Repressione e profilazione razziale

La profilazione razziale, vista dalle proteste delle ultime settimane

Le proteste contro il carovita, che nelle ultime settimane hanno attraversato diverse città italiane, hanno riconfermato che le forze dell’ordine continuano ad avere un grosso problema con la profilazione razziale. Come ha ricostruito Annalisa Camilli per Internazionale, prima che domenica 18 ottobre iniziassero gli scontri a Milano, la Polizia «aveva già avviato controlli in piazza Duomo, fermando e identificando i ragazzi sulla base del loro aspetto». Un video, ricondiviso anche dal giornalista Luigi Mastrodonato sul proprio profilo Instagram, mostra un’agente che dice a un suo collega di andare a identificare i «maranza». Ma non è il solo: un altro giornalista, per esempio, ha filmato un ragazzo afrodiscendente mentre viene percosso e immobilizzato a terra da alcuni poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa, nonostante – lo si sente dire dal giornalista nel video – «non avesse fatto niente».

Secondo la definizione del Consiglio d’Europa, la profilazione razziale è «l’uso da parte della polizia, in assenza di una giustificazione oggettiva e ragionevole, di criteri quali la razza, il colore della pelle, la lingua, la religione, la nazionalità o l’origine nazionale o etnica nelle attività di controllo, sorveglianza o indagine». Per misurare la diffusione di questo fenomeno in Italia, il dato che viene spesso citato è quello raccolto tra il 2015 e il 2016 dall’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (Fra): alla domanda «Pensi che l’ultima volta che sei stato fermato [nei 12 mesi precedenti, ndr] la ragione fosse il tuo background etnico o migratorio?», il 70% del campione italiano ha risposto positivamente, valendo all’Italia il triste titolo di Paese in cui il tasso sulla percezione di profilazione razziale è il più alto nel gruppo di Stati europei rappresentati nell’indagine di Fra (si veda il grafico qui sotto).

Second European Union Minorities and Discrimination Survey. Being Black in the EU.

Tuttavia, a dieci anni da questo sondaggio, le istituzioni italiane non hanno ancora messo in campo alcuna risposta per fare fronte al fenomeno. Anzi, il Governo Meloni ha respinto con parole molto dure le conclusioni della Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri), che in un rapporto del 2024 aveva raccomandato all’Italia di commissionare uno studio indipendente. L’Ecri aveva infatti constatato che «le autorità non raccolgono dati adeguatamente disaggregati sulle attività di fermo e di controllo della polizia, né sembrano essere consapevoli dell’entità del problema, e non considerano la profilazione razziale come una forma di potenziale razzismo istituzionale». Davanti a tali carenze, qualcosa però si muove: nel 2023 il Coordinamento per Yaya e le associazioni Occhio Ai Media e Cittadini del mondo di Ferrara hanno creato, nell’ambito del “Progetto Yaya” e insieme all’Università Goldsmiths di Londra, un archivio online di testimonianze per mettere in luce «il fenomeno della profilazione razziale in Italia, dove ancora non è raccontata né indagata, al contrario di molti Paesi Europei».

Fratture, 26 ottobre 2026

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