Laboratorio Africa, epicentro del jihadismo …di Francesco Strazzari

La metà delle vittime globali del terrorismo è in Sahel, dove Al Qaeda e Isis combattono i regimi e si combattono tra loro. Il mutamento è già strutturale: dal califfato territoriale alla rete di uffici regionali, a finanziamento comune, dove la legittimità viene dalla capacità di pagare le province. Il peso dell’Occidente è ridimensionato, resta la Russia. In fumo i miliardi di investimenti Usa per la «war on terror»: l’ennesimo fallimento, teorico e operativo. Dopo l’11 settembre il terrorismo è diverso, noi ci guardiamo allo specchio e non capiamo

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Due anni dopo il 9/11 mi trovavo a New York. Mi capitarono sotto gli occhi i primi reportage sulla war on terror nella regione Sahara-Sahel: rapimenti di occidentali, armate fantasma che apparivano e scomparivano tra le dune. Il Dipartimento di stato contava allora nove attentati in tutto il continente e 23 vittime; Washington aveva lanciava la sua prima iniziativa anti-terrorismo trans-sahariana, milioni di dollari per addestrare unità in quattro paesi. Si videro americani fino a Tessalit, vicino al confine fra il Mali e l’Algeria ancora scossa dalla guerra civile, esercito contro salafiti. La sigla di al Qaeda qui non era ancora apparsa. Oggi l’Africa Center for Strategic Studies registra 23.872 in dodici mesi, il dato più alto mai rilevato.

Al Qaeda e Stato Islamico combattono e si combattono dalle propaggini del Sahara al nord del Mozambico. Il solo Sahel conta 9.928 vittime: più della metà della contabilità globale del terrorismo. In questo scarto si legge già il bilancio di venticinque anni di war on terror: attacchi prossimi allo zero negli Usa, episodici in Europa, mentre nel Sud globale combattenti islamisti governano Afghanistan e Siria, e l’Africa diventa il nuovo epicentro jihadista mentre si susseguono colpi di stato militari.

La prima tendenza africana, verificabile anno dopo anno: i jihadisti sparano sempre più sui militari. Le interazioni tra gruppi islamisti e forze statali crescono del 42% tra 2024 e 2025 (Acled). In Burkina Faso il Global Terrorism Index 2026 registra un calo dei morti del 45% (846 contro 1.532) e una letalità per attacco in crescita: cambia il bersaglio, dai villaggi alle caserme. Il Jnim, confederazione qaedista responsabile del 76% delle vittime saheliane, rivendica 200 soldati uccisi a Djibo nel maggio 2025, blocca il carburante verso Bamako, attacca la capitale il 25 aprile 2026 uccidendo il ministro della difesa.

Definire tutto questo «terrorismo» è molto problematico. La violenza contro i civili pesa tra l’11 e il 32% del repertorio del Jnim, contro il 49-65% dei suoi rivali, come la Provincia dello Stato islamico nel Sahel (Issp). Chi punta allo Stato assedia, tassa, negozia, amministra. Chi non può permetterselo massacra e rapisce. Human Rights Watch, tra gennaio 2023 e agosto 2025, documenta 1.837 civili uccisi in 57 episodi: 1.255 per mano governativa. Contabilità per difetto: le giunte, installate cavalcando la frustrazione di una classe militare ingrassata dalle attività antiterrorismo, hanno chiuso lo spazio dell’informazione. Sul terreno la sequenza è nota: rappresaglia collettiva, esecuzioni sommarie, punizione etnica dei fulani additati come sostenitori dei jihadisti. Pulizia etnica che spinge a cercare protezione dei jihadisti.

Il bilancio dal 2001 rimanda a un errore di teoria più che a un fallimento operativo. I 3,3 miliardi di assistenza riversati nel solo Sahel hanno accompagnato i golpe, l’espulsione dei francesi, l’arrivo dei russi. Cambia l’istruttore, il paradigma resta: un problema di legittimità continua a essere trattato come deficit di capacità militare. Parigi puntava a decapitare le organizzazioni, Mosca ha tolto i vincoli residui: niente condizionalità politica, niente inchieste.

Qui il rovesciamento più paradossale. L’argine principale allo Stato islamico nel Sahel lo tiene al Qaeda. Finita nel 2019 l’«eccezione saheliana», Jnim e Issp si combattono. Il contenimento del franchise più predatorio è delegato al concorrente: la guerra al terrore ha per alleato il gruppo che aveva dichiarato di combattere per primo. Il baricentro si è spostato: l’86% dell’attività globale dello Stato islamico nel primo trimestre 2026 è africana, contro poco meno della metà nel 2024. Il continente ha smesso di essere periferia di un califfato mediorientale. In Puntland l’ufficio al-Karrar smista denaro fino al Khorasan, e dal febbraio 2025 il monitoraggio Onu esprime «crescente fiducia» nel fatto che il suo emiro Abdulqadir Mumin sia il califfo sotto l’alias Abu Hafs al-Hashimi al-Qurashi. L’organizzazione non l’ha mai confermato. Il 16 maggio un raid americano-nigeriano nel Borno ha ucciso Abu-Bilal al-Minuki, capo dell’ufficio al-Furqan e, per Washington, numero due della rete. Due vertici su tre sarebbero in Africa.

Cambierà la dottrina jihadista, dato il nuovo baricentro subsahariano? Il mutamento è già strutturale: dal califfato territoriale alla rete di uffici regionali a finanziamento comune, dove la legittimità viene dalla capacità di pagare le province più che dal controllo di Mosul o Raqqa. Qui la decapitazione da parte delle forze antiterrorismo toglie un nodo e lascia in piedi il sistema: al-Minuki è morto, l’ufficio resta. E un califfo somalo, se c’è, pesa per ciò che finanzia più che per ciò che predica.

L’Africa può diventare base di proiezione esterna. Vale anche per al Qaeda, nemico pubblico numero uno da quell’11 settembre. Bin Laden aveva cominciato attaccando le ambasciate Usa in Africa, e in Africa la sua creatura è sopravvissuta, continuando a espandersi.

Qualcuno poteva aver pensato che gli americani fossero preveggenti, dispiegandosi nei «territori non governati» africani contro al Qaeda prima ancora che questa facesse la sua comparsa. Il rimedio, però, precedette la patologia. Gli Usa hanno dovuto fare passi indietro, come i francesi, come l’Onu. Quella strategia si è rivelata cieca, una parte del problema che abbiamo oggi

il manifesto, 11 settembre 2026

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