L’inchiesta partita da Ravenna e che sta coinvolgendo colleghi di diverse province relativo alla non idoneità all’ingresso nei Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) è surreale.
Ma ancora più inquietante è l’effetto intimidatorio che un’azione di questo tipo rischia di produrre su chi, ogni giorno, è chiamato a esercitare la propria professione in scienza e coscienza.
Colpisce, che gli unici coinvolti siano medici che abbiano negato tale idoneità e non quelli che hanno certificato l’idoneità a pazienti che poi in quei luoghi hanno perso la vita: le evidenze raccolte negli anni mostrano come nei CPR le condizioni di trattenimento producano grave sofferenza, aggravino fragilità preesistenti e compromettano ulteriormente la salute fisica e soprattutto psichica delle persone recluse perché carenze nell’assistenza sanitaria, difficoltà nella presa in carico delle patologie, uso problematico degli psicofarmaci, autolesionismo e rischio suicidario non sono anomalie da liquidare come singoli incidenti: sono criticità ripetutamente documentate.
Noi medici siamo tenuti a rispettare il Codice deontologico e un principio che viene prima di qualsiasi convenienza politica: il diritto alla salute sancito dall’articolo 32 della Costituzione.
Questo diritto vale per tutti.
Vale per il cittadino italiano e per lo straniero.
Vale per chi è ricco e per chi non ha nulla.
Vale per chi possiede un permesso di soggiorno e per chi non lo possiede e dovrebbe valere anche dentro un CPR.
Il nostro compito non è rendere eseguibile una scelta politica ma curare, valutare, certificare secondo scienza e coscienza e tutelare la salute della persona che abbiamo davanti, fatti salvi naturalmente gli obblighi di legge e di segnalazione all’autorità giudiziaria.
Quando un medico comincia a domandarsi non più soltanto quale sia la condizione clinica del paziente, ma quali conseguenze personali potrebbe subire certificandola, siamo davanti a un problema enorme.
Per questo va difesa con forza l’autonomia della professione medica.
E per questo va riconosciuto il valore dei colleghi che, a partire dal dottor Cocco e di tutti coloro che si trovano coinvolti in questa vicenda, continuano a tenere fede al giuramento prestato e al dovere di mettere al centro la persona e la sua salute.
Perché nessuna politica migratoria può chiedere a un medico di smettere di essere medico.
E nessuna stagione politica segnata da parole e provvedimenti ostili verso i migranti, o meglio xenofoba e razzista, dovrebbe riuscire a trasformare la tutela della salute in un atto di coraggio.
Sonia Modenese
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