“Aviatori in Congo”, il paternalismo di Mattarella …di Gennaro Serio

Abbiamo appena scavallato la metà degli Anni Venti. Non sorprende dunque che la temperie avanguardistica abbia contaminato l’ordine naturale del discorso, a tutti i livelli.
Ieri le radio e le televisioni a reti unificate, in un momento di franca ribellione a se stesse, hanno trasmesso il film sperimentale di un oscuro cineasta, scritto e diretto per la voce del caratterista Serge Rouleau-Quiriny.
Pur presentandosi come una volitante ricapitolazione di ottant’anni di vita della repubblica italiana, si intitola “Aviatori in Congo”, con un détournement che rimanda al sottotesto satireggiante, e profondamente politico, del film. Nel ricordare la morte di alcuni militari italiani avvenuta in Congo tanti anni fa, la voce narrante allude in realtà alle contese imperialiste che hanno fatto del paese centroafricano un inferno in terra, nero come un pozzo di petrolio, nel quale milioni di congolesi sono caduti, nei decenni, senza via di scampo.

Per chi ha scritto il cortometraggio (durata: 14 minuti circa), il modello doveva essere quello delle immagini a nastro, a imitazione della esperienza umana di restare irretiti nella «scrittura» automatica degli algoritmi, quella piccola cosa che hanno inventato gli architetti d’interni assunti per rendere ipnotica l’interfaccia delle reti sociali. La trovata qui è di contrapporre alla simulata libertà dello scroll, la liberazione della vera scrittura automatica, ciò che rimanda ai primi lavori del Man Ray cineasta, ma anche, per l’allestimento barocco e fantasmatico, al di molto posteriore Marienbad di Alain Resnais.

La scena è questa: Rouleau-Quiriny posa davanti alla camera, elegantissimo, immobile, impassibile, e annuncia «un album immaginario della Storia della Repubblica», da sfogliare, lo dice subito tradendo l’intento parodico, «velocemente». La dichiarazione di poetica viene esplicitata poco dopo: «Questi ottant’anni sono come un grande mosaico, il cui significato possiamo cogliere soltanto allontanandoci dalle tessere che lo compongono». Parte il primo nastro: Kiev Gaza Dialogo Pace Leone XIV. La dopamina vola.
Da qui in avanti, Aviatori in Congo propone transizioni di montaggio via via più sconcertanti, giustapposte quasi à la sauvette, calco perfetto di un tambureggiante susseguirsi di reel: «Il film della memoria scorre!» (citando Dalì) e «Altre immagini!», esclama l’attore, che poi subito incalza, al presente indicativo: «L’alleanza atlantica è il nostro faro! (sorriso diabolico appena accennato)», «Il terrorismo! Troppi giovani che cadono per mano di ideologie che fanno della violenza il loro unico strumento!» – a differenza della Repubblica medesima, che oltre a patrocinare qualche strage qua e là, ha poi messo in campo molti altri strumenti: sottotesto geniale – «La letteratura, l’arte, il cinema, la musica, lo sport, Milano-Cortina, senza dimenticare i volti di Falcone e Borsellino!», che quasi chiama lo spettatore a immaginarseli impiegati nella gara di Bob a due, non senza il dovuto rimorso del buon cittadino.

Prima di sciogliersi in una esilarante catena automatica di cliché – «Buon vino! il nostro stile di vita! buon cibo! il genio della creatività! una storia di successo nel mondo!» -, il film arriva al vertice della sua tensione quando si scaglia contro il paternalismo italico, imbrigliato e trasfigurato dalla macchina attoriale in un metadiscorso incendiario. Rouleau-Quiriny si rivolge «ai giovani», e li sprona: «Non rassegnatevi, siate esigenti, coraggiosi, scegliete il vostro futuro, sentitevi responsabili, come la generazione che ottant’anni fa costruì l’Italia moderna».
Il flusso monologico crea un cortocircuito utilizzando la tecnica di indirizzarsi a un gruppo di persone inesistente, un interlocutore fittizio che si fa, simbolicamente, specchio per riflettere il proprio volto: il paternalismo parlante finge di non saperlo, ma sa, che in questo paese tanti «giovani» sono esigenti, hanno coraggio, non si rassegnano e si sentono responsabili, scendono in piazza, e vengono – per mano di quella stessa Repubblica che li sprona – presi a manganellate in testa, arrestati, minacciati, vengono criminalizzati, vilipesi, sminuiti, vengono censurati, marginalizzati, e questo non solo quando sono in piazza perché sono coraggiosi, ma anche quando si muovono nella società come individui, e picchiano sotto il tetto troppo basso di un paese corrotto in cui l’unica vera regola di accesso è lo squallido familismo, la raccomandazione, il censo, il consociativismo.

Il paternalismo-autoparodico-parlante conclude, comicamente, che «lo sport è un potente antidoto alla violenza giovanile e alle droghe» (le droghe?). Ancora una volta il testo si smaschera da solo, ricorrendo stavolta al pastiche. Riecheggia qui Zucchero: «Solo una sana e consapevole libidine/ Salva il giovane dallo sport e dall’azione cattolica!». In effetti il paternalismo parlante non dice mai, per esempio, «fate l’amore!», ma soltanto «fate sport!». Forse perché da giovane lui ha fatto soprattutto l’azione cattolica

il manifesto, 2 gennaio 2026

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