre 2025 pubblicato dove si legge che l’anno scorso ’inflazione è cresciuta mediamente dell’1,5% ed è aumentata rispetto al +1% del 2024. Un aumento che avvicina l’Italia all’Eurozona dove l’Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato (Ipca) ha registrato una variazione media dell’1,6%. Tuttavia, la cifra aggregata maschera una realtà ben più severa per le famiglie. I prezzi dei beni alimentari e per la cura della persona hanno infatti segnato un aumento medio annuo del 2,4%. In questo comparto, i prodotti non lavorati sono cresciuti fino al 3,4% su base annua, una pressione che non trova riscontro in una corrispondente crescita delle retribuzioni.
A questa spinta inflazionistica si è aggiunto il contributo del comparto dei servizi, che nel 2025 ha registrato un aumento medio annuo del 2,1% rispetto al +2,2% del 2024. Proprio nel mese di dicembre 2025, si è osservata una marcata accelerazione dei prezzi dei servizi, in particolare dei trasporti, passati da un tasso di crescita dello 0,9% a un consistente +2,6% su base tendenziale. Questa crescita dei costi drena ulteriori risorse ai bilanci familiari e si inserisce in un contesto di rincari generalizzati che non risparmia alcuna voce della spesa quotidiana.
Il quadro di politica economica si fa più allarmante se si analizza il settore energetico, dove gli effetti indiretti di lunga portata del conflitto russo-ucraino sul mercato globale dell’energia continuano a condizionare profondamente il bilancio nazionale. Sebbene il 2025 abbia mostrato una lieve deflazione complessiva dei beni energetici, il comparto dei prezzi regolamentati è letteralmente esploso con un incremento medio annuo del 16,2%, trascinato dal balzo del 20,2% dell’energia elettrica nel mercato tutelato. Tale dinamica rivela come la speculazione finanziaria sui mercati del gas, innescata dalle tensioni geopolitiche, abbia generato un effetto di trascinamento che non si è ancora esaurito. L’eredità della guerra non si manifesta quindi solo nella volatilità delle materie prime, ma in una ridefinizione dei costi fissi che pesa in modo sproporzionato sulle fasce sociali più fragili.
L’escalation dei prezzi, che per gli alimentari ha visto un rincaro cumulato di quasi il 25% in soli quattro anni, non può essere derubricata a mero fenomeno statistico, ma si inserisce in un contesto di opacità delle filiere che ha spinto l’Antitrust ad avviare un’indagine conoscitiva sulla Grande Distribuzione Organizzata. Il sospetto di una “inflazione da avidità” o “greedflation” suggerisce che le asimmetrie di potere contrattuale lungo la catena distributiva siano state utilizzate per “spolpare” i redditi medi e bassi, mantenendo i prezzi al consumo artificialmente elevati anche a fronte di una stabilizzazione dei costi alla produzione. Le strategie commerciali e la gestione dei margini di profitto hanno agito da moltiplicatore della crisi, trasformando un’emergenza temporanea in un aumento strutturale che penalizza chi destina la quasi totalità del proprio reddito ai consumi primari.
La convergenza tra l’incremento dei costi energetici, dei trasporti e la spinta inflazionistica del settore alimentare determina un effetto di spiazzamento dei consumi. Le famiglie con livelli di spesa più bassi si trovano oggi nell’occhio del ciclone: mentre i rincari dell’energia alimentano un’inflazione “da costi” che incide sulla logistica e la produzione, le dinamiche della distribuzione alimentare sembrano aver consolidato un’inflazione “da profitti”. Il risultato è un attacco coordinato ai salari, dove la mancanza di una crescita reale delle buste paga si scontra con una realtà di prezzi che rendono la spesa quotidiana e le utenze domestiche i principali fattori di impoverimento.
Le associazioni dei consumatori denunciano una vera e propria stangata sociale: Federconsumatori e Unione Nazionale Consumatori stimano un aggravio annuo fino a 730 euro per famiglia nelle aree più colpite come Bolzano, sottolineando il drammatico divario tra inflazione e salari, rimasti indietro di nove punti percentuali. […]
il manifesto, 17 gennaio 2026
